Sergio Toppi – I capolavori di un artista dimenticato

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Quando, da perfetto sconosciuto quale sono, grazie al cielo, al di fuori del piccolo mondo fumettistico italiano, mi presento a qualche manifestazione dedicata ai comics (a New York come a Buenos Aires, Barcellona come ad Angoulême), mi basta una semplice dichiarazione per suscitare l’interesse e la stima dei miei interlocutori: “Mi chiamo Sergio Bonelli, pubblico fumetti in Italia e sono l’editore di Sergio Toppi.”

Così si apre la biografia di Sergio Toppi su Wikipedia, adducendo che in qualche modo ci sia bisogno di accostarlo a Bonelli per dare un riferimento allo spaesato lettore. Da una parte questa associazione mi fa arrabbiare, ma dall’altra devo ammettere che purtroppo è vero: di Sergio Toppi non si ricorda più nessuno. Il fatto che per me questa sia un’eresia, come se a un certo punto della nostra storia ci fossimo dimenticati di Giuseppe Verdi o di Raffaello (e quest’ultimo lo ricordassimo solo per le Tartarughe Ninja o i cioccolatini della Ferrero), non la rende meno vera. Al contempo sono pure invidioso di chi ancora dovrà scoprirlo, innamorandosi di illustrazioni al limite della perfezione. Chi era Sergio Toppi?

Partiamo col dire che nasce nel 1932 e muore nel 2012, una carriera grossa come un palazzo di Dubai e talmente tanta riconoscenza negli altri paesi (Francia, Spagna, Sud America) da rendere ancora più incomprensibile come ci si possa dimenticare di lui. Lavora al Corriere dei Piccoli, sceneggia e scrive principalmente di guerra e prende incarichi dove capitano. Possiamo vedere le sue illustrazioni nell’Enciclopedia dei Ragazzi e nella biografia di Pietro Micca, nel Giornalino e nella sezione per giovani de Il Messaggero di Padova, come anche parecchie sostanziose collaborazioni con Linus, Alter-Alter e Corto Maltese (la rivista) che rappresenteranno la svolta della sua carriera.

Lasciando un attimo da parte la parentesi Un uomo un’avventura edita appunto da Bonelli, la cui citazione immagino derivi da quel periodo, è subito dopo questa pubblicazione che il maestro Sergio Toppi pesta sull’acceleratore. Dal 1977 comincia a far uscire per Alter-Alter, il Giornalino e Nuvolari, qualcosa che cambierà per sempre il volto dell’illustrazione italiana all’interno della comunità mondiale del fumetto. Tre capolavori, in rapida successione, basati su storie autoconclusive e che in seguito verranno accorpati in tre diversi volumi tematici. E questi tre monumenti di cui parleremo sono solo una parte delle sue pubblicazioni, seppur i miei preferiti.

 

Sergio Toppi per corto maltese

Io ho scoperto Sergio Toppi marinando la scuola, in una biblioteca in cui mi ero rifugiato con uno dei miei migliori amici, mentre rovistavo in mezzo a pubblicazioni impolverate che nessuno affittava più da anni. Ricordo che il mio primo pensiero fu “ora questo volume lo rubo”, ma per via del formato così grosso sapevo che non sarei riuscito a portarmelo via. Così cominciai a sfogliarlo, mi annotai il nome dell’artista e tempo dopo riuscii a recuperarne una copia in ebook a pochi euro. Era Sharaz-de. Ricordo pure che avevo sedici anni e per la prima volta in vita mia mi chiesi: “come mai non ne ho mai sentito parlare?”.

All’epoca il web esisteva già ma era ancora terra di nessuno, c’erano pochi riferimenti alla mia materia di interesse preferita, e ciò che non riuscivo a comprendere (proprio non mi ci raccapezzavo) era come fosse possibile che a scuola non si parlasse di questo straordinario artista. La risposta me l’avrebbe data Sergio Toppi stesso, in un’intervista che vidi molto tempo fa e che lamentava l’uso italiano di dare alla parola fumetto un significato deteriore. Di secondo livello, insomma. Ora che il settore fa sempre più fatica e che la lettura (di fumetti e non) è stata completamente cancellata dalla mente dei giovani, la speranza che Toppi venga riscoperto si è ulteriormente assottigliata per forza di cose.

Sergio Toppi artwork

Prima di sviscerare i suoi tre capisaldi, vorrei raccontarvi cos’era davvero Sergio Toppi. Prendete Inoue, sommate Miura, aggiungete Pratt e non avrete nemmeno la metà di ciò che riusciva a creare questo artista. Stiamo veramente parlando di illustrazioni sotto steroidi, qualcosa di così inarrivabile da risultare inumano. In genere non si fanno paragoni tra gli artisti, lo so è di cattivo gusto, però è indubbio concordare che Sergio Toppi è (e probabilmente sempre sarà) uno dei migliori illustratori della storia. Ve la dico tutta: se questo artista fosse stato americano o giapponese, adesso sarebbe celebrato con duemila ristampe e una statua in qualche parco come per Go Nagai. Invece il nostro Sergio ha avuto la strana e sfortunata sorte di nascere in Italia, seppur in un periodo piuttosto florido per l’arte sequenziale.

Sergio Toppi sentiva il fascino della guerra e del conflitto, pur odiando la natura di questi fenomeni, e sapeva trasmettere la dualità del massacro come nessun altro. Ogni sua pagina era un ritratto del misticismo bellico che si può osservare nella letteratura arcaica, con un particolare impegno a inserire qualcosa che in pochi sono riusciti a calibrare con una tale delicatezza: la magia. Inserire un pizzico di irrazionale nel razionale è ciò che rende speciali le testimonianze degli eventi, le cronache di uomini che sembravano scelti dagli dei e che ora sono perdute nei meandri di una memoria fallace o parziale. Vi è mai capitato di ascoltare una storia da bar inspiegabile e provare, da adulti, quel brivido percepito solo da bambini? Magari un racconto di fantasmi o di qualche episodio inspiegabile capitato e tramandato di bocca in bocca? Ecco, questo è ciò che Sergio Toppi riusciva a inserire con maestria e grazia nei suoi lavori.

Sharaz-de

Sharaz-de copertina

La storia è nota a tutti, infatti si tratta di Le Mille e una Notte. Nonostante immagino non ci sia troppo bisogno di dare un’infarinatura, per completezza un piccolo sunto potrebbe essere doveroso: il Pādishāh Shahriyār, sovrano della Tartaria, viene tradito dalla moglie durante il governo condiviso con suo fratello minore. Scoprendo che pure il fratello è stato tradito dalla moglie, e inferocito come un lupo idrofobo, comincia una battaglia (personale quanto strana) contro l’infedeltà femminile. Il Pādishāh Shahriyār decide di sposare una donna al giorno, giacere con lei e infine ucciderla quando viene l’alba.

Questo atto di misoginia e celebrazione del femminicidio, porta il regno a uno stato non solo di lutto ma di vera e propria disgrazia, fino a quando non si presenta a corte Shahrazād, una donna in grado di temporeggiare all’infinito. Il piano consiste nel raccontare al Pādishāh una favola diversa ogni notte, in modo che, incuriosito dal sentire nuove storie, non uccida la bella e scaltra Shahrazād e al contempo anche le giovani del regno possano sopravvivere alla furia cornuta del sovrano. Alla fine, Shahrazād riesce a far cambiare idea al Pādishāh Shahriyār con le morali delle sue storie, che per quanto brevi raccontano esempi di virtù e saggezza o di arroganza e sconsideratezza.

Sharaz de vignetta quarta storia

L’atmosfera di Le Mille e una Notte fa parte del concetto di esotico per eccellenza, qualcosa che può prendere spunto dalla realtà e inserirci dentro la magia senza stonare. Se ci pensiamo, anche il Conan di Howard e la sua Cimmeria erano una rappresentazione dell’oriente magico, cupo e sanguinario ma al tempo stesso ammaliante. Dune di Herbert ha elementi simili, poi persi nelle trasposizioni cinematografiche odierne. Gran parte del fantasy anni ’80 conservava questo tipo di stilema, poi evoluto o involuto a seconda del proprio punto di vista.

Ciò che però riesco a trovare più vicino, almeno come espressione di questo immaginario disegnato da Sergio Toppi, sono le opere di Dino Buzzati. In alcune delle storie raccontate da Shahrazād si sente l’assurdo e lo sconcerto che un ragazzo degli anni ’40 poteva provare leggendo Il Segreto di Bosco Vecchio. Oppure lo stesso impianto stilistico, seppur in polvere e rovina, narrato in Il Deserto dei Tartari. O qualcosa di vicino a una maledizione come quella del Colombre. Queste sono ovviamente le mie sensazioni, quelle che ho provato leggendo qualcosa di così graficamente stimolante e allo stesso tempo figlio di una tradizione narrativa alta, magnifica e ormai dimenticata dagli stessi italiani che l’avrebbero dovuta proteggere.

Sharaz de vignetta seconda storia

Lo stile grafico di Sharaz-de non rende quando descritto, perciò mi limiterò a dirvi come è stato lavorato. E vi prego di fidarvi perché questo libro, questo manifesto che porta il fumetto italiano in una vetta irraggiungibile da chiunque altro, non potrà che stravolgere le vostre convinzioni riguardo l’arte illustrata e in sequenza. La geometria e il caos si fondono in Sharaz-de, abbandonando totalmente la griglia per andare incontro a una composizione in cui il disegno stesso è la griglia. Dentro ogni pagina ritraente una figura umana, un animale, una scena, c’è sia l’astrazione del fumetto sperimentale, incontrato tra le pagina di Alter-Alter, sia la composizione registica di un jazzista.

In alcuni casi le forme sembrano tagliate per diventare qualcosa di completamente diverso, in altre la prospettiva del fumetto passa alla profondità: da dentro a fuori invece che da sinistra a destra. Infatti è proprio il tratteggio di Sergio Toppi a creare una sostanza che smette di essere inchiostro, diventando una creatura organica e tridimensionale. Ci sono tavole in grado di far sentire il lettore quasi all’interno di un gioco di prestigio, mettendo in discussione tutto quello che si è studiato finora sulla composizione fumettistica. E volete sapere il bello? Che detta così pare di stare a una mostra di qualche illustratore folle, il classico “polacco morto suicida a vent’anni, copie vendute due”… invece la storia fila che è una bellezza e senza annoiare. Questo albo è da sposare, farci casa insieme e cinque pargoli cartacei e d’inchiostro.

Köllwitz 1742

Kollowitz copertina

Questa è una raccolta di storie apparse in precedenza su Alter-Alter, il cui leitmotiv è guerra, violenza e umanità. L’aspetto davvero assurdo è che, in mezzo a uno spettacolo funambolico di tecnica ed estetica, dentro tavole che fanno dell’impossibile il giornaliero, nel mentre che ti accorgi di dettagli a cui puoi arrivare solo soffermando lo sguardo per ore, anche qui non c’è una sola storia brutta. Che dico brutta, anche mediocre andrebbe bene, giusto per riportare Sergio Toppi alla dimensione dei comuni mortali. E invece nulla, sono una più bella dell’altra.

Ve lo dice uno che non è di bocca buona. Guardo tutto con occhio critico, se c’è anche solo un dettaglio che mi stona perdo interesse, mi arrabbio con autori deceduti da decenni e commento aspramente sul web. Se ci fosse anche solo un difetto lo urlerei a gran voce ma, semplicemente, non c’è. Sapete cosa dicevano di Sergio Toppi? “Le pagine sono troppo belle, potrebbero distrarre il lettore”. Ed era una critica seria mossa dai recensori dell’epoca. Non vi farò spoiler sulle storie, che sono appunto Köllwitz 1742, Tell Aqqaqir 1943, Qualcosa che mi cammina vicino e Nahim. Però almeno la prima, la mia preferita di questo volume, voglio raccontarvela ed è proprio quella che dà il nome all’intera opera.

Kollwitz vignetta generale

Prussia, 1742: c’è un generale che continua a vincere, battaglia dopo battaglia, senza mai manco l’ombra di una sconfitta. Prima di disporre le formazioni con corazzieri, granatieri, cavalleria, fanteria e cannoni, mette per iscritto degli ordini fatti di numeri e li consegna agli ufficiali. Il generale non viene mai nominato, non si sa chi sia, forse un rampollo di qualche casata o qualcuno che si è fatto sul campo come Napoleone. Fatto sta che vince sempre, fino a quando una battaglia la perde.

Ecco, il racconto è dal punto di vista di un soldato che trova una grossa chiave al collo di un ufficiale mentre scappa inseguito dagli ussari nemici, proprio durante la prima sconfitta del misterioso generale. Durante la fuga viene avvicinato da un ufficiale che gli propone di vendergli la chiave a venti talleri, per poi lasciarlo andare. Immediatamente dopo si scopre che la chiave trovata dal soldato non è altro che quella dello sportello che apre il torace del generale, zeppo di ingranaggi e robotico. Il generale robot aveva perso perché si era rotto.

Kollwitz generale robot

Qui lo stile grafico adottato da Sergio Toppi è leggermente diverso perché, come possiamo ricordare, queste storie sono uscite per delle riviste. Le stesse su cui illustravano Pazienza, Mattioli e Igort. La difficoltà infatti stava nel riuscire a rendere le tavole, tramite la scansione a lastre, nella maniera migliore possibile, perché quelle di Sergio Toppi avevano un mare di dettagli che si perdevano se non trattate con accortezza. Anche se abbiamo un bianco e nero pressoché totale, riferisco una lamentela che l’artista fece in una sua intervista di parecchi anni fa (e recuperabile tranquillamente su YouTube): il bianco e nero è meglio perché il colore è facile che lo sbaglino in stampa. E in effetti è una lamentela comune, soprattutto tra i coloristi che attualmente se la passano un poco meglio, ma all’epoca invece sudavano freddo negli attimi prima delle stampe.

Il tratteggio la fa da padrone, ma qui abbiamo i più begli esempi di segno vigoroso e foglio grattato, come lo definì il Corriere della sera. Inoltre possiamo vedere una delle mie tecniche preferite: stracci imbevuti di inchiostro per creare delle grandi masse nere e dunque risaltare i bianchi, creando forme geometriche perfette per far esplodere gli ampi grandangoli spaziali. Questa delle masse me la sogno la notte, perché ha dentro una cifra artistica che ha ispirato anche il nero di autori come Mignola. Anche questa volta abbiamo una struttura nuova per la gabbia, seppur diversa da Sharaz-de, in quanto più ordinata ma comunque incline alla rivoluzione stilistica di Alter-Alter che poi spopolerà in Francia. E infine è proprio in queste storie che vediamo come Sergio Toppi riesce a disegnare i materiali dando loro vita: la terra, il legno, il ferro, la pietra, il tessuto. Rende il tutto ruvido, reale, quasi che toccando la pagina si riesca a percepirne l’essenza. In una parola: pura maestria.

Tanka

tanka sergio toppi

Anche questa è una raccolta di storie comparse in diverse testate, tra cui Alter-Alter. Il tema principe è un Giappone talmente evocativo da lasciare a bocca aperta, sequenza dopo sequenza. Sergio Toppi crea un’immagine feudale, di miseria, che raramente sono riuscito a osservare in un’opera. Caratterizza perfettamente ogni personaggio in due battute, donando in poco tutti gli elementi per costruirsi mentalmente l’antefatto e assaporare ogni respiro, ogni verso sgraziato, ogni imperfezione che si può vivere dentro una storia a misura d’uomo. Sono tutti racconti autoconclusivi, ovvero Tanka, Una spada per Kimura, Sato e Ogari. E sapete cosa ho provato la prima volta che posai le mani su questo volume? Ho sentito ciò che riusciva a fare Kurosawa.

La bellezza di Kurosawa stava proprio nel far assaporare lo sporco di tutti i giorni, seppur nella salsa epica che poi diede il via al racconto western come lo conosciamo oggi. Preso in prestito da Sergio Leone, razziato da Tarantino, parliamo proprio di quella bruttura che ti fa apprezzare un personaggio e lo mette come tuo pari. Qui Sergio Toppi fa la stessa cosa, sul finire degli anni ’70 e nelle edicole di tutta Italia, facendomi invidiare chiunque abbia avuto la possibilità di trovare tali opere d’arte dal giornalaio sotto casa. Il paradosso è che una rivista come Alter-Alter, dove è apparsa la mia storia preferita di questo volume, costava poche lire e adesso sembra un cimelio impossibile da recuperare. Ma andiamo proprio a sviscerare tale storia, ovvero Ogari.

Vignetta Tanka Ogari

Giappone, 1650: un ronin affamato, lercio come mai prima d’ora, vaga in mezzo alla campagna in cerca di qualcosa da mangiare. Non è abituato a questa vita, prima aveva tutti gli onori del caso e prendeva senza chiedere perché investito della carica di Samurai. Ora, disonorato, decide di prostrarsi davanti agli unici abitanti di questo villaggio composto interamente da vecchi canuti e diffidenti. Chiede cibo, in cambio dovrà fare dei lavori di fatica che gli anziani non possono più fare. Dunque si spacca la schiena e quando è il momento del pagamento viene scacciato via a sassate, deriso e umiliato. Sulla strada del ritorno, il ronin viene raggiunto da uno spirito che gli consegna un incantesimo per vendicarsi del villaggio che l’ha trattato in quel modo indegno. Il ronin recita le parole magiche e il villaggio salta in aria con un lampo di luce bianca e una fumata nera a forma di fungo. E sapete quali erano queste parole? Alamogordo, Jumbo, Little Boy ed Enola Gay.

In Tanka lo stile di Sergio Toppi contrae una variazione che parecchi, magari digiuni di fondamentali della conoscenza del fumetto, non riescono a vedere. Prendiamo Sharaz-de e Köllwitz 1742, tiriamo un pochino le somme e sarà subito chiaro che le pagine sono pregne: inchiostrazione con neri carichi, pennino che solca la pagina fino a creare grovigli di budello nelle forme, addirittura rivisitazione completa della tavola perché l’illustrazione stessa sia una griglia per la storia, e così via. In Tanka invece è presente un ampio uso del Ma: lo spazio, l’assenza, la pausa, il silenzio, come elemento integrante della storia. E non a caso il concetto di Ma è giapponese.

Tanka Ogari vignetta spirito

Questo Sergio Toppi lo fa con i bianchi e, seguitemi perché è importante, con questa tecnica mischiata al tratteggio riesce a rappresentare il vento. Non fa le ondine, il ghirigoro che in genere viene usato per far vedere che tira bufera. No, usa il bianco e degli elementi piegati dal vento vicino a una figura solitaria, ciocche di capelli mosse da correnti invisibili e linee cinetiche sottintese perfette in ogni tavola. Io non ho mai visto realizzare da nessuno il vento, in un fumetto a lettura principalmente verticale, grazie all’assenza del colore. Voi? La stessa assenza di colore viene utilizzata anche per creare riflessi di luce che risultano così perfetti da far strizzare gli occhi al lettore. Anche in Tanka, non sto nemmeno a dirvelo, il lavoro di Sergio Toppi è superlativo.

In conclusione, non serve ribadire che Sergio Toppi è un maestro. Non serve neppure dire che nel corso del tempo è diventato un monumento del fumetto mondiale, osannato da tutti tranne che dalla nazione che gli diede i natali. Sarebbe pure superfluo consigliarvi caldamente la lettura delle sue opere, perché credo si sia già evinto da questo approfondimento. Eppure, un ultimo messaggio vorrei lasciarlo: a mio parere, in un mondo colmo di brutture, sarebbe salutare per ciascuno di noi riempirsi gli occhi di bellezza. E se vi piace il fumetto italiano, quale occasione migliore per riscoprire le tavole più belle che lo stivale abbia mai sfornato?

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Sono un appassionato di fumetti, graphic novel, manga ed illustrazione da quando avevo circa dieci anni: i miei genitori mi comprarono un Dylan Dog nell'edicola di paese dopo esser stato dal dentista e l'anestesia, mischiata alle storie di Tiziano Sclavi, cambiarono in modo radicale qualcosa nel mio cervello. Forse fu in quel momento che capii che quello sarebbe stato il mio argomento preferito. Ho un santino di Hergé al collo e in battaglia solleverei lo stendardo di Alan Moore.

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