Omicidio nel West End, un omaggio scherzoso ad Agatha Christie

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Il giallo è un genere letterario e cinematografico che non potrà mai passare di moda: periodicamente torna a riempire sale e librerie con nuovi prodotti che – chi più, chi meno – ricalcano intramontabili capisaldi della letteratura, nello specifico Agatha Christie parlando di Omicidio nel West End. Quest’ultima è l’ennesima opera che desidera portare in scena l’eredità della scrittrice britannica; Kenneth Branagh con i suoi Assassinio sull’Orient Express Assassinio sul Nilo ha cercato di essere più che mai fedele agli scritti originali, invece Tom George – giovane filmmaker al suo esordio nel cinema – gioca la carta della commedia. Sarà stata la mossa giusta per questo suo primo lungometraggio?

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Nel prologo, la bravura di Adrien Brody ruba la scena.

Visto uno, visti tutti“, così la voce narrante di Leo Köpernick (Adrien Brody) apre le vicende riferendosi proprio al genere whodunit. Il motivo di questa sua affermazione caustica è presto detto: lui è un famoso regista americano in visita a Londra per girare un adattamento filmico di Trappola per topi. Siamo negli anni ’50 e il suddetto dramma teatrale di Agatha Christie sta riscuotendo un successo strepitoso a pochi giorni dalla sua uscita. Nonostante la pièce sia giunta alla sua centesima replica, il cineasta statunitense è maldisposto nei confronti del progetto, poiché ritiene che uno spettacolo simile sia prevedibile e noioso, soprattutto per il cinema; a peggiorare le cose c’è lo sceneggiatore Mervyn Cocker-Norris (David Oyelowo), un artista manchevole di inventiva che non fa altro che attenersi agli stilemi stantii del genere giallo.

Köpernick, dal canto suo, è un donnaiolo alcolizzato che crea non pochi problemi a chi gli sta intorno: il produttore John Woolf (Reece Shearsmith) e gli attori Richard Attenborough (Harris Dickinson) e Sheila Sim (Pearl Chanda) – personaggi realmente esistiti – sono infastiditi dalla sua presenza. Dopo i primi screzi, il regista viene misteriosamente ucciso all’interno del teatro e lasciato in bella vista sul palco. Chi è stato e perché? L’assassino potrebbe colpire ancora?

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Ecco tutti i possibili sospettati.

Scotland Yard interviene immediatamente e ordina all’ispettore Stoppard (Sam Rockwell) e alla tanto giovane quanto sbadata agente Constable Stalker (Saoirse Ronan) di risolvere il caso. La coppia viene subito delineata come un improbabile duo comico, in quanto formato da due persone agli antipodi: Stoppard è il classico investigatore serioso, disilluso e dipendente dall’alcol; Constable invece è una donna chiacchierona, ingenua e ansiosa. Nel corso della storia, i colleghi – ricalcando alcune formule rodate dei buddy movie – imparano a collaborare e ad arginare i loro difetti. Stalker, per esempio, è una poliziotta morbosamente pignola che annota qualsiasi cosa sul suo fedele taccuino e che ha il brutto vizio di saltare a conclusioni affrettate; una cattiva abitudine che, inevitabilmente, ostacola le indagini dando luogo a errori di giudizio e divertenti malintesi.

Indubbiamente la verve dei protagonisti riesce a catturare lo spettatore, complice una Saoirse Ronan (Piccole Donne, The French Dispatch) davvero in parte e dei piccoli accorgimenti a livello di scrittura che non rendono i detective delle macchiette bidimensionali. Di contro, è un gran peccato che la performance attoriale di Sam Rockwell (Jojo Rabbit) sia leggermente fiacca; a ciò si aggiungono un paio di comprimari – Edana Romney e Gio, interpretati rispettivamente da Sian Clifford e Jacob Fortune-Lloyd – che risultano deboli riempitivi facilmente dimenticabili. Difetti che impediscono a Omicidio nel West End di essere un racconto realmente corale.

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La forza di questa pellicola è da ricercarsi in una trovata metanarrativa interessante, ovvero la sua capacità di adoperare e contemporaneamente prendere in giro i luoghi comuni che i polizieschi sfruttano a piene mani (la presenza di molteplici indiziati, le false piste, i flashback rivelatori e così via). In questo senso, la dimensione teatrale di Trappola per topi si fonde con la struttura del film fino a convergere in una bellissima sequenza nel pre-finale. I toni si mantengono sempre scherzosi e guidano la trama verso una conclusione intelligente e inaspettata che risolve gli eventi – come spesso accade – mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle; contestualizzando i piccoli ma fondamentali dettagli che il pubblico ha assimilato e che possono essere passati inosservati.

Fanno storcere il naso degli occasionali momenti in cui il ritmo generale rallenta a causa di specifici dialoghi non particolarmente efficaci, soprattutto dal punto di vista comico. La sceneggiatura di Mark Chappell pecca nel voler assomigliare un po’ troppo a prodotti qualitativamente altissimi come Grand Budapest Hotel di Wes Anderson e Cena con delitto – Knives Out di Rian Johnson; non a caso, su Letterboxd, è stato ironicamente descritto come “la wes andersonificazione di Knives Out“. Sia chiaro, non c’è nulla di male nell’ispirarsi a ottimi autori, ma in questo caso il passo è stato più lungo della gamba. Malgrado qualche inciampo, la storia è ben scritta e nei suoi godibili 98 minuti riesce a strappare sorrisi e risate, specialmente quando nel mirino della satira finisce Agatha Christie stessa, qui interpretata da Shirley Henderson (Il racconto dei racconti, Okja).

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Ciò che più attira di Omicidio nel West End – e che di conseguenza ne esalta la narrazione – è il suo comparto tecnico. Tom George e colleghi ci immergono a dovere nei bollenti anni ’50 di Grace Kelly, Humphrey Bogart e Katharine Hepburn grazie all’ottima ricostruzione scenografica di Amanda McArthur e ai costumi di Odile Dicks-Mireaux (Ultima Notte a Soho). Quanto al primo elemento, spiccano meravigliosi scenari in stile Art déco, ulteriormente glorificati dalla direzione della fotografia a cura di Jamie D. Ramsay (District 9) che punta su contrasti tra colori molto accesi. L’attenzione dedicata al lato artistico fa istintivamente pensare a un tributo sincero ad Alfred Hitchcock, altro punto di riferimento stilistico di questa commedia.

Coronano il tutto altri tre elementi: le musiche firmate da Daniel Pemberton (Spider-Man: Into the Spider-Verse, Enola Holmes), che adottano i tratti distintivi del genere investigativo senza rinunciare a qualche guizzo originale; il montaggio di Gary Dollner e Peter Lambert (Morto Stalin, se ne fa un altro) che fonde soluzioni alla Edgar Wright con influenze alla Wes Anderson e, in ultimo, la regia che fa affidamento a trovate inusuali come scene in split screen per mostrare avvenimenti in contemporanea da più punti di vista (un espediente perfetto per questo tipo di lungometraggi).

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Omicidio nel West End è un esordio cinematografico non esente da sbavature, come tutte le opere create da chi non si è mai approcciato al grande schermo (ma solo alla serialità televisiva nel caso di Tom George). Ciononostante, va premiato per il suo essere un prodotto genuino che, pur sperimentando in maniera timida, desidera fortemente riportare in sala gialli di qualità. A questo proposito, non sarebbe male sfruttare Stoppard e Stalker per nuove avventure in futuro, dando vita ad una saga di polizieschi controcorrente o fuori dagli schemi: un mix di tradizione e innovazione.

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Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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