Benson – La vita è il nemico

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Se dico “Richard Benson” quali ricordi affiorano alla mente di voi lettori? Esistono ancora persone in grado di ricordare con chiarezza questa figura controversa e memorabile che ha fatto tanto parlare di sé negli anni d’oro delle televisioni private e, successivamente, di internet? La risposta a quest’ultima domanda è sì: per molti il “re del metallo italiano” gode ancora di un posto d’onore nel cuore, nonostante la sua dipartita avvenuta il 9 maggio del 2022. Citando proprio le parole del musicista: “Tanti muoiono, ma io non sono mai morto. Spero! O forse sono solo un illuso. O forse vivo in paradisi artificiali? Chi lo sa? Ma la mia è una storia vera ma piena di bugie“. Storia che il giovanissimo regista e videomaker Maurizio Scarcella è riuscito a raccontare egregiamente nel documentario Benson – La vita è il nemico, presentato al pubblico italiano in anteprima mondiale l’8 dicembre 2023 al Nuovo Cinema Aquila di Roma.

L’autore introduce così la sua opera: “Sono sempre stato affascinato dalla figura di Richard Benson, del suo modo di comunicare totalmente irriverente e anticonvenzionale, da quel rapporto bipolare che era riuscito a costruire con i suoi fan. Ma più di tutto (forse in termini più classici) ad attirarmi era quell’alone di sintomatico mistero che circondava la sua storia e quel personaggio tanto imperscrutabile, quanto magnetico. Una mattina del 2016 mi ritrovai a leggere l’articolo di Repubblica, a cui seguiva un video che lo ritraeva per la prima volta totalmente spoglio di quella sua maschera che lo aveva caratterizzato per anni. Pensai subito di proporgli di fare un documentario (su di lui e con lui). Sarebbe stato un modo per rendermi utile, quanto per mettermi in gioco e raccontare una storia sicuramente fuori dal comune“.

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Richard Benson da giovanissimo.

La lavorazione di Benson ha dunque inizio nel 2016, a seguito della richiesta di aiuto che il chitarrista fece su RepubblicaTV e si sviluppa come progetto indipendente. Il film segue la vita di tutti i giorni di Richard e della moglie Ester Esposito, per un periodo complessivo di diciotto mesi. A ciò si alternano ricche e numerose interviste che ricostruiscono pezzo dopo pezzo la parabola del celebre artista. Tutto questo per rispondere a una domanda: chi è davvero Richard Benson?

Il documentario si apre a Roma, in maniera quasi gotica, con le tristi immagini del funerale del protagonista, tenutosi dopo la morte a soli 67 anni. Tuttavia non c’è tempo per piangere, poiché l’attenzione si sposta immediatamente nel quartiere Alessandrino, una parte della periferia Est della Capitale. In una piccola casa al piano terra, in cui echeggia il rumore del traffico locale, vivono Ester e Richard, ormai caduti in disgrazia. Questa situazione di indigenza viene spezzettata per fare da raccordo ai vari contributi che costellano il lungometraggio, quadrato e canonico per costruzione.

Si tratta di “una sorta di viaggio in cui affrontiamo in modo crudo – ma mai crudele – aspetti personali ed esistenziali, indagando in profondità le reali dinamiche che hanno portato alla creazione del personaggio di Benson“. L’unione di interviste e materiale di repertorio accuratamente selezionato mira a formare un quadro complessivo dell’evoluzione bensoniana in oltre quarant’anni di carriera. L’intento, ovviamente, è quello di portare lo spettatore a empatizzare e a riflettere sul cammino, epico e spesso martirizzante, del musicista infernale per eccellenza.

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Nonostante questo tributo su pellicola porti sul grande schermo gli esordi, gli alti e i bassi della sua carriera – fatti di concerti e programmi televisivi senza filtri – la suddetta carriera non viene esposta in maniera didascalica. Tale excursus sulle origini della star è opportunamente sintetico per concentrarsi attentamente sul biennio 2016-2018, frammento fondamentale del declino del cantante. È da sottolineare che il découpage di Scarcella non si schiera a favore delle molteplici speculazioni partorite dai fan, bensì restituisce un’analisi super partes.

Effetto ottenuto proprio grazie alle già citate interviste che, com’è naturale che sia, offrono testimonianze diverse di volta in volta: c’è chi parla di Benson con ammirazione, c’è chi lo critica duramente per le tante scelte dubbie, c’è chi – come Vittorio Sgarbi – lo definisce una versione moderna del poeta decadentista. Un artista schiacciato dal mondo squallido in cui vive e che tenta di fuggire attraverso la sua musica e il suo sapere.

A elevare la qualità di questo docufilm ci sono poi altre voci autorevoli, coinvolte per narrare aneddoti e pensieri. Tra le personalità più riconoscibili abbiamo: il regista e cantautore Federico Zampaglione – amico e collega nonché autore del videoclip ufficiale de I nani Giuseppe Cruciani de La Zanzara, Piero Chiambretti, Max Giusti, Massimo Marino – ovvero giornalisti e conduttori televisivi che lo hanno conosciuto – e, infine, Gianni Neri, storico collaboratore di Benson.

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Il conduttore televisivo Massimo Marino.

Irresistibili da sviscerare sono i miti che, spesso, lo stesso Benson inventava di sana pianta per alimentare il suo alone di imperscrutabile mistero (fra questi il controverso incidente/presunto suicidio da Ponte Sisto). Verissima è invece la collaborazione con il famoso batterista John Macaluso, stipulata per l’incisione di un nuovo disco, poi interrottasi prematuramente per i problemi di salute che affliggevano Richard. In un breve contributo, l’ex percussionista di Yngwie Malmsteen conferma la sua ammirazione per il cantautore italo-britannico, “un uomo dall’imbattibile cultura musicale“. Un patrimonio intellettuale che condivideva con instancabile trasporto in ogni occasione; basti pensare a quando promosse focosamente Black Clouds & Silver Linings dei Dream Theater e molti altri dischi degni di nota.

Un altro elemento che accomuna molti degli interventi proposti è un quesito, ovvero “Richard Benson ci è o ci fa? È una maschera carnevalesca e decadente o un uomo dal cuore d’oro?“. La risposta più accreditata è: entrambi. Durante la visione è interessante interrogarsi chiedendosi “durante la sua vita, Richard non è stato capito o non voleva farsi capire?“. Come afferma Cruciani, “non c’è nessuna analogia con nessun altro personaggio del mondo dello spettacolo e della televisione“. Quella del chitarrista metal è una proverbiale lotta contro i mulini a vento, in cui ha sempre tentato, con estrema caparbietà, di mettere a nudo il suo animo sì profondo e tormentato, ma in cui tanti potevano rispecchiarsi allo stesso tempo.

Richard Benson si è sempre dichiarato ostile all’appiattimento culturale italiano e internazionale, all’omologazione e alle sterili mode. Ha sempre vissuto in maniera testarda e a modo suo, nel bene e nel male, e le conseguenze non hanno tardato ad arrivare. Nonostante ciò, è morto felice, poiché il fine ultimo della filosofia bensoniana è costruire la propria felicità, farsi da sé attraversando l’inferno che è la vita, l’arida terra dove siamo stati “sputati alla nascita“.

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Per quanto surreale, il sodalizio Benson-Macaluso è avvenuto per davvero.

Insomma, dietro a eterni meme di internet come “TI DEVI SPAVENTAREEE!” e “UN POLLOOO!” si nasconde una persona dotata di grande umanità e dall’innata sensibilità che si è barcamenata, suo malgrado, attraverso tipi di pubblico sempre diversi e in costante evoluzione. In mezzo alla strettissima nicchia in cui si è auto-segregato ha incontrato, purtroppo, anche ragazzini e adulti che volevano solo sfogarsi, deriderlo e abbattere la sua carriera per gioco. “Andavo ai suoi concerti per potergli tirare di tutto” è un comportamento (inadeguato) di cui molti si fregiavano.

È con questa premessa che viene aperta la parentesi riguardante i gremiti concerti dal vivo, caratterizzati da offese, provocazioni e – soprattutto – lanci di cibo e oggetti, triste marchio di fabbrica di tali eventi a metà tra il cabaret e l’esibizione musicale (organizzati in gran parte dall’impresario Armando Petricaroli, presente tra gli intervistati). La ricostruzione di questi ultimi ha costituito la parte più difficoltosa e complessa della produzione, dal momento che il tutto è avvenuto grazie alla ricerca e alla catalogazione del vasto materiale di repertorio. Materiale composto per la maggior parte da video in bassissima risoluzione, resi pubblici dai numerosi fan che in molti casi registravano con vecchi smartphone, per poi condividere alcune clip sui social e su YouTube (non a caso molti filmati utilizzati del docufilm sono stati recuperati grazie al canale Brigate Benson, l’archivio più fornito e aggiornato disponibile sulla piattaforma).

Ai live presso locali e discoteche come il Qube, il Traffic, l’Alpheus e l’Alcatraz di Fiumicino, si aggiungono le indimenticabili trasmissioni televisive andate in onda dai primi anni ’80 fino al 2012 (Ottava nota, Cocktail micidiale e Rock Machine le più diffuse). Queste ultime vennero mandate in onda da emittenti regionali come TVA 40 e Televita – presenti nel Lazio ma anche nel resto d’Italia – e hanno contribuito a creare e diffondere la provocatoria immagine pubblica di Benson, carica di un’essenza trasversale e coinvolgente (passata anche in Rai ai tempi di Quelli della notte di Renzo Arbore).

Il montaggio firmato da Alfredo Angelo Orlandi, Angelo Santini e Andrea Scarcella alterna momenti struggenti a risate di gusto, accompagnati dalla figura istrionica, potente e provocatoria di Richard e dalle musiche originali di Guglielmo Nodari, intervallate con canzoni composte da Richard Benson stesso (impossibile non citare Madre Tortura o la bellissima Processione, utilizzata per arricchire i titoli di coda). La messa in scena della durata di 1 ora e 40 minuti funziona, non annoia e tiene alto l’interesse sia di chi conosce bene il protagonista del film, sia di chi non ha mai sentito parlare della sua parabola.

Le riprese di Benson – La vita è il nemico si interrompono bruscamente nel 2018, a causa della separazione temporanea di Richard ed Ester, costretti entrambi a vivere uno lontano dall’altra per portare a termine delicate cure mediche. Ciononostante, se possibile, questo imprevisto rende ancora più stuzzicante il documentario perché mostra all’audience come la lavorazione travagliata si è modificata nel corso del tempo, adattandosi alle difficoltà.

Il finale è da nodo alla gola e corona un lungometraggio “INFERNALEEE” come direbbe il caro Richard. Tale accorato tributo va preso soprattutto come un omaggio a un artista totale e poliedrico che, seppur in maniera estrema, ha messo la sua vita al servizio della propria arte e mai viceversa. Per questo esatto motivo desidero precisare che il voto presente il cima all’articolo è prettamente simbolico; un gesto d’affetto per premiare la passione e l’audacia del progetto. Non ha senso ridurre opere così a numeri fini a loro stessi.

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In definitiva, Benson – La vita è il nemico è tutto ciò che un fan si potrebbe aspettare da un’opera filmica sulla vita personale e artistica di uno dei musicisti italiani più importanti del nostro tempo. Con l’aiuto di Andromeda Film e Piano B Produzioni (Ennio) – che qui ha ricoperto per la prima volta il ruolo di distributore – la realtà indipendente di Sarastro Film sta portando il lungometraggio in varie sale d’Italia, da nord a sud, come in un tour postumo di e per Richard. Il mio invito è quello di trovare la città più vicina a voi per fare un’ultima visita a un grande uomo. Una persona che – per i giovani della mia generazione e non solo – è stata un insostituibile punto di riferimento musicale e culturale, ormai cristallizzato nel tempo dopo aver sconfitto la morte ancora una volta.

La morte ha cercato di colpirmi undici volte, ma non è mai riuscita ad arrivarmi perché sono stato io più forte della morte – Richard Benson

Per info sulle prossime proiezioni visitate il sito Bensonilfilm.it

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Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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