
Dopo aver fatto ripartire da zero l’universo cinematografico DC con un riuscito Superman diretto e scritto da lui stesso, James Gunn affida la seconda pellicola del franchise al regista Craig Gillespie (Tonya, Cruella) e alla sceneggiatrice Ana Nogueira, che per la prima volta si cimenta con la scrittura di un lungometraggio anziché di pièce teatrali. Milly Alcock, nota per lo spinoff del Trono di Spade House of The Dragon, riprende il ruolo di Supergirl in questo omonimo film e fin dal suo cameo ce ne mostra una versione sfacciata, insolente e noncurante – perfetto contraltare al Superman di David Corenswet, che è invece gentile, premuroso e ponderato.
In un certo senso, si può dire che anche i due film fungano un po’ da poli opposti: se Superman si presentava come un lungometraggio ben strutturato e scandito, con un concept chiaro alla base e una resa prevedibile ma emozionante, Supergirl smarrisce un po’ la strada lungo il volo e si dimostra una bella idea riuscita a singhiozzi, con una costruzione che, rispetto all’ottimo progetto di base, presenta qualche mattone fuori posto di troppo.
Il fumetto da cui è tratta la storia, La donna del domani, analizza in modo lento e introspettivo temi come l’eredità della guerra, il senso di colpa dei sopravvissuti e il sempreverde tema della legittimità o meno di una vendetta; su carta, argomenti simili affidati alla produzione di Gunn e all’interpretazione di Alcock già intravista in Superman avrebbero dovuto dar luogo a un mix devastante di comicità fuori luogo e introspezione dolorosa, non a un drink annacquato di personaggi bidimensionali, backstory non approfondite ed evoluzione caratteriale passata in sordina.
Andando con ordine, il film riprende in tutto e per tutto la premessa del fumetto da cui è tratto: è il compleanno di Kara Zor-El (Milly Alcock) e, come d’abitudine, la kryptoniana sceglie di passarlo nel pub di un pianeta illuminato da un sole rosso, di modo da annullare momentaneamente i suoi superpoteri e riuscire così a ubriacarsi come si deve. La sua serata viene però interrotta dall’arrivo al locale di una ragazzina, Ruthye (Eve Ridley), che si appella alla folla in cerca di qualcuno che possa aiutarla a compiere la sua vendetta: la sua famiglia è stata appena sterminata dal bandito Krem (Matthias Schoenaerts), e lei non ha modo di rintracciarlo e ucciderlo da sola. Alcuni clienti del locale si fanno beffe di lei e le rubano la spada, unico oggetto rimastole del padre, e Kara interviene per recuperarla; da quel momento, Ruthye cercherà in ogni modo di convincere Kara ad aiutarla, avendo assistito alla sua astuzia e alla sua forza. Solo quando lo stesso Krem le ruberà la nave e avvelenerà il cane Krypto, suo unico compagno, Kara si deciderà a dare la caccia ai banditi insieme a Ruthye, dando così inizio alla loro avventura insieme.
Viene messa subito in chiaro l’intenzione di far muovere la storia su un concetto diviso in due binari paralleli: entrambe le protagoniste sono due ragazze che hanno perso la propria famiglia, con la differenza sostanziale che Ruthye è ancora nella fase della rabbia e del rifiuto, e per questo cerca vendetta, mentre Kara sembra aver interiorizzato il tutto affogandolo nell’alcool e nascondendolo dietro modi rudi e freddi. La contrapposizione fra le due, così come quella persistente in sottofondo tra Kara e il cugino Clark, è il motore principale della storia e ciò che dovrebbe portare a un’evoluzione caratteriale dei personaggi non indifferente; invece, le due protagoniste restano in stallo psicologico fino agli eventi finali, andando avanti e indietro in un botta e risposta reiterato che non aggiunge nulla al loro rapporto, con Kara che cerca di dissuadere Ruthye dal compiere la sua vendetta e Ruthye che ammira Kara per la sua forza ma non per la sua morale. Stessa cosa avviene per il cattivone che devono fronteggiare, Krem il bandito: nessuno spessore psicologico, nessun approfondimento, solo un alieno decisamente sopra la righe che stermina famiglie e ruba armi e astronavi perché è quello che fanno i banditi.
La sfacciataggine tosta di Kara e la serietà ingenua di Ruthye, anziché creare un duo avvincente di opposti che si stuzzica e si alimenta in una crescita interessante, finiscono inspiegabilmente per appiattirle e far ruotare tutta la loro personalità intorno a questo scontro tiepido di caratteri. L’interpretazione di Milly Alcock riesce comunque a salvare il personaggio, perché dietro ogni rifiuto e ogni battuta c’è sempre una fortissima capacità espressiva che permette di vedere le emozioni conflittuali di Kara anche quando non previste dalla sceneggiatura, mentre lo stesso non si può dire per la giovanissima Eve Ridley, che rimane intrappolata in un personaggio dalle grandi potenzialità ma, di fatto, di poco spessore.
La bidimensionalità dei personaggi è il grande problema del film assieme al suo ritmo, dettato da un montaggio confuso che non permette alle scene di suscitare le emozioni che dovrebbero; se da un lato si riconosce benissimo l’influenza di Gunn nelle sequenze musicali di Kara che si ubriaca nei vari pub e nel meraviglioso combattimento finale in slow motion alternato, il resto del film risulta inspiegabilmente piatto soprattutto nelle scene che dovrebbero emozionare di più, come lo sterminio della famiglia di Ruthye o il flashback sulla famiglia di Kara.
La sinergia fra le protagoniste fallisce a causa della loro bidimensionalità, così come l’impatto struggente delle scene più dolorose non arriva a causa di un montaggio poco sinergico, distaccato e poco chiaro. Viene a mancare così l‘impalcatura essenziale per costruire un film com’era stato, almeno, quello di Superman: nulla di troppo sorprendente o eccezionale, ma con personaggi coerenti e strutturati, e una trama semplice ed emozionante. Su carta, per Supergirl c’era questo e molto altro, ma nella realizzazione qualcosa si è evidentemente perso.
È facile speculare sui motivi per cui il film alla fine non sia completamente riuscito (come il fatto che che ci sarebbero stati due diversi cut a cura di due diversi editor, a giustificare almeno in apparenza il montaggio imperfetto); quello che invece è certo, almeno per chi scrive, è che l’interpretazione principale assieme a una regia più presente avrebbero potuto salvare quello che alla fine dei conti è un film mediocre e leggero, un’occasione un po’ sprecata là dove avrebbe potuto esserci un solido stand-alone con una grandissima protagonista femminile e una devastante riflessione sulla guerra e sui suoi strascichi. Purtroppo, se si è alla ricerca di quello, ci si dovrà rifugiare fra le pagine del fumetto da cui è tratto, o in alternativa allontanarsi dagli universi DC e andare su altro.
Supergirl prova quindi a spiccare il volo ma resta intrappolata fra nuvole confuse di aspettative chiare e realizzazioni insoddisfacenti, lasciando a terra un progetto molto interessante e originale che si è scardinato man mano. Sperando in un futuro più roseo per i prossimi progetti del DCU, ci si augura che il personaggio di Kara possa ritrovare un suo spazio e un suo spessore nei film successivi che la vedranno come personaggio secondario, di cui l’unico certo al momento è Man of Tomorrow, il sequel di Superman in uscita a luglio 2027.







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