Poker Face, la stucchevole autocelebrazione di Russell Crowe

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Voto:

In cuor mio speravo che questa recensione non arrivasse mai. Proiettato in anteprima esclusiva per l’Italia da Alice nella città – partner ufficiale della Festa del cinema di RomaPoker Face è il nuovo lungometraggio scritto, diretto e interpretato da Russell Crowe. Quest’ultimo non metteva piede dietro la macchina da presa dal 2014, anno di uscita del mediocre The Water Diviner. Credetemi se vi dico che la sua assenza è stata un gran bene, tuttavia parte del pubblico pare non pensarla così: Crowe è stato infatti accolto a Roma con un boato calorosissimo, complice l’esclusiva masterclass organizzata per presentare la sua ultima fatica e dove l’attore neozelandese si è autoproclamato “zio di tutti i romani” (in onore del suo ruolo nel cult Il gladiatore).

Tarallucci e vino a parte, se il nostro Russell avesse voluto bene per davvero alla Città Eterna, ci avrebbe tenuto lontani anni luce dalla sua creazione: una pellicola acerba e sfilacciata, così tanto da rasentare l’infantile. Un sonoro buco nell’acqua che, ahimè, tocca sviscerare.

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Anche io avrei voluto essere così felice durante la proiezione del film.

Partiamo dal principio: Poker Face è – o meglio vorrebbe essere – un thriller, e la trama fortunatamente è semplice. Jake Foley (Russell Crowe) è un giocatore d’azzardo di 57 anni, divenuto miliardario dopo aver creato insieme all’amico Drew (RZA) un intricato sistema di sicurezza informatico chiamato Riffle; questa invenzione ha permesso ai due di lavorare per vari governi nel mondo. Jake potrebbe godersi la vita, ma un tumore incurabile lo costringe a cambiare piani. L’uomo, a ben vedere, non è così fortunato come sembra: la moglie Allison (Lynn Gilmartin) è morta in un incidente stradale; inoltre, dopo essersi risposato con Nicole (Brooke Satchwell) e aver avuto da lei una figlia di nome Rebecca (Molly Grace), tenta di nascondere a entrambe la malattia.

A ciò si aggiunge un flashback che apre il racconto mostrandoci la giovinezza di Jake, un periodo in cui era circondato da inseparabili amici (appassionati di poker come lui): Michael (Liam Hemsworth), Paul (Steve Bastoni) e Alex (Aden Young). Questi ultimi, per varie ragioni personali, hanno rotto bruscamente i rapporti col protagonista. La sua decisione – non avendo più niente da perdere – è quindi quella di organizzare un’ultima partita a Texas hold ’em con i vecchi compagni, presso una lussuosissima villa a Miami. Un incontro – dal montepremi di 25 milioni di dollari – che si rivela subito essere la rivincita di Jake nei confronti dei rivali, un’occasione per scoprire tutti i loro segreti prima di morire.

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Da sinistra: Michael, Paul e Alex.

Purtroppo, i problemi e le sbavature non tardano ad arrivare: la prima grossa pecca del film è aver voluto infarcire una storia elementare con situazioni collaterali scollate dal nucleo narrativo centrale; aggiunte poco approfondite e, nei casi peggiori, confusionarie. Un esempio calzante è il viaggio che Jake compie prima di escogitare il suo piano: si reca da uno sciamano (Jack Thompson) che, oltre a donargli un pericoloso siero della verità per avvelenare gli amici, lo riempie di paroloni e chiacchiere filosofiche sull’autocontrollo, la mortalità di corpo e anima e altre banalità pseudo-spirituali che hanno ben poco a che fare con il racconto.

Il montaggio pasticciato complica le cose, poiché si prende spesso l’azzardo di ragionare per immagini, mostrandosi poco didascalico. Per una volta una bella dose di linearità avrebbe giovato, ma si è scelto di rimbalzare avanti e indietro tra scene che introducono argomenti e temi senza poi contestualizzarli a dovere. Il risultato è un lungometraggio sbrigativo, senza un filo conduttore preciso; Russell Crowe come regista mi ha dato immediatamente l’impressione di aver voluto mettere tanta carne al fuoco solo per fini autocelebrativi, restituendo però un minestrone soporifero che parla del nulla.

Con delle premesse narrative simili, in cui vengono annessi anche problemi familiari e di cuore, Poker Face non riesce proprio a ingranare: sono necessari 30-40 minuti – su 94 – affinché le vicende vengano leggermente ravvivate. A dare una svegliata al ritmo pachidermico – dopo circa 1 ora e 10 – è l’entrata in scena di una banda di ladri d’arte capitanata dal fratello di Paul, Victor (Paul Tassone). I criminali vogliono depredare la villa di Jake, ma non hanno idea della partita di poker in pieno svolgimento durante la loro irruzione. Questo agguato, perfettamente in linea con gli stilemi più stantii del genere home invasion, scatena una banale e prevedibile lotta, mentre la tanto blasonata sfida a Texas hold ’em viene lasciata superficialmente in secondo piano. Tutto questo movimento fa sorgere spontaneamente una domanda fondamentale: perché i malviventi ce l’hanno proprio con Jake Foley?

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Tale dubbio è dovuto alla totale piattezza di tutti i personaggi, un difetto grave siccome un thriller intrigante dovrebbe basarsi proprio su protagonista e comprimari. Nello specifico – sorvolando su Michael, Paul e Alex che si muovono nella narrazione senza motivazioni giustificate o credibiliVictor, oltre ad assomigliare ad un brutto cosplayer di Mel Gibson, è un antagonista avvilente, una macchietta fatta e finita a cui manca un obiettivo concreto. L’unico interprete a spiccare leggermente è proprio Russell Crowe; nonostante ciò, la sua recitazione di mestiere non riesce a salvare l’intreccio senza mordente e privo di tensione. La dimostrazione di come il nostro ex gladiatore dovrebbe lasciar perdere del tutto il mestiere di regista e di scrittore, per vestire solo i panni da attore.

Alla fine della fiera, dinnanzi a cotanta vuotezza non ci si riesce nemmeno a spiegare perché Jake si comporti da manipolatore nei confronti dei suoi amici. Perché architetta una vendetta? Perché è circondato da persone che hanno conti in sospeso con lui? Tutti quesiti leciti a cui la sceneggiatura puerile e a tratti insensata, scritta a quattro mani da Crowe stesso e Stephen M. Coates, non dà risposte e nemmeno ci prova. In altri termini, saltano fuori qui e là spunti vagamente interessanti che però non incontrano mai momenti di svolta o risoluzioni adeguate.

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In questo mix costellato di lacune, il lato tecnico non fa altro che peggiorare la situazione: la regia è di un’immaturità sconfortante e palesa come Russell Crowe non sappia utilizzare adeguatamente né la macchina a mano – oltremodo disorientante nelle poche scene d’azione – né sfruttare in maniera originale delle messe in quadro più statiche; non mancano occasionali e fastidiosi scavalcamenti di campo. La tanto anonima quanto laccata direzione della fotografia a cura di tale Aaron McLisky pianta l’ultimo chiodo sulla bara sfoderando inutili god rays che sporcano le riprese e un focus in/focus out ancora più seccante. Per dirla in parole semplici, l’estetica generale non è dissimile da un brutto spot di auto sportive (presenti, guarda caso, in una delle sequenze più patinate di tutta la pellicola).

Un finale buonista corona – con delle spine – una melassa molto faticosa da digerire, senza spina dorsale né personalità che si lascia andare a sofismi spiccioli parlando di massimi sistemi. Discorsi sul karma, la solitudine, l’amicizia e il volubile gioco della vita generano groviglio pretenzioso in cui viene addirittura citata a sproposito una delle tre leggi di Newton (“abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno” avranno pensato in durante la stesura della sceneggiatura).

Poker Face, in definitiva, è un progetto riassumibile con una parola: egomania. Con nauseante narcisismo, pare che Crowe abbia voluto consegnare alla storia del cinema il suo testamento artistico. Effettivamente, se la qualità complessiva si attesta su questi livelli, meglio godersi una meritata pensione pensando ai bei tempi de Il gladiatore e dimenticando questo triste fiasco. La faccia da poker è quella che lo spettatore fa subito dopo essere uscito dalla sala.

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Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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