Obi-Wan Kenobi: per favore, dammi la Forza

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Per anni i fan della galassia lontana lontana si sono uniti, sgolandosi a gran voce invocando una preghiera e una sola: più Star Wars. Era il classico setting da genio della lampada, ma ancora non lo sapevamo: dovevamo stare attenti a ciò che desideravamo perché avremmo potuto ottenerlo.

Dopo The Mandalorian e The Book of Boba Fett, ecco concludersi un altro prodotto televisivo legato all’universo di Star Wars: Obi-Wan Kenobi. La serie, diretta da Deborah Chow e disponibile solo su Disney+, tira in causa uno dei personaggi più amati di tutti i tempi della saga, proprio quel “Ben” (Ewan McGregor) che diventerà il paziente mentore di Luke Skywalker, rifugiatosi su Tatooine dopo la Purga Jedi dell’Episodio III.

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Com’è andato questo nuovo capitolo di una delle narrazioni più ampie della cinematografia moderna? Male. Anzi, forse malissimo. Finita questa mini-run di 6 episodi mi è rimasto soltanto un enorme, ciclopico, mastodontico senso di frustrazione. Allora, come mio consueto, ho iniziato a farmi delle domande per capire cosa mi avesse dato esattamente così fastidio della gestione di questa serie per la quale, onestamente, avevo grandi aspettative.

Forse il fatto che sia girata male, con grandi trovate di regia come far entrare in scena Lord Vader, il temibile signore dei Sith, in un campo lungo ripreso dall’alto in modo da farlo sembrare un gnomo? Il suo essere montata peggio, con errori di continuità spaziale che rendono difficile capire gli spostamenti dei personaggi? Il fatto che si tratti di un prodotto iper-derivativo, che non aggiunge niente di nuovo e, anzi, ruba quel poco che aveva funzionato dagli altri prodotti del franchise? L’ennesima riproposizione dell’archetipo di Lone Wolf & Cub del cavaliere silente che accompagna l’indifesa, ma importantissima creaturina di turno (sì, proprio come in The Mandalorian!)? L’aver sminuito, banalizzato e “scaricato” spade laser e blaster, tanto che i personaggi si salvano da ferite che, in altri film, avevamo sempre classificato mortali? O forse il fatto che in 6 episodi, SEI dico, non succede assolutamente nulla di interessante?

No, niente di tutto questo ma qualcosa di anche peggiore, che mi ha infastidito ancora di più. Scaviamo un altro po’, cerchiamo ancora. Forse il fatto che, nonostante sia una serie dal budget relativamente alto, ci sono scelte estetiche di CGI terribili, come i maldestri tentativi di de-aging? O il problema sono i dialoghi, scarni ma al tempo stesso banali e zeppi di cliché? Poi ho capito. Era sì tutto questo, ma la cosa che affossa terribilmente la serie rendendola incoerente e una bella fetta di groviera per quanto riguarda la scrittura è la gestione dei personaggi.

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In Obi-Wan Kenobi, come in tanti altri prodotti della saga, esistono due tipi di personaggi: chiamiamo i primi original character, alludendo a quei personaggi creati ex novo per la serie e mai apparsi prima, e i secondi personaggi classici, intendendo quelli che col tempo abbiamo imparato ad amare e conoscere, Obi-Wan su tutti. Se ve lo steste chiedendo, sì, entrambe le categorie sono state gestite malissimo.

Partiamo dai personaggi classici, di certo insidiosi perché comportano una continuity da rispettare, ma dall’altra parte già ben formati. Analizzando l’arco narrativo, troviamo due tra le cose più sgradevoli quando si parla di narrazione dei personaggi: occasioni mancate ed errori di continuity. Ci presentano Obi-Wan alle prese con un chiaro dilemma interiore, derivato dall’ultimo scontro avuto contro Anakin, il suo vecchio padawan. Come manifestazione visiva di questo dilemma, Obi-Wan non riesce a estrarre la sua spada laser. Gestione giustissima: si sta creando il momento, si sta seminando il terreno per quando Obi-Wan, alla fine, riuscirà a capire che Anakin non c’è più e che deve combattere. Sembra tutto giusto, no? Peccato che, letteralmente venti secondi dopo questa scelta pacifista, Obi-Wan ci ripensa ed estrae la spada: esempio di occasione mancata.

La serie si è trovata anche un grosso impiccio tra le mani, che sembra aver totalmente ignorato: come si fa a coinvolgere il pubblico quando sa che il personaggio principale non può essere realmente in pericolo di morte, dato che poi tornerà in Una nuova speranza? Nessuno sceneggiatore si è posto questa domanda, e ogni volta che Obi-Wan andava a “sacrificarsi” per la fazione in pericolo di turno mi veniva solo da sbadigliare. A fare da spalla al protagonista c’è una giovane Leia (Vivien Lyra). I due condividono peripezie, drammi e insidie per buona parte della serie. Sembra strano, allora, che a inizio di Episodio IV Leia non abbia alcuna memoria del vecchio Jedi: esempio di errore di continuity.

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Veniamo quindi agli original character, anzi, all’unico di questi con un po’ di rilievo: Reva (Moses Ingram), anche detta la Terza Sorella. La troviamo alla corte degli Inquisitori, con una strana ossessione per Kenobi, e abbastanza presto capiamo che il Jedi le occorre come trofeo per la sua arrampicata sociale e arrivare al cospetto di Vader. Per raggiungere il suo scopo Reva compie ogni tipo di nefandezze e di crudeltà, ma con l’avanzare della storia si scoprono le reali motivazioni alla base del suo comportamento e delle sue scelte, che sono assolutamente antitetiche rispetto al suo modo di agire e la rendono del tutto incoerente. Lo sviluppo, poi, altalenante e brusco, contribuisce a questo senso di smarrimento per quanto riguarda la linea d’azione dell’original character della serie.

Non salva niente l’effetto nostalgia, in quel paio di momenti che vorrebbero strizzare l’occhio ai fan di vecchia data: penso che ormai buona parte del pubblico sia preparato ai rimandi emotivi e abbastanza desensibilizzato da non farsi gettare fumo negli occhi solo da un “Hello there” o un brano della colonna sonora ben piazzato. Obi-Wan Kenobi poteva essere tanto, ma ha deciso di essere nulla.

Nasce a Firenze nel '91, è autore di fumetti e docente di storytelling all'accademia di cinema di Firenze.

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