I biopic al cinema: qual è la logica che li alimenta?

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Oggi ricorre l’anniversario, il decimo per la precisione, di uno dei biopic più interessanti degli ultimi anni, Il discorso del Re. Con un ottimo successo di critica e un invidiabile esito al botteghino, il film di Tom Hooper ha conquistato i cuori di tutti proprio per il taglio particolare che lo sceneggiatore – David Seidler – ha voluto dare alla narrazione; non il solito film pomposo su uno dei più importanti Re del Regno Unito, ma la storia dietro la grande figura, che passa per la difficilissima lotta contro la balbuzie condotta da Giorgio VI, magistralmente interpretato da Colin Firth, e il conseguente rapporto con il suo logopedista e amico, Lionel Logue (ruolo affidato all’eccellente Geoffrey Rush). Complici il cast e la particolarità della sceneggiatura, è ad oggi uno dei film biografici più riusciti, soprattutto se si pensa al grande mare in cui nuota un’opera come questa.

biopic Il discorso del Re

Basta dare un’occhiata alle uscite degli ultimi quindici anni, infatti, per rendersi conto di quanto questa pratica sia diffusa e quanto – via via – si faccia sempre più insistente; solo negli ultimi tre anni si sono posti al centro di moltissimi dibattiti proprio tre biopic, tutti incentrati su figure chiave del mondo musicale: da Freddie Mercury con Bohemian Rhapsody a Elton John con Rocketman fino all’ultimo, e più controverso, Starman su David Bowie.

Ma perché il biopic? Qui forse bisogna fare un grande distinguo, perché il ruolo che il film svolge si ammanta di una natura completamente diversa a seconda del soggetto trattato. Da una parte abbiamo i biografici su figure storiche chiave, come nel caso de Il Discorso del Re, film che a volte consentono anche di scoprire lati sconosciuti di volti importanti o addirittura evitare che questi cadano nel dimenticatoio; basti pensare che prima dell’uscita di The Imitation Game di Morten Tyldum, Alan Turing lo conoscevano quasi solo gli esperti del settore informatico.

Difatti il merito di questi film è, molto spesso, proprio quello di mettere in contatto lo spettatore con realtà diverse dalla propria e scoprire le vite di persone che hanno avuto il coraggio di combattere – spesso silentemente – contro mali più grandi di loro. Che sia il pregiudizio, come nel caso sia del già citato The Imitation Game o The Danish Girl (di nuovo di Tom Hooper), o una grave malattia come successe al celebre matematico John Forbes Nash Jr, che molti conoscono proprio grazie al biopic A Beautiful Mind di Ron Howard.

biopic The Imitation game

Dall’altra parte, invece, abbiamo una crescita esponenziale di biopic su volti decisamente più pop del panorama anche contemporaneo, come nel caso dei film già citati – a cui mi sentirei di aggiungere il più che riuscito Quando l’amore brucia l’anima sulla vita di Johnny Cash – che toccano tutt’altro tipo di attenzione. Alla base c’è non solo l’interesse per le difficoltà affrontate da questi, senza dubbio, incredibili artisti, ma anche l’intenzione di sfruttare un’immagine in grado portare molto pubblico al cinema.

È infatti difficile, per questa seconda categoria, non pensare che non ci sia uno studio a tavolino su cosa possa attrarre più pubblico possibile. Tutti i film citati – almeno per il secondo caso – parlano di star famosissime, che tutti conoscono e che affascinano un pubblico piuttosto variegato; spesso diventano casi mediatici, di cui si parla per settimane, se non per mesi. In quanto alla prima cerchia di film presi in considerazione la logica, in fondo, non è tanto dissimile; per quanto il personaggio sia mediaticamente meno attraente di una star, il film punta prevalentemente alla corsa agli Oscar, la chiave d’accesso per arrivare allo stesso traguardo degli altri biopic: far sì che il pubblico si accorga di loro e accorra al cinema.

biopic Bohemian Rhapsody

Eppure la logica che muove questo tipo di studio non si esaurisce solamente nel mero criterio del guadagno; al cinema sono sempre meno i film originali, mentre spopolano ormai remake, sequel e trasposizioni (che siano di fumetti, romanzi o altro). Quando non si può ricorrere a questo tipo di fonte, ecco che spunta il biopic. È un segnale da non sottovalutare perché indice di una critica pigrizia da parte di Hollywood, che punta su storie preconfezionate e dal successo garantito pur di non prendersi il rischio di un flop.

Dove sono i Quarto Potere, i Taxi Driver e gli Easy Rider dei nostri giorni? Sono pochi, se non addirittura sempre più rari, e schiacciati dalla massiccia presenza di storie molto spesso già sentite, soprattutto nel caso dei biopic appartenenti alla cultura pop. È un dato difficile con cui fare i conti, ma che non si può sottovalutare, specialmente perché rischia di investire non solo il mercato statunitense e inglese – quest’ultimo da sempre alle prese con le cronache dei loro volti più celebri – ma anche il nostro mercato, con un numero sempre più crescente di biopic targati Rai e sovvenzionati dal Ministero dei Beni Culturali; sostegni che, è facile intuirlo, tolgono risorse ad artisti emergenti che invece hanno voglia di proporre storie innovative.

È difficile predire se questa tendenza avrà mai una flessione e tenderà a scemare, come ciclicamente fa ogni genere cinematografico, ma essendo una realtà attuale è senza dubbio un bene rifletterci su e farci i conti.

Claudia_Smith Articoli
Piccola bambina cresciuta a pane e Dragonball, in tenera età scopre l'amore per tutto ciò che è narrazione, dai film ai libri fino ai fumetti di ogni tipo. Ad oggi cacciatrice compulsiva di news per tutto ciò che riguarda la cultura Nerd.

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