Gli dei lumaca, di Alessandro Pedretta

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Voto:

Gli dei lumaca, racconto lungo di Alessandro Pedretta, ha una missione rischiosa, quella di narrare una breve storia horror il cui incipit è intrigante ma nient’affatto originale, direi anzi trito e ritrito: scienziati pazzi che perseguono la creazione di un “Uomo Nuovo“. La speranza è quella di intrattenere il lettore, atterrirlo a dovere e non ricadere nei soliti cliché, compito che però non gli riesce benissimo.

La trama è riassumibile in poche righe: in un laboratorio in mezzo al nulla, un piccolo gruppo di folli dottori dipendenti dalla droga compie esperimenti per cercare di dare alla luce una forma di vita che travalichi i limiti umani. Creano dapprima goffi ibridi animali per poi utilizzare poveri e inermi malati mentali come cavie. Gli avvenimenti si snodano seguendo le loro macabre sperimentazioni, le quali porteranno gli uomini di scienza verso una lenta ma inesorabile discesa nella follia.

Il macro-tema alla base dell’opera – il Superuomo o Oltreuomo che dir si voglia – è stato affrontato in molteplici medium diversi, passando dalla letteratura futurista alla filosofia marxista-nietzschiana, fino al cinema espressionista tedesco degli anni ’20; è quindi gravosa la responsabilità che questo breve libro porta con sé nelle sue 28 pagine.

Ad accompagnarci fra le atmosfere cupe della storia – rese vive grazie ad alcune metafore ben costruite – è lo scienziato Helmut, che narra in prima persona quasi redigendo un diario degli avvenimenti, una sorta di monologo interiore o flusso di coscienza. Ho apprezzato la scelta, ma le prime criticità sono dietro l’angolo.

Il Capitolo 1 – e in generale tutto il racconto – volendo forse ispirarsi alle correnti artistiche e letterarie citate poc’anzi, parte in quarta adottando in più passaggi uno stile altisonante che però risulta inutilmente tronfio, come se l’autore stesse imitando maldestramente la prosa del Manifesto del Futurismo. Ammiro lo sforzo e l’idea, ma non l’esecuzione: acerba, a tratti immatura. Mi è capitato persino di incespicare nella lettura a causa di qualche elucubrazione di troppo; la punteggiatura non aiuta: le frasi magniloquenti risultano spesso troppo lunghe e senza pause utili per far respirare il cervello. Chiariamoci, in passato ho affrontato opere ben più complesse di questa, ma credetemi se vi dico che a volte sono stato costretto a rileggere interi periodi più volte per venirne a capo. Paradossalmente (e fortunatamente) è proprio il flusso di coscienza del protagonista a rendere abbastanza scorrevole la narrazione, salvando il lettore dalle sue trappole verbose.

Ciò che però ho odiato di più è stato il costante e ridondante uso di frasi fatte. Mi è sembrata sinceramente una trovata scadente per tentare di donare un tocco epico a vicende che di epico hanno veramente poco e nulla. Quest’ultima caratteristica non fa altro che aggravare la già pesante banalità del racconto, che non offre spunti nuovi sul tema trattato.

Artwork di Daniel Clasquin

Se vogliamo rimanere sulle banalità, è il caso di parlare degli altri personaggi che lo scrittore mette in campo. I colleghi di Helmut sono tre, leviamoci subito il dente e parliamo proprio del più scontato e sconfortante: il dottor Melmer. Quest’ultimo è un centenario ex-nazista pazzo (come se gli escamotage dozzinali non fossero finiti) ossessionato dal perfezionare l’essere umano. Porta avanti i suoi studi al ritmo di – attenzione all’ennesima scelta mediocre – Wagner. Molto originale. Un’occasione sprecata, anche perché molti passaggi che riguardano da vicino il nazista sono ben scritti e pieni di descrizioni minuziose, peccato che il personaggio sia un cliché vivente.

Gli altri comprimari non sono da meno: abbiamo Karonte, scienziato anch’egli e palese riferimento al traghettatore di anime dantesco, e Puddu, eroinomane sardo divenuto schiavo e cavia dell’équipe di pazzi scriteriati. Quest’ultima figura è quella che riesce di più a inquietare il lettore, grazie alla sua backstory grottesca e a situazioni cariche di orrore e ribrezzo. Purtroppo, l’insieme di personalità che compongono il breve libro restano poco delineate e per nulla approfondite, risultando semplici burattini macchiettistici nelle mani di Pedretta.

Fotografia di Juha Helttunen

Il secondo e il terzo capitolo della storia scorrono molto più agevolmente dell’incipit, complici numerose metafore crude e stranianti. I difetti riscontrati precedentemente sono, tuttavia, ancora presenti.

Come ultima risorsa l’opera cerca di sorprendere con un colpo di scena, che però non risulta preparato a dovere e cade piatto. Tutta la claudicante costruzione dell’intreccio si nota molto di più verso la conclusione degli eventi: sembra che l’autore vada di corsa, che voglia quasi mettere la parola fine il più in fretta possibile. Ciò lascia amareggiati perché, ironia della sorte, gli spunti e gli avvenimenti più interessanti (che non citerò per evitare spoiler) cominciano a intravedersi solo nel corso delle ultime righe. Il libro però termina, privandoci di ogni possibile sviluppo ulteriore.

Gli dei lumaca fallisce nel consegnare una storia avvincente e nello sfruttare un topos così ricco come quello del Superuomo di nietzschiana memoria. La scrittura molto altalenante – di cui la sintassi è forse il lato più negativo – le vicende prevedibili e i personaggi piatti rendono il racconto facilmente dimenticabile e per nulla coinvolgente.

Un ringraziamento speciale ad Alessandro Pedretta

Nefasto Articoli
Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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