Dylan Dog 361 – Mater Dolorosa

Cari ammassi di bubboni purulenti, Dylan ha compiuto trent’ anni e lo ha fatto in grande stile con tanto di Horror Day e zombie walk, rubriche e interviste su tv e radio, telegiornali che hanno ricordato all’Italia l’evento… ma soprattutto con un numero speciale a colori!

Roberto Recchioni decide di fare gli auguri all’ Indagatore del’ incubo affidando la rappresentazione grafica del suo lavoro ai pennelli di un Gigi Cavenago ancor più in stato di grazia del solito. Sfogliando l’ albo appena acquistato la parte visiva si presenta subito di grande impatto evocativo grazie soprattutto alla tecnica di colorazione che possiamo definire pittorica e che risulta integrata profondamente al disegno senza dare impressione di un’ aggiunta in post-produzione, come talvolta accade. Non è un caso che l’ aspetto cromatico che accompagna ogni pagina abbia un ruolo strutturale e ben oltre che decorativo, cambiando luce a seconda dei contesti ed esprimendo snodi concettuali come il cambio di colore dal bianco al rosso della camicia di Dylan.

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Per la grande occasione, l’adorata gabbia bonelliana (che personalmente ritengo il modo più solido e ordinato per raccontare a fumetti) viene bonariamente strapazzata a favore di un layout più moderno che accompagna una disposizione dei pannelli più dinamica in cui le sei vignette vengono modificate in vario modo raggiungendo l’apoteosi nelle splash page, ciascuna valida per un applauso a scena aperta dedicato al disegnatore. Questa scelta risulta particolarmente indovinata in quanto impostata in modo da rendere la lettura un po’ diversa rispetto al solito (almeno per quanto riguarda i bonellidi) così da trasformare, nei momenti più riusciti, la semplice sequenzialità in un coinvolgimento più ampio, ma senza realmente stravolgere in profondità il linguaggio visivo a cui i lettori di Dylan sono abituati e risultando quindi apprezzabile anche dai bonelliani più intransigenti.

Ma di cosa parla Mater Dolorosa? Recchioni fa una scelta di soggetto e sceneggiatura ben precisa: ricollocare Dylan al centro della sua storia coinvolgendo direttamente il suo passato raccontato nel numero 100 e creando un filo diretto col presente di recente costruzione. Si tratta di un tipico celebrativo in cui la trama ha un ruolo secondario ed offre la base per un’ istantanea che abbraccia le sfaccettature del personaggio restituendone un omaggio affettuoso ed appassionato. Recchioni è bravo a dare forma tecnica alla sua idea raccogliendo le fila dei vari elementi della sottotrama della serie e tracciando un’ unione tra passato e presente, immergendo il nostro beniamino nelle tipiche atmosfere oniriche, romantiche e sofferenti della ricerca infinita di risposte e consolazione che giacciono sul fondo di un passato costellato di oscurità e dolore. Il compito viene svolto con solidità ed equilibrio, non senza strizzate d’ occhio al lettore storico che però non scadono mai nel ruffiano e anzi danno vita a momenti ricchi di pathos come il tuffo di Dylan dalla scogliera di Moonlight.

Per mio gusto, preferisco celebrativi in cui si voglia comunque raccontare una storia compiuta magari svelando un tassello del passato del personaggio o di un comprimario, come fu per il capolavoro “Finchè morte non vi separi” o per il meno riuscito numero 200. In questo caso si è scelto di percorrere la via del celebrativismo più classico, nello stile del 300. La storia in sé è stata già analizzata e sviscerata dalle tante recensioni che sono cominciate a fioccare da prima della data ufficiale di pubblicazione. In questa sede voglio allora osservare un aspetto implicito ma a mio avviso fondamentale che è in realtà ciò che secondo me caratterizza e differenzia questo numero dagli altri. Al di là dell’ istantanea celebrativa, questa storia offre infatti un secondo messaggio o chiave di lettura che sta nella definitiva presa di coscienza del passaggio di testimone. Una presa di coscienza ormai da tempo matura in Roberto Recchioni, chiamato dalla casa editrice proprio per rivestire questo compito, che viene qui definitivamente trasmessa ai lettori. Con questo numero l’ erede si appropria definitivamente dell’ eredità e lo urla a tutti con orgoglio, oltre che di fatto anche simbolicamente. Personaggi e luoghi del passato sclaviano si fondono col presente e iniziano a marciare insieme, il nuovo fa suo il vecchio in una fusione irrevocabile. Il concetto è espresso in due momenti chiave: Mater Morbi si contende Dylan in un lungo duello con Morgana a bordo della nave d’ ossa (forse, nonostante la sua centralità, la scena meno riuscita dell’ albo, troppo lunga e didascalica nei dialoghi) e John Ghost passeggia per ciò che resta di Moonlight rivelando un ruolo prepotentemente attivo nella storia personale di Dylan Dog. Ciò che si vuole chiarire è che per la prima volta qualcuno sta prendendo il timone: finora tutti avevano scritto o cercato di scrivere un personaggio che apparteneva a qualcun altro, ma ora c’ è qualcuno che sale al comando per dare un’ impronta personale istillando le sue visioni e le sue tematiche più sentite (come la malattia).

Ma perché questa considerazione è così importante? Non è un approccio più accorto quello di parlare dell’ albo prescindendo da chi lo ha scritto o da altri background editoriali? Ritengo che quando si dice che Dylan Dog sia un fumetto diverso dagli altri si faccia riferimento proprio alla sua autorialità. Parliamoci chiaro, finora Dylan Dog è stato Sclavi, un po’ Chiaverotti, e poi abbiamo avuto autori che hanno seguito una strada maestra. Mettendoci del proprio e mostrando sovente un certo spessore personale, questo sì (penso soprattutto a Paola Barbato). Però si è sempre trattato di scrivere il personaggio di qualcun altro. Il fenomeno Dylan Dog ha portato alla ribalta un fumetto che per la prima volta raggiungeva la popolarità distaccandosi da un discorso di serialità ed intrattenimento: con Dylan Dog, almeno nelle migliori storie di Sclavi, siamo nel campo della letteratura e la letteratura richiede di sbudellarsi e mostrare le proprie interiora. E’ per questo che Dylan Dog non può prescindere da chi lo scrive così come l’ esperienza del lettore non può prescindere da ciò. Ebbene, è chiaro che finora far scrivere il Dylan di Sclavi a qualcun altro non ha funzionato. Si è così deciso di recuperare l’ autorialità puntando su qualcun altro, sempre (questo è scontato) nel segno di un passato ben preciso e di un personaggio i cui caratteri primari sono immutabili. Certamente Recchioni ha creato uno staff investendo anche su altri scrittori, e la sua era sarà meno monopolistica rispetto a quando dieci storie all’ anno erano di Sclavi, ma penso che possiamo ragionevolmente prevedere e dire che il Dylan del prossimo futuro potrà essere considerato il Dylan di Recchioni.

Questa è la sfida, questo è il punto di rottura che Mater Dolorosa rappresenta. Allora non ci resta che augurare il meglio al Rrobe e a Dylan, tenendo presente che per forza di cose due scrittori diversi scriveranno cose diverse e quindi piaceranno o non piaceranno, e che necessariamente ci sarà un cambiamento nella composizione del tessuto dei lettori. Qualcuno mollerà, qualcuno continuerà, qualcuno ha mollato da tanto tempo, qualcun altro lo scoprirà domani e magari inizierà ad amarlo grazie alle storie di Recchioni.
E allora che dire, caro Dylan? In bocca al lupo e altri cento di questo giorni! Anzi, come direbbe Groucho: cento più tre settimane. Mica vorrai morire di morte improvvisa, vecchio mio?

Nessuno

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