Point Break (2016)

Voto:

Tornano sulle schermo le imprese dell’agente FBI Johnny Utah infiltrato in una banda di surfisti rapinatori, ma il confronto con l’originale, nonostante scene alcune azione mozzafiato, non lo decreta vincitore.

Paragonato al film di Kathryn Bigelow è davvero un passo indietro, perché il regista ha preso una pellicola che a distanza di 25 anni è ancora tremendamente attuale gonfiando all’inverosimile le scene d’azione e spostando la location in cui si svolgono dalle spiaggie di Malibù a tutto il pianeta: dal deserto alla Francia e alla nostra Val d’Aosta, fino ad arrivare in Venezuela. Quindi il regista di questo nuovo Point Break Ericson Core, che è stato anche il direttore della fotografia di Daredevil (purtroppo quello con Ben Affleck, il che ne pregiudicherebbe già la visione) non ha fatto altro che prendere uno dei film più adrenalinici e meglio costruiti dei primi anni ’90, un heist movie solidissimo con attori in stato di grazia, per farlo diventare una sorta di mega spot “GoPro” sugli sport estremi dalla trama pretestuosa in cui l’unico collante sono le scene d’azione.

Point Break negli anni è diventato un classico principalmente perché è un ottimo film d’azione, nel quale tutto il contorno sportivo è “grasso che cola”, caratterizzato da un’ambientazione innovativa per un poliziesco, ma soprattutto un film sulle rapine con un cattivo credibile. In questo remake, invece, è proprio il contorno sportivo a farla da padrone, con il conseguente impoverimento di tutto il resto.

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Rispetto all’originale la trama è ridotta davvero all’osso: non ci sono più le rapine in banca, ma “dollari in caduta libera” sui cieli del Sud America, in più viene introdotta la fantomatica figura di uno sconosciuto eco-guerriero giapponese che teorizza otto prove per arrivare ad essere un tutt’uno con la natura…e la trama è tutta incentrata su questa cosa (non ridete, è davvero così).

Patrick Swayze, che nel ’91 era letteralmente “sulla cresta dell’onda”, avendo già interpretato due tra i suoi ruoli più iconici in Ghost e Dirty Dancing, in Point Break era Bodhi, rapinatore filosofo con la fissa per l’adrenalina; la fascinazione per questo guru del surf contagiava non solo Utah, ma anche gli spettatori. Nel remake questo personaggio è interpretato da Edgar Ramirez, che abbiamo già visto in Domino di Tony Scott e nella parte del terrorista internazionale Carlos di Oliver Assayas; ebbene Ramirez è riuscito a restituire parte del carisma di Bodhi, ma il copione comunque non aiuta, perché in questa versione non gli interessano i soldi, né le rapine o chi ne rimane coinvolto, ma soltanto l’adrenalina e soprattutto il portare a termine le otto prove.

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Nel ruolo di Johnny Utah, che ha lanciato la carriera di Keanu Reeves, troviamo Luke Bracey, sconosciuto attore australiano che si è dimostrato un protagonista piatto, incolore e spinto da motivazioni implausibili. Nell’originale Utah e Angelo Pappas impiegano la prima mezz’ora circa del film a capire che i rapinatori sono anche dei surfisti, mentre nel remake dopo i primi cinque minuti lui capisce subito che sono atleti di sport estremi, e quindi passa il resto del film senza avere altro da scoprire. Anche personaggi di contorno che nell’originale erano quasi dei co-protagonisti, come ad esempio il Angelo Pappas, qui interpretato da Ray Winstone (nell’originale da Gary Busey), viene ridotto quasi ad una comparsa, con sì e no quattro battute in tutto, mentre nel film del ’91 era la parte più comica del film. Non viene risparmiata neanche Tyler, surfista androgina e vero terreno di sfida tra Bodhi e Johnny Utah, che viene ridotta, purtroppo, ad una tipa da una botta e via per il protagonista.

Ora, tralasciando il fatto che si tratta di un remake, se lo giudichiamo come film a sé stante un po’ ci guadagna, perché comunque le scene d’azione sono davvero fantastiche: nasce nello spettatore un sincero stupore nel guardare le numerose scene di paracadutismo, snowboard, e in particolare la sequenza con le wingsuits è davvero spettacolare, ti senti rapito in queste sequenze e sorge spontanea la domanda “ma come cavolo ci sono riusciti?”, ma a prescindere da tutto ciò la storia ha davvero qualche buco di troppo.

Dispiace un po’ alla fine perché visto quanto si sono distaccati dalla trama originale potevano inventare semplicemente quattro nomi diversi e dare un altro titolo al film: magari non sarebbe stato comunque un grande successo, perché la storia delle otto prove non regge per niente, ma avrebbero potuto segnare davvero un “punto di rottura” grazie alle scene d’azione ben realizzate.

In sintesi mi sono anche divertita a guardarlo, ma paragonato al film originale resta ben poca sostanza.

Vanessa Ives
Vanessa Ives Articoli
Da quando ho visto "il Monello" di Charlie Chaplin è nato il mio amore per la settima arte. Divoro film, libri e serie tv incurante che la settimana prossima ho gli esami.

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