
Parlare di Andrea Pazienza è difficile. Complesso. Appassionandosi al fumetto, chiunque si scontra con questo concetto: Andrea Pazienza è quello che il fumetto non sarà mai più. In sintesi stiamo parlando del De Andrè dell’illustrazione italiana, di un uomo reso leggenda e il cui operato ha nobilitato come non mai questa strana arte. C’è una scenetta in un volume di Zerocalcare in cui si chiede “cosa farebbe Andrea Pazienza?” a rappresentare l’accostamento più a una divinità che a un uomo in carne e ossa.
Nei miei trentacinque anni, ho sentito parlare di Paz in ogni salsa e da tutte le bocche possibili: alcune erano male informate, altre avevano letto qualche sua storia per moda, altre ancora ne parlavano con una nostalgia tipica di chi si ancora al passato perché il futuro è un orrore cosmico che sta venendo a divorarti. Dal mio canto sono troppo vecchio per non avere un’esperienza tardiva a riguardo e troppo giovane per essermi vissuto gli anni di cui Andrea Pazienza parlava. Anche nel mio caso, in soldoni, è arrivata prima la fama e poi le opere.
Paz nasce il 23 Maggio del ’56 e muore tragicamente il 16 Giugno ’88. Pare sia morto di overdose, l’ennesima vittima della piaga chiamata eroina che imperversava in quegli anni e che, come una maledizione, non ci ha mai lasciato. Si è solo evoluta. A dirla tutta è la famiglia stessa a non aver mai voluto divulgare la vera causa del decesso, facendo intendere si fosse trattato di un malore. Sergio Staino invece riferisce di avergli prestato una grossa somma di denaro con cui Paz avrebbe comprato la dose letale. Queste date non significano nulla perché si fermano a una vita riconoscibile da chiunque e a una morte altrettanto familiare, al massimo un po’ desueta, ma comunque comune per quanto riguarda l’epoca di cui parliamo. Nell’analizzare la sua figura, invece, preferisco andare più a fondo con la mia pala da appassionato di albi, tavole e vignette.
La vera nascita, vita, evoluzione e morte di Andrea Pazienza
Paz nasce a 12 anni. Lo racconta Igort, uno dei pochi che ha condiviso il tavolo da disegno con lui e testimonianza fondamentale per questo racconto, con il suo solito tono cordiale e autoritario allo stesso tempo: quando andò a visitare la sua casa natia, la madre di Andrea Pazienza gli mostrò un suo disegno attaccato alla parete e fatto agli albori dell’adolescenza. A 12 anni, Andrea, aveva dipinto un uomo con mani e piedi in prospettiva, visto da davanti. Non so quanti di voi possano arrivare a capire l’entità della cosa, ma stiamo parlando di una delle prospettive più complesse per ogni disegnatore. La mano da davanti è in grado di mettere in crisi qualsiasi artista, anche i più scafati, tanto che nell’industria del fumetto è una prospettiva rara.
Immaginate un ragazzino con dei folti riccioli neri, poca peluria sparuta e grigia sulla faccia, realizzare qualcosa del genere nella sua stanza. Magari con colori per nulla professionali, con pennelli recuperati un po’ qui e un po’ là, con un piatto da cucina invece di una tavolozza. Pazienza, a mio modestissimo parere, nasce alla fine di quel disegno. E probabilmente è in quel momento che comincia a capire quanto potrebbe andare lontano lavorando da illustratore. Forse è proprio nell’ultima pennellata che possiamo ricondurre l’assenza completa di vincoli artistici di Paz. Da qui arriviamo a ciò che contraddistingue il suo operato e il perché è più importante che mai, passando di straforo nella sua vita.
Non vogliatemene, però parlare di ogni opera di Andrea Pazienza è impossibile se non scrivendo un saggio da centinaia di pagine. Proprio per questo mi soffermerò sulle mie tre opere preferite, quelle che in fondo conosco meglio e che più mi hanno segnato. Prima di farlo vorrei far presente ai gentili lettori che Paz ha attraversato una marea di stili e influenze grafiche, paradossalmente eccellendo in ognuna di esse. Si potrebbe fare un parallelo un pilota di formula uno capace di correre nel motomondiale, addestrato per essere un astronauta e al tempo stesso un centometrista da oro olimpico.
Vi starete chiedendo: come faceva ad essere così bravo? Non ne ho idea, forse i genitori lo immersero nella fonte della forza fumettistica da piccolo o magari non si dava pace fino a quando non imparava perfettamente qualcosa. Chi lo sa… però sempre una testimonianza di Igort (disegnatore che ha lavorato come mangaka in giappone, con quei ritmi assurdi) raccontava che Pazienza era pure mortalmente rapido nell’esecuzione.
Paz ha usato lo stile caricaturale cartoonesco quando parlava di tematiche sociali con Pippo e Topolino, la psichedelia e l’espressionismo con Zanardi e Penthotal, evoluto la linea chiara franco-belga durante la sua permanenza ne “Il Male“, creato copertine per progetti esterni e illustrazioni talmente complesse da essere associate all’illustrazione classica, acquerello e tecniche miste in puro stile barocco (nonché mischiato diversi stili pittorici nelle svariate fasi della sua vita), utilizzato il minimalismo grafico similmente a Marie Kerascoët e infine mischiato tutti questi stili nei più svariati modi. Per non parlare di pubblicazioni decennali, migliaia di tavole sfornate come una macchina impossibile da fermare e tutte di estrema qualità.
Dunque, come ben intuite, sarebbe complesso essere precisi descrivendo ogni suo lato artistico. Perché Paz, non soddisfatto del suo operato di autore completo a trecentosessanta gradi, aiutò nel creare tavole anche di altri artisti: durante il periodo di Frigidaire diede una mano più o meno a tutti i disegnatori che si rivolgevano a lui con la richiesta “Andrea, questa cosa non la so fare… mi aiuteresti?”
Le straordinarie avventure di Pentothal
La copertina qui allegata non è la tavola più bella del volume, che di per sé è un insieme di storie pubblicate su Linus (con tutti i cambi di nome e divisioni che ebbe la rivista). Non è nemmeno l’illustrazione più bella ma è quella che rappresenta di più l’opera, la firma di Paz. Parliamo di argomenti riguardanti gli anni di piombo, l’esercito a Bologna e Cossiga governa con il pugno di ferro. Le manifestazioni studentesche cercano in tutti i modi di contrapporsi alla reale possibilità di un altro colpo di stato fascista. L’ultimo è avvenuto solo sette anni prima, ad opera del principe Junio Valerio Borghese, fondatore del movimento politico Fronte Nazionale.
Pentothal parla di questo periodo e di come si sentiva un giovane studente del DAMS a vivere in una delle Italie più violente di sempre. Un tema che spicca in particolare è la divisione che caratterizza da sempre i “compagni” e tutto ciò che riguardò la sfera comunista italiana. Si trova proprio tra le prime pagine una scena ambientata durante un’occupazione scolastica, in cui ogni personaggio va contro l’altro, creando una sorta di bolgia senza tema e un tutti contro tutti totalmente deleterio.
Ciò che più stupisce di un Andrea Pazienza ventenne è la furia ermetica delle storie, l’intrinseca poesia allucinata che accompagna ogni porzione onirica di questo volume. Abbiamo il vaneggiamento da sbronza, da trip, da viaggio droghereccio, il tutto accompagnato da un’enorme dose di insicurezze riguardo la propria posizione nel mondo. Una sorta di discorso interno continuo in cui la sindrome dell’impostore la fa da padrone. La narrazione dadaista, in cui ogni aspetto autobiografico viene sviscerato fino al limite dell’assurdo e reso sia tragedia, sia farsa, sarà infine ricalcato da un numero infinito di autori italiani e francesi. In questo volume però è semplice notare una chiara influenza derivata dall’underground americano e Robert Crumb.
Infine la vera e propria prova d’artista. Perché se è vero che nella prima storia, da cui è presa la tavola che vedete qui sopra, non c’è una spiccata volontà di mettere in mostra il proprio arsenale, già dalla seconda Paz comincia a flettere i suoi muscoli di china. La linea di Moebius e le espressioni caricaturali di Magnus la fanno da padrone, mischiate alle forme assurde di Jacovitti. Tutto questo verrà perfezionato nel tempo, poi messo da parte e infine ripreso per gli ultimi lavori, però è proprio da qui che si nota l’imperfezione resa perfetta da Paz. La maggior parte delle tavole sono in bianco e nero proprio perché pubblicate su un’uscita mensile che, in quel periodo, vendeva 20.000 copie al mese. La tiratura massiccia non permetteva l’uso di troppo colore, benché tutti potranno rendersi conto che la psichedelia di cui è intriso Pentothal funziona anche meglio in bianco e nero.
Ciò che leggerete dentro queste griglie estremamente libere, in taluni casi assenti, è la vita di uno studente durante gli anni di piombo. O meglio, la rappresentazione di cosa sarebbe dovuto essere il percorso interiore di uno studente militante in quegli anni. La mitizzazione della figura di Andrea Pazienza nasce proprio da queste tavole. I mezzi utilizzati da Paz nel suo esordio, com’è immaginabile, sono la riprova che anche con un equipaggiamento improvvisato si possono fare cose formidabili: pennarello, penna biro, matita e una carta qualsiasi. Gli ambienti di lavoro erano case occupate e circoli in cui stavano i drughè, cioè gli artisti tossicodipendenti di Bologna. Semplicemente una prova magnifica per un Paz ancora agli inizi.
Gli ultimi giorni di Pompeo
Pompeo racconta degli ultimi giorni di Andrea Pazienza a Bologna, periodo che finirà con il suo trasferimento in campagna. Approfondendo un tema che viene solo accennato in quest’opera, possiamo vederci qualcosa che in parte mi ha sempre incuriosito: come funziona la dipendenza da eroina quando hai tutti i soldi che vuoi per soddisfarla? A questo punto della sua vita, Paz, guadagnava parecchio bene e di certo la liquidità non gli mancava. Dunque la sua situazione, per quanto grave fosse, poteva dirsi quasi rosea per via dell’ampia disponibilità nel soddisfare tale esigenza. Racconta sempre Igort che casa di Andrea Pazienza era assediata con costanza da venditori e ricettatori che provavano a scucirgli dei soldi perché si era sparsa la nomea che guadagnasse bene. Come funziona, dunque?
Beh, devi avere comunque a che fare con i pusher e con momenti di degrado quasi obbligatori. Devi comunque camminare nelle stesse scarpe degli ultimi perché non è possibile avere accesso a un servizio premium per ricchi tossicodipendenti. Devi sapere quando e come arriverà lo spacciatore di turno per comprare la tua dose, dove incontrarlo, quando incontrarlo e così via. E infine, per quanto riguarda Paz, abbiamo una presa di coscienza capace di far rabbrividire chiunque: l’eroina in quel momento sta mangiando la sua vita con una tale voracità da farsi chiedere se la nuova dose potrebbe essere o no l’ultima.
Emblematica è la scena all’interno della casa dello spacciatore di fiducia, dove Paz incontra una tossicodipendente mangiata dalla sostanza e non riesce che a provare disgusto, anche a causa dell’astinenza. La narrazione è incredibilmente meno caotica rispetto a Penthotal. Da un certo punto di vista mantiene la poesia, che possiamo trovare anche in Zanardi, pur spingendosi sul racconto gretto. Se in Penthotal vediamo tanto uso di metafore, che passano di traverso al sogno come proiezione del proprio IO più celato, questa volta notiamo l’ammissione completa e totale dentro il proprio discorso interno. Non ci sono metafore, non ci sono sfumature, solo una confessone a cuore aperto.
Le riflessioni non spaziano verso ciò che si vorrebbe vedere, provare o capire. Non vanno verso l’ipotesi. Le riflessioni di Pompeo stanno ancorate alla realtà e a ciò che è diventata la sua vita da qualche anno a quella parte. Gli ultimi giorni di Pompeo verrà pubblicato in un volume unico, e non a puntate com’erano solite le pubblicazioni di Andrea Pazienza, nell’ottobre del 1987. Precedentemente pubblicata ma non rifinita nell’85 su Alter Alter, verrà interrotta nell’86 a causa di un cambio di formato della rivista. Un anno dopo la pubblicazione completa, Andrea Pazienza lascerà questo mondo.
La tecnica utilizzata in Pompeo è però parecchio diversa rispetto a un lavoro come Penthotal, come le storie da poche pagine nelle riviste o Zanardi stesso: vediamo una struttura delle tavole creata appositamente per rendere più fruibile e veloce la lettura, quasi un liberarsi delle griglie assenti in funzione di una lettura logica. La stessa lavorazione avviene con china, pennino e pennello, riuscendo a creare tramite l’assenza stessa di colore e di neri particolarmente profondi, un insieme di sfaccettature che fino a qualche anno prima assenti dalle sue precedenti opere.
E adesso parliamo di eroina. Vorrei che vi soffermaste a riflettere su quanto potrebbe essere difficile lavorare a qualsiasi cosa con un brutto mal di testa. Una di quelle emicranie che vi fanno scoppiare di rabbia, disperazione e dolore nello stesso istante… magari aggiungendoci dei sudori freddi e acidi, la febbre che sale e scende, un rush cutaneo, il corpo che prova a ribellarsi al suo stesso cervello e la lucidità difficile da ritrovare grazie anche all’insieme di cause appena descritte. Nel periodo di lavorazione di Gli Ultimi Giorni di Pompeo, Andrea Pazienza stava provando a uscire dal baratro dell’eroina. Immaginate che durante una fatica tale (basta ascoltare quanto è difficile l’astinenza anche per chi è sotto metadone) da condurti alcune volte a cedere e altre volte a sperare di morire, Paz è comunque riuscito a realizzare questo capolavoro.
Come ha fatto? Chi lo sa, forse era un Saiyan e ogni volta si rialzava più forte di prima. O forse era guidato da una forza celeste che aveva scelto proprio il suo pennino. Forse sapeva che quello sarebbe stato molto più di un diario e l’avrebbe consacrato a leggenda. Forse, forse, forse. Chi può dirlo? Il punto è che quelle pagine, quei tratti di matita e china, trasudano sacrificio. Dentro ogni tavola c’è una battaglia dell’autore contro un mostro in grado di sterminare un’intera generazione di artisti. Quando sfogliate un volume del genere, dovete essere consci che non stiamo più parlando di semplice narrazione per immagini in sequenza ma di vita reale e che dietro ad ogni capitolo c’è l’abnegazione all’arte più forte e vorace che si sia mai vista nel mondo del fumetto italiano.
Pertini
Questa è una raccolta che all’occhio può sembrare più semplice degli altri lavori di Pazienza. Assolutamente meno complesso a livello estetico, trama veloce e ritmo cadenzato. Ogni pagina è a sé, ogni storia è autoconclusiva e in principal luogo sono vignette di stampo umoristico riguardanti il periodo da partigiano di Sandro Pertini e la sua prigionia durante il ventennio fascista. Tante di queste storie alcune volte vanno avanti nel tempo a mostrare un Pertini istituzionale, oppure a ritroso a mostrare una vicenda magari scollegata dalla vita del presidente.
Ecco, ognuna di queste storie ha un’estetica chiaramente di stampo Jacovittiano benché vi siano presenti delle eccezioni in cui la tecnica cambia radicalmente: uso della china al posto del pennarello, utilizzo di ombreggiature per le matite e inchiostrazioni massicce, quindi inusuali per delle vignette satiriche. Non vorrei azzardare, ma in alcune tavole si riconosce pure l’uso del carboncino. Il libro che racchiude tutte le storie di Pertini, in una sorta di rivisitazione della figura arcinota e che ancora oggi rimpiangiamo, è parecchio divertente nonostante sollevi un interrogativo pesante: oggi sarebbe possibile lavorare nel fumetto a stretto contatto con la politica?
Ragionandoci, questo non è l’unico esempio di satira politica ormai scomparsa. Andando nella falange di destra, persino un Forattini adesso non sarebbe quasi più possibile e sicuramente non venderebbe le copie che vendeva con i suoi libri. Paz non utilizzò solo la figura di Sandro Pertini e il suo passato nella resistenza anti-fascista: si scontrò più volte con le istituzioni prendendo di mira Andreotti e Cossiga. I più giovani tra noi non ricorderanno la figura di Cossiga con abbastanza chiarezza, ma se dovessi fare un accostamento al fantasy sarebbe come se l’Italia avesse deciso di schierare un Nazgul nella sua formazione politica degli anni di piombo. Ecco, paragonato al ritratto giocoso e umoristico fatto su Sandro Pertini, le figure istituzionali appena citate e ritratte da Andrea Pazienza vengono fuori come dei mostri.
La politica è vista come marciume, una massa di vecchi morti viventi che cercano solo di arraffare e mangiare il più possibile per quando saranno infine rimessi nella tomba. Abbiamo numerosissimi esempi di come Andrea Pazienza sentisse il potere, vedesse il potere e come percepisse il padrone. Specialmente in un’epoca come quella degli anni di piombo, anni cruciali della sua formazione, in cui la mano armata dello stato era così incline a colpire da dare vita a veri e propri colpi di stato. Uno dei riferimenti più freschi di Paz, nel giudicare gli apparati governativi, riguarda appunto la maniera in cui teneva in considerazione il Pertini del passato e il Pertini del presente. Da una parte abbiamo un uomo che ha fatto il carcere per le sue idee e ha affrontato il governo fascista per eccellenza. Dall’altra abbiamo un uomo che si è dovuto istituzionalizzare per apportare un cambiamento ma che conserva ancora quel vecchio barlume di rancore. Pertini per Paz era anche questo, ovvero il contrasto tra l’ideale e la pratica del potere. Ed è proprio Pertini che ci porta alla vera morte di Andrea Pazienza.
Ricordate di quando tutto era genuino e l’arte non era venduta in cambio di qualche visualizzazione o follower? Riformulo, aspettate. Ricordate quando l’editoria dei fumetti in Italia non era vista come una selezione di gadget da affiancare all’influencer di turno che, per qualche assurda ragione, ha deciso di profanare proprio quest’arte? E ricordate di quando in edicola dovevi andare la mattina perché altrimenti le copie del tuo autore preferito sarebbero andate esaurite in poche ore? O di quando l’animazione e gli illustratori italiani potevano ancora lavorare in Italia senza patire la fame? Il periodo in cui una tavola a fumetti faceva veramente tremare un intero parlamento perché affiancata da movimenti studenteschi e attivisti che ci credevano?
C’è stato un tempo in cui era così. Giuro, non sto facendo il vecchio nostalgico di un periodo che non ho neppure mai vissuto. Potete leggere, documentarvi e capire che è stato così per almeno tre decenni. Poi qualcosa è cambiato. Può essere successo gradualmente o all’improvviso, potrebbe essere stato pianificato o una semplice fatalità, fatto sta che l’editoria italiana un giorno decise di tirare i remi in barca e farsi trascinare dalla corrente del è più comodo così. In quel momento è stato ucciso Andrea Pazienza. Quindi sì, è un omicidio e purtroppo devo ammettere che i mandanti siamo proprio noi con la nostra pigrizia e con i nostri gusti sempre più blandi, sempre più lisci e facili da colmare con un intrattenimento qualsiasi.
Così muoiono gli artisti: quando, strato di ignoranza dopo strato di ingenuità, si cerca di offuscare ciò in cui credevano perché scomodo per chi ci fa i veri soldi. Consiglio caldamente la lettura di Paz, in ogni sua forma, anche solo per rendersi conto che la forza dell’arte non sta nelle vendite o nella fama. Sta in ciò che riesce a trasmettere e in ciò che riesce a raccontare quando parla con cuore in mano. Proprio come faceva Andrea Pazienza, in arte Paz e in sintesi Maestro.







complimenti per l’articolo, davvero ben fatto.
Grazie mille, onorato dei complimenti!
Che vuoi che ti dica ho amato in modo esagerato Paz ho molti dei suoi libri oltre a migliaia di fumetti ho esperienza di fumetto e illustrazione ho sempre pensato a lui come a Mozart ci ha lasciato troppo presto e ci ha provato chissà di quanta meraviglia a a proposito sono della sua generazione
Privato volevo dire