Orbit Orbit – So che ogni vignetta salva dai guai

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Voto:

Il dizionario descrive la passione come un forte trasporto, una naturale inclinazione verso qualcosa, quasi come se fosse parte dell’indole stessa dell’individuo. Troppo spesso, però, si parla in modo improprio delle passioni: si confondono con gli hobby, come fossero un passatempo qualunque, e si rischia così di far sfumare il termine stesso e tutto il significato che porta riducendolo a un mero sinonimo di “qualcosa che ti piace”. Ma non è (solo) questo. Le passioni sono parte di noi e, allo stesso tempo, coincidono con ciò che siamo, con la nostra identità. Possono salvare delle vite e dare un senso ad altre.

Il fumetto è tra le cose che, per molti, rendono la vita degna di essere vissuta: è la culla di ogni emozione possibile, di ogni cultura, di ogni linguaggio e, per sua stessa definizione, è senza confini, pur avendone di molto marcati in ogni pagina. Quando mi approccio a un’opera fumettistica per la prima volta cerco sempre di immergermici il più possibile, senza però ignorare quelle caratteristiche che si possono cogliere solo mantenendo una piccola dose di distacco e che, paradossalmente, contribuiscono all’immersione stessa. Ma raccontare una storia raccontando al contempo il fumetto stesso e la passione per questo mezzo rischia di diventare ridondante, e di annegare il tutto in un mare di smielati tributi. Debuttare nel panorama con un’opera che ha queste premesse non è facile. E se invece fossero proprio queste spinose premesse a dare ossigeno e linfa vitale all’opera?

All’annuncio di Orbit Orbit pensai subito che avrei fatto fatica a mantenere un distacco rimanendo critico e oggettivo, sia per il forte legame che ho con l’artista sia per la natura stessa del progetto: una lettera d’amore alla nona arte avrebbe sicuramente fatto vacillare le mie convinzioni “stoiche” facendomi scivolare nel sentimentalismo, nel fan service e nel citazionismo. Questo sorprendentemente non è successo, o meglio, è successo solo alla prima lettura. Perché Orbit Orbit non è solo un omaggio al mondo del fumetto, ma riesce (anche se con qualche difficoltà) a camminare sulle proprie gambe.

Partendo da una premessa semplice, l’opera porta subito il lettore in uno stato di familiarità. Dopo le prime pagine si ha quasi la sensazione che un piccolo time skip abbia eliminato introduzioni inutili a determinati personaggi secondari: non servono, li conosciamo già. Ed è proprio da qui che inizia la vera storia, o meglio, la parte che inizialmente sembra essere la più rilevante. Caparezza “il cosmonauta” si trova invischiato in una missione per salvare il pianeta delle idee. Saltando da un pianeta all’altro facciamo la conoscenza di popoli e civiltà che rappresentano i vari lati della personalità dell’artista, una sorta di terapia a fumetti dove noi siamo spettatori analisti che cercano di trovare un senso alle rocambolesche interazioni tra il protagonista e le rappresentazioni della sua personalità.

Quando torniamo a terra, vediamo che il corpo materiale di Caparezza è rimasto dove lo avevamo lasciato, creando un bivio narrativo dove ogni evento terreno ha un’influenza su quello “spaziale” e viceversa. L’esplorazione e l’avventura si alternano a una porzione di storia più punk e ancorata alla realtà, che fa da bilancia meta-narrativa rendendo il tutto un susseguirsi di causa-effetto tra il corpo dell’artista e la sua mente.

Così Orbit Orbit mette in scena un dualismo, sia narrativo sia stilistico, attraverso il quale costruisce due storie parallele e, all’apparenza, slegate, ma che finiscono presto per influenzarsi a vicenda. Un meccanismo che richiama direttamente anche la genesi dell’opera stessa: fumetto e disco, nati in momenti diversi, finiscono per scambiarsi idee e contaminarsi reciprocamente, influenzando l’uno il corso dell’altro. La storia spaziale materializza un susseguirsi di eventi vaporosi, quasi eterei, che lasciano il sapore dei sogni; al contrario, la storia terrena rende quel sogno concreto, lo ancora alla realtà, trasformandolo in un’idea tangibile.

Cosmonauta è il termine con il quale Caparezza descrive sé stesso nelle fasi sci-fi della storia: un navigatore dello spazio. Se quello spazio sconfinato che esploriamo rispecchiasse la nostra stessa mente, potremmo davvero definirci liberi?

Riassumere tutte le idee e i concetti espressi nelle fasi spaziali di Orbit Orbit sarebbe difficile, nonché a mio avviso inutile: non è la quantità dei contenuti a rendere un’opera valida, ma il loro spessore. Caparezza lo sa, ed è per questo che le citazioni sparse nell’albo non sono (quasi) mai scontate o immediatamente riconoscibili, ma richiedono una lettura più attenta. Non vedremo apparire il personaggio o il fumettista famoso di turno al centro di una tavola, perché il risultato desiderato è qualcosa di più duraturo dell’effimero “effetto wow”.

Il viaggio nello spazio, con le sue citazioni e tributi, diventa così un pretesto per lasciare che colori e forme raccontino l’animo dell’artista: le sue debolezze, le sue insicurezze, le sue paure. E, come premesso all’inizio, se la passione è ciò che ci definisce, raccontare noi stessi significa inevitabilmente raccontare anche ciò che amiamo. Tutto questo avviene in modo naturale: come detto, al centro di Orbit Orbit non ci sono le citazioni o il fan service, ma il fumetto stesso. Orbit Orbit parla di fumetto raccontandolo attraverso un fumetto. Mentre il protagonista esplora lo spazio, noi esploriamo l’artista.

Quando torniamo con i piedi per terra, ci sembra quasi che manchi qualcosa sotto di noi, come se non ci fosse una superficie su cui appoggiarsi, come se stessimo ancora volando. Il viaggio tra i pianeti ha avuto conseguenze reali e, viceversa, ciò che accade nel mondo reale finisce per influenzare e modificare il corso del viaggio.

La fantasia è il mezzo grazie al quale possiamo davvero liberarci: ci permette di volare e di attraversare luoghi senza confini. La Terra, però, sarà sempre lì ad aspettarci, perché in fondo non ce ne siamo mai andati davvero. Le parti della storia in cui vediamo cosa accade al Caparezza “terrestre” inizialmente sembrano solo una metafora, come una suoneria del telefono che diventa un rombo assordante nel sogno. Ma non è tutto qui. Con questa chiave di lettura vediamo l’epopea spaziale venire dirottata e stravolta dagli eventi che circondano l’imminente concerto. Caparezza dovrebbe salire sul palco, ma non c’è. È nel suo van, disteso a terra, privo di conoscenza. Non è morto: sta semplicemente viaggiando altrove.

Per tutto il fumetto, il binomio capitolo-traccia del disco sembra imprescindibile: senza uno dei due, l’altro non si comprende appieno. Sul finale, però, questa relazione prende una piega inaspettata. L’esplorazione dell’universo porta l’artista (e il lettore) alla realizzazione che la libertà può essere anche una gabbia in cui riusciamo a volare, e non necessariamente l’assenza totale di limiti, che anzi, spesso può farci sentire imprigionati. A volte il luogo in cui pensavamo di essere più liberi diventa proprio quello in cui manca ossigeno.

Orbit Orbit aveva un compito davvero ostico: segnare il debutto di Caparezza in un settore di cui è follemente innamorato, ma di cui non aveva mai calcato le strade da “addetto ai lavori”. E nella scelta su come intraprendere questa strada ha deciso la via migliore: quella di raccontarsi usando come base un’avventura leggera e senza pretese, capace di veicolare ogni suo messaggio senza voler per forza diventare un capolavoro. In questa impresa lo studio, ma anche la sua conoscenza del media, ha fatto da collante tra l’opera fine a sé stessa e tutte le influenze che sono finite anche indirettamente nel fumetto, come le decine di opere che vengono citate nel disco.

Il concetto stesso alla base del viaggio spaziale può essere racchiuso nella citazione a John Difool, protagonista de L’Incal, capolavoro di Jodorowsky e Moebius. Allo stesso modo è difficile non pensare immediatamente a Swamp Thing o Sandman, citati dallo stesso Caparezza nella traccia dedicata, quando leggiamo il confronto con paure e insicurezze, rappresentato magistralmente attraverso Darktar. Questo personaggio mette in scena il lato oscuro di Caparezza, dandogli una forma concreta e ponendolo di fronte a sé fino a scoprire che in realtà di antagonista c’è ben poco.

Arrivati all’ultimo capitolo, le due storie si uniscono nuovamente, regalando un momento di cross-medialità tra musica e fumetto come poche volte si è visto: la traccia risulta quasi incomprensibile senza la lettura del capitolo, e quest’ultimo sembra mancare di una colonna sonora senza l’ascolto della traccia.

Perlificare” significa prendere tutto ciò che di brutto ci circonda e che ci assale e trasformarlo, renderlo migliore, creare qualcosa di bello a partire dalle impurità. Non c’è conclusione più adatta per un fumetto che parla di libertà, di gabbie, di prigioni e di viaggi: il racconto si chiude esattamente come si era aperto, a terra. Con i piedi saldi ma con la mente altrove. Perdere il contatto con la fantasia può essere un dramma, il solo pensiero di non poter creare, per l’artista, è la più oscura delle prigionie.

All’annuncio del fumetto ho subito pensato (e sperato) che Caparezza mettesse tutto ciò che poteva dentro quest’opera, pur sapendo che l’impegno, da solo, a volte non basta. Dopo aver scoperto che avrebbe studiato sceneggiatura e visto che avrebbe affidato i disegni a mani più che competenti, mi sono rassicurato.

Non nego che le aspettative fossero alte e alla prima lettura, soprattutto se vissuta con l’ascolto del disco, l’emozione prende il sopravvento e l’opera prende una forma molto più grande della sua reale essenza. Sembra quasi di leggere un’opera esistenziale, filosofica, caratteristiche che in realtà possiede, ma come accennato all’inizio, con una seconda lettura tutto diventa più limpido, meno torbido e meno influenzato dall’emotività legata al contesto dell’opera.

Senza girarci attorno: se questo stesso fumetto lo avesse realizzato un nome meno altisonante, probabilmente non saremmo qui a parlarne. Questo non significa che si tratti di un’opera non valida o di bassa qualità, ma la sua natura sperimentale (da intendere come debutto di un artista in un campo totalmente diverso dal suo) si percepisce, a volte fin troppo. All’inizio pensavo che senza il nome “Caparezza” in copertina non avrei apprezzato questo fumetto, ma più lo rileggevo, più mi rendevo conto che il discorso è più complesso: senza quel nome, questo fumetto non sarebbe mai stato così.

L’opera riesce però a vivere di vita propria, paradossalmente proprio grazie alle influenze esterne: l’enorme cultura fumettistica dell’autore e un comparto tecnico di tutto rispetto, nonché scelte di regia che costruiscono un volume solido e ben confezionato, ma che da sole non bastano a renderlo memorabile.

Il mio legame con l’artista passa in secondo piano, ma per la natura stessa del progetto è il mio legame con il fumetto a prendere il sopravvento. Due trame che si alternano, tra la scanzonata avventura tra i pianeti e la realisticità delle sue conseguenze, non sono di per sé ganci narrativi così forti da sostenere l’opera, se non fosse per la densità di significato che la permea.

La spada di Damocle che pende sulla testa di Orbit Orbit è anche il suo più grande pregio: un’opera che avrebbe potuto passare inosservata, resa significativa dalla mente e dalle mani che l’hanno creata. Un fumetto che non si prende grandi rischi, perché non ne ha bisogno. Orbit Orbit non splende tanto per ciò che racconta, quanto per il modo in cui lo racconta. Salendo sulla Flying Airstream e accompagnando il cosmonauta faremo la conoscenza di nuovi mondi, nuovi popoli, nuove idee. E la benzina dell’astronave non è altro che la fantasia stessa.

Orbit Orbit riesce nell’intento di trasportare il lettore in un turbinio di eventi fantascientifici sempre legati al terreno, riesce ad aprire l’animo dell’autore e a permettere, a chi lo desidera, di esplorarlo insieme a lui: alla scoperta di ciò che di bello può nascere dal fango, ma anche degli angoli più bui dell’animo umano. Parlando di libertà, ci mostra quanto possiamo sentirci liberi anche all’interno di una gabbia; tra le pagine di un fumetto possiamo comunque volare nello spazio sconfinato.

Questa non è l’opera che cambia la vita, ma è un’opera che nasce proprio perché una vita è cambiata. Il fumetto, per Caparezza, ha rappresentato una ciambella di salvataggio quando tutto era incerto. E per chiunque si sia mai sentito così, anche solo per un istante, Orbit Orbit sarà una lettura capace di ricordargli perché ama così tanto quest’arte. Per me è stato così.

    Murdock Articoli
    Appassionato di Fumetti e Videogiochi, perché esperto non sono e recensore fa subito radical chic.

    1 Commento

    1. Orbit Orbit è sia impossibile da leggere in maniera oggettiva, specialmente per un fan, sia indissolubile dal disco giacché sia il fumetto che il disco sono una parte dell’esperienza narrativa. Di fatti, è forse la prima sperimentale “opera” dell’artista, intesa come suite di mezzi artistici che veicolano ognuno una parte della narrazione. Speriamo continui così. Grazie della recensione e delle tue opinioni.

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