SI PUÒ FARE! – I cento anni di Mel Brooks

mel brooks 100 anni

Chissà quante volte vi sarà capitato di sentire la frase “Oggi un film così non si potrebbe più fare!“. Spesso viene usata con un pizzico di energia reazionaria, ma se c’è un autore per cui suona terribilmente vera – eppure riduttiva – quello è Mel Brooks.

La scorsa settimana il regista ha compiuto 100 anni, e sinceramente mi sono stupita della notizia perché credevo abitasse i verdi pascoli già da qualche anno. Poco male: secondo credenze varie dovrei avergli allungato ancora di qualche anno la vita credendolo morto prima del tempo.

Un secolo di vita, gran parte del quale passato a fare la cosa più seria del mondo: farci ridere delle nostre miserie. Quando si parla del suo cinema spesso lo si liquida come intrattenimento di serie B. La parodia, spesso e volentieri, è considerata un sottogenere della comicità, invece io credo che viva una sua esistenza separata. Non è sempre uno sberleffo cinico che punta solo a ridicolizzare l’opera originale.

L’atto d’amore dietro la comicità

Le parodie di Mel Brooks non rappresentano mai un atto di distruzione, ma piuttosto d’amore, perché lui i generi che smonta e riassembla per riderne li conosce bene. Per prendere in giro qualcosa con quella precisione, devi prima averlo studiato attivamente, non si può destrutturare e ribaltare un’opera senza conoscerla a fondo. O meglio si potrebbe, ma il risultato non sarebbe di certo un enorme successo di pubblico per quasi quarant’anni. Non si gira un film in bianco e nero con oggetti di scena originali del 1931 solo per fare una battuta, lo si fa perché si rispetta e ammira quel cinema.

Per festeggiare il suo centenario, e fare ammenda, vi voglio portare dentro i film che più ho amato del regista e ripercorrere come la sua comicità si è evoluta a partire dagli anni ’60 fino ad arrivare a tempi più recenti. Perché alla fine, ridere di ciò che amiamo o crediamo intoccabile, è l’unico modo che abbiamo per capirlo.

Il sodalizio con Gene Wilder

Per favore, non toccate le vecchiette (The Producers, 1968) segna il suo debutto di Mel Brooks alla regia. È una satira feroce al mondo dello spettacolo e al cinismo commerciale. I protagonisti Max Bialystock e Leo Bloom capiscono che un flop teatrale può fruttare più di un successo se si truffano i produttori (in questo caso un gruppo di vecchiette corteggiate da Max senza la minima dignità). Il cuore del film è il musical fittizio “Primavera per Hitler”. Brooks prende il tabù assoluto del dopoguerra e lo trasforma in un numero di tip-tap glitterato ed estremamente kitsch.

Non sta banalizzando il nazismo, bensì sta usando la satira per distruggere l’estetica della superiorità. L’originale del ’68 ha una marcia in più rispetto al remake del 2005 (diretto daSusan Stroman), al quale a parer mio manca la comicità spigolosa del primo adattamento. Forse, a giocare un ruolo fondamentale è stata anche la mancanza di Gene Wilder: un attore che ha sempre dimostrato uno spiccato interesse anche per la macchina da presa e per la scrittura per il cinema.

Infatti qualche anno dopo, in un sodalizio col regista che è passato alla storia, uscirà Frankenstein Junior (Young Frankenstein, 1974). Il film ripercorre la presa di coscienza del dottor Frederick Frankenstein, stimato neurochirurgo americano, che fa di tutto per distaccarsi dalla pesante eredità del nonno, il barone Victor.

Dopo essere stato citato nel testamento del nonno, parte per la Transilvania e nonostante l’iniziale scetticismo si troverà a ritentare l’esperimento del suo predecessore, ma a causa di un accidentale scambio di cervelli si ritroverà a gestire un uomo “alto due metri, e grosso come un armadio a due ante” con le capacità intellettive di un pazzo. Mel Brooks curerà la sceneggiatura insieme a Gene Wilder, e produrranno una piccola chicca nel panorama della comicità parodistica.

L’iconico monologo sulla vita è uno dei miei momenti preferiti, con la parodia che cambia registro e parla di leggi universali, di paure ancestrali come la morte e il suo superamento.

“Da quel fatale giorno in cui fetidi pezzi di melma fuoriuscirono dalle acque e urlarono alle fredde stelle: io sono l’uomo! Il nostro grande terrore è stato sempre la conoscenza della nostra mortalità. Da stanotte, lanceremo il guanto di scienza contro lo spaventoso volto della morte stessa. Stanotte, noi ascenderemo nell’alto dei cieli, sfideremo il terremoto, comanderemo il tuono, e penetreremo fino nel grembo dell’impervia natura che ci circonda!”

Se avete letto il romanzo di Mary Shelley, sapete che il suo libro è impregnato di questo sottotesto: la curiosità morbosa di un cadavere che torna in vita, il superamento della morte, le scoperte scientifiche della sua epoca (a questo proposito, se non lo avete mai letto vi consiglio “La donna che scrisse Frankestein” di Esther Cross).

Il contrasto tra la fotografia cupa e solenne si contrappone alla totale demenzialità di alcune situazioni dando vita, insieme ai momenti più filosofici come quello citato sopra, a un mostro metaforico che prende le nostre paure e le esorcizza.

L’evoluzione pop e metanarrativa

Il cinema di Mel Brooks non si pone limiti di genere: giallo, orrore, commedia… Ogni storia viene rimodellata sulle regole dell’assurdo. Ed è proprio non ponendosi limiti strutturali e di trama che arriviamo alle pellicole degli anni ’90 e al cosiddetto sfondamento della quarta parete. Un espediente narrativo che punta a coinvolgere il pubblico in prima persona. I personaggi sanno di essere in un film, sanno che in sala c’è un pubblico che li sta guardando. È il caso di Robin Hood – Un uomo in Calzamaglia (Robin Hood – Men in Tights, 1993), parodia dichiarata del film Robin Hood – Principe dei ladri, con Kevin Kostner: “A differenza di altri Robin Hood, io parlo con l’accento inglese!”

Rispetto agli anni ’70 e ’80, qui la comicità si fa più pop e metanarrativa. I personaggi arrivano a consultare il copione del film per verificare le regole del torneo di tiro con l’arco, le canzoni diventano veri e propri numeri di cabaret, e spesso Robin (Cary Elwes) rivolge a noi pubblico degli sguardi esilaranti come a dire “vi rendete conto in che storia sono finito?”. Tutti questi elementi, una volta messi insieme, raccontano un genere di comicità che ha al suo interno tutto: riflessione, risate, tristezza, argomenti piacevoli ma anche scomodi.

Gene Wilder, che ha collaborato a lungo con Mel Brooks, ha sempre detto che “fare commedia è la cosa più seria che si possa fare” e mi trovo d’accordo. Dietro il caos apparente, i giochi di parole, le battute demenziali, e la rottura della quarta parete Mel Brooks tratta la comicità come qualcosa di estremamente serio e da smontare con cura per non rompere nessun pezzo. C’è uno studio attento dei tempi comici, della struttura dei generi e della psicologia del pubblico che solo chi ama il cinema può attuare. E per quanto se ne dica, Mel Brooks lo ama. Ci ha mostrato che essere colti e popolari è possibile.

Edith Gulmini Articoli
Sceneggiatrice di graphic novel, divoratrice di manga e esploratrice di cultura pop sul mio Substack. Passo la vita a creare storie e a fare le pulci a quelle degli altri (tra libri, film e fumetti).

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