Tolkien – Rischiarare le tenebre

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Perché i lettori del mondo contemporaneo – dagli anni ’90 in poi – amano così tanto il genere fantasy e il suo immaginario medievale? Una risposta molto semplificata potrebbe essere la seguente: fin da quando è stata riscoperta nel corso dell’800, grazie alla spinta di grandi romanzi storici come Ivanhoe di Walter Scott o Robin Hood. Il principe dei ladri di Alexandre Dumas (padre), questa branca della letteratura ha quasi sempre messo in scena un Medioevo utopico, idillico, che si contrappone all’oppressiva civiltà capitalistica che burocratizza il mondo.

Scott, in particolare, si rifà spesso al poema cavalleresco, genere in cui coraggio, onore ed eroi senza padroni sono i concetti chiave. Se volessimo pensare a personaggi – eroici o meno – più vicini a noi, potremmo citare: i cavalieri Jedi – autonomi rispetto alla sovranità del Senato Galattico – gli Avengers o, per approcciarci al fumetto che sto per raccontarvi, gli Hobbit – abitanti di una società bucolica pre-capitalistica – nati dalla mente geniale di John Ronald Reuel Tolkien.

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Tutti questi modelli hanno in loro il gene dell’utopia, della ribellione. Ribellione che assume la forma di un disagio rispetto alla situazione politica e sociale in cui i loro autori vivono. Tutte le loro paure sono state convogliate nelle loro opere, lavori in cui il Medioevo è un luogo scevro da tutte le preoccupazioni della contemporaneità (o quasi). Tolkien non fa eccezione.

La biografia di questo gigante della letteratura inglese viene presentata in questo volume edito da ReNoir Comics, sceneggiato da Will Duraffourg, e illustrato da Giancarlo e Flavia Caracuzzo, Joël Odone e Jean-Sébastien Rossbach (a quest’ultimo si deve la suggestiva copertina).

La narrazione avviene in prima persona e si addentra passo passo nella vita dello scrittore, esplorandone i momenti salienti. Non mancano estratti dalle sue opere che costruiscono un ricco excursus: si passa dalle prime poesie fino ad arrivare ai noti capolavori, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli in primis.

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Estratto dalla poesia “Il viaggio di Eärendil, la stella della sera” (Racconti perduti, 1987)

Dal punto di vista grafico, il tratto delle illustrazioni si avvicina al fumetto americano classico. Quadrato e lineare, ma talvolta pieno di dettagli minuziosi resi vivaci da colori sgargianti, risulta adatto ad una storia di stampo biografico come questa. A brillare particolarmente sono delle occasionali splash page che traducono in immagini i passaggi significativi dei lavori più conosciuti e apprezzati di Tolkien.

Passando al racconto vero e proprio, si parte dalla sua infanzia avventurosa, trascorsa tra le verdi campagne di Sarehole in compagnia del fratello Hilary. Si passa poi ai suoi anni di studio presso il King Edward College di Birmingham, fatti di approfondimento del gallese e di amore per le lingue germaniche e gli scritti nordici. Tra questi, il Kalevala, una raccolta ottocentesca di poemi e canti popolari finlandesi in cui figurano affascinanti gesta eroiche.

Ronald rimarrà stregato da questi e altri scritti scoperti in seguito all’Exeter College di Oxford (tappa cardine per i suoi studi di filologia comparata). Dall’ispirazione che ne consegue vedranno la luce molti elementi delle sue future storie. Impossibile non citare gli Ent, nati dal suo incrollabile ambientalismo e dalla passione per la natura.

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Una figura di fondamentale importanza nella vita dello scrittore è certamente Edith Bratt, unica compagna dell’uomo, a lui sempre fedele. I due porteranno avanti una travagliata storia d’amore, resa complessa prima dalle usanze di inizio ‘900 (quando si conoscono Tolkien ha 16 anni e lei 19), poi dal servizio di leva in vista della Grande Guerra. Tutto ciò li tiene lontani per anni, e i problemi aumentano quando la coppia cerca di convivere. Seguire nel tempo questa “storia nella storia”, piena di difficoltà, è decisamente appassionante. John Ronald e Edith, come tutti i personaggi che compaiono nel corso della narrazione, sono molto ben delineati.

Nel fumetto si parla d’amore, ma anche di profonda amicizia: quando Tolkien è ancora uno studente, fonda insieme ai suoi colleghi il Tea Club, Società Barroviana, un gruppo letterario dove passare le serate, spesso nella biblioteca del college. È in queste occasioni che vengono a formarsi i rapporti essenziali nell’esistenza del filologo; questi rimarranno saldi anche nei burrascosi anni della guerra.

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È proprio la Prima Guerra Mondiale a spaccare in due il volume, componendo il secondo blocco della biografia. La prima parte finora analizzata, purtroppo, risulta decisamente lenta nel ritmo: la giovinezza di Tolkien viene narrata sia con dovizia di particolari – il che è un bene siccome porta ad approfondimenti molto stimolanti – sia illustrando situazioni che, a mio parere, potevano essere tagliate poiché non costituiscono elementi di interesse per sviscerare più di tanto la vita dell’autore. In poche parole, allungano solo il brodo.

Le vicende belliche costituiscono, invece, l’aspetto più accattivante della vita adulta di Ronald e quindi del fumetto. Grazie a intriganti (quanto, a volte, sconosciuti) retroscena, il lettore può scoprire la genesi delle grandi opere tolkeniane. L’uomo viene separato dai fedeli amici – tra cui figura anche il famoso collega Geoffrey Bache Smith – sparsi per il mondo o, purtroppo, caduti in battaglia. Paradossalmente sono proprio questi traumi a dare linfa vitale alle prime, embrionali bozze de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli, scritti che Tolkien discute con i compagni tramite una fitta corrispondenza.

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È sempre la guerra a portare con sé i frangenti più bui della biografia: le vignette, di tanto in tanto, si scuriscono e mostrano l’orrore del 14-18. Saranno proprio la paura, la vicinanza della morte e l’assurdità del conflitto a plasmare l’universo narrativo della Terra di Mezzo: veglie notturne e avanscoperte che diventeranno le oscure miniere di Moria, sanguinosi combattimenti in trincea che ispireranno l’epica Battaglia del Fosso di Helm, carri armati inglesi e minacciosi cavalieri tedeschi in divisa nera che si trasformeranno, rispettivamente, in draghi e Nazgûl.

Insomma, la gran parte dell’opera tolkeniana (il fantasy come lo conosciamo oggi), per tornare all’introduzione, è figlia della guerra: la prima edizione de Lo Hobbit è del 1937, quella de Il Signore degli Anelli è datata 1954-55 (in piena Guerra Fredda). L’utopia hobbit si contrappone alla distopia di Sauron: un mondo in pace e in armonia con la natura contro un orwelliano occhio malvagio che foraggia una guerra distruttiva. È naturale pensare che J.R.R. Tolkien vedesse in quest’ultimo la perfetta metafora dei totalitarismi, all’apice del loro potere negli anni ’30.

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A chiudere il cerchio di una vita straordinaria è un perfetto finale struggente, sintesi delle vicende di un uomo divenuto leggenda per aver trasformato proprio quella vita così peculiare in un’opera immortale e amata ancora oggi.

A essere sincero il successo de Il Signore degli Anelli mi ha colto di sorpresa. La gente veniva a bussare alle mie finestre nel cuore della notte, mi riconosceva per strada, era a dir poco sorprendente. Ma il successo non era quello che cercavamo, Chris. La luce che pensavamo di poter portare in questo mondo pazzo, violento… non so nemmeno se siamo mai stati consapevoli di quello che sognavamo di fare… Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato.

Un ringraziamento speciale a ReNoir Comics

Nefasto Articoli
Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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