Il Regno del Pianeta delle Scimmie

il regno del pianeta delle scimmie recensione

Voto:

Dopo l’ottima (e per certi versi sottovalutata) trilogia reboot del Pianeta delle Scimmie, per questo nuovo capitolo intitolato Il Regno del Pianeta delle Scimmie avevo aspettative molto alte. Eppure mi sarebbe bastato che fosse bello almeno la metà dell’ultimo diretto da Matt Reeves, che personalmente reputo non solo il migliore della trilogia ma quasi un capolavoro nel suo genere. Diciamolo subito: non è andata così.

Questo nuovo corso, sinossi ufficiale alla mano, riparte 300 anni dopo gli avvenimenti del suo predecessore e vede i primati, ormai padroni della Terra, vivere la propria vita divisi in clan, seguendo le proprie leggi, usi e costumi in mondo dove la leggenda di Cesare viene ricordata e interpretata in maniere differenti. Le vicende seguono la storia dello scimpanzè Noa (Owen Teague) che, dopo aver visto rapito il suo intero clan, intraprende un viaggio insieme all’orango Raka e l’umana Mae (Freja Allan) verso il villaggio di Proximus Cesare (Kevin Durand), deciso a liberare i suoi compagni.

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Alla regia questa volta troviamo Wes Ball, mentre la sceneggiatura è di Josh Friedman, che tra le altre cose ha collaborato con James Cameron alla scrittura dei sequel di Avatar. Non sorprende quindi osservare come la prima mezz’ora abbondante di pellicola sia dedicata all’organizzazione del clan di Noa nella propria quotidianità, e specialmente il loro legame con le aquile, opportunamente addestrate. Grossomodo quello che facevano i Na’Vi con le banshee.

Procedendo con ordine, è impossibile non sottolineare la qualità visiva del film e non rimanere estasiati dai progressi della motion capture o anche dalle location, come è impossibile imputare qualcosa alla qualità tecnica in generale: musiche, fotografia e regia (in particolare per le sequenze d’azione), sebbene Wes Ball ovviamente non sia paragonabile a Matt Reeves. I problemi di questo quarto capitolo risiedono in altro, a partire da una durata esagerata (quasi 2 ore e mezza), che poteva tranquillamente fare a meno di 30/35 minuti. In fin dei conti il film non risulta mai davvero noioso, ma soffre di un ritmo a tratti fin troppo blando e discontinuo, a volte dilungandosi troppo dove non serve, e altre liquidando velocemente questioni e situazioni che avrebbero meritato più spazio.

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Ma quello descritto non rappresenta di certo il problema più grande del film, perché in realtà l’aspetto nel quale Il Regno del Pianeta delle Scimmie fallisce miseramente è quello contenutistico. Tutti gli spunti di riflessione capaci di catturare l’animo degli spettatori nelle precedenti pellicole (e ci metto dentro anche la prima pentalogia), i dilemmi etici, qui svaniscono quasi del tutto. Tutte le idee potenzialmente buone della pellicola vengono trattate in maniera estremamente superficiale.

Anche i personaggi, nonostante un evidente sforzo per far affezionare il pubblico ad essi, alla fine risultano effimeri. Lo stesso Noa viene proposto un po’ come il “nuovo Cesare” di questa ipotetica nuova trilogia, ma non è paragonabile nemmeno al Cesare del primo film, quello dove neanche parlava, tanto per intenderci. Chiaramente era irrealistico sperare in qualcosa che superasse i film precedenti, come detto all’inizio anche metà di quel livello qualitativo sarebbe andato più che bene, invece sinceramente dubito che Noa lascerà negli spettatori la stessa spasmodica voglia di scoprire come proseguirà la sua storia. Discorso analogo per Proximus Cesare, presentato in pompa magna attraverso poster e trailer come se dovesse essere un nuovo Thanos, e che invece si rivela nient’altro che una piatta figurina.

Anche qui (purtroppo è inevitabile fare paragoni), come villain questo personaggio non vale neanche un’unghia del Koba freddo, rancoroso e manipolatore interpretato da Toby Kebbell. È un peccato, perché nel suo caso gli elementi per costruire un cattivo dignitoso, facendo anche dei parallelismi col presente, c’erano tutti, ma non sono stati sfruttati. Tant’è che risulta più temibile il suo braccio destro, Sylva. Lo stesso vale per Raka, Mae e gli altri comprimari: tutti tristemente dimenticabili.

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Insomma, tutto si riduce a un’avventura generica che complessivamente potrebbe risultare anche gradevole, ma che si regge tutta su un comparto tecnico e visivo spettacolare, al di là del quale non ha granché da offrire. Incredibilmente, per il bene che voglio alla saga e nella speranza che i prossimi capitoli andassero ad aggiustare il tiro sugli aspetti citati, ammetto che sarei potuto passare senza problemi sopra a tutto ciò che ho detto finora, ma c’è un altro elemento che non ho ancora affrontato, che mi ha lasciato sbigottito per la sua illogicità.

Sono passati 300 anni, avevamo lasciato scimmie già piuttosto evolute con in mano del materiale umano (libri, conoscenze, oggetti, tecnologie…) in grado di farle progredire piuttosto velocemente, e invece ci ritroviamo in uno status quo dove sembra siano passati non più di 20 o 30 anni. Senza contare che per quanto riguarda la parte umana (sulla quale rimarrò il più vago possibile per evitare spoiler) vengono fatte cose ed elaborati piani che avrebbero avuto senso in un lasso di tempo di al massimo 40/50 anni dopo gli eventi del terzo capitolo. Sembra quasi che Friedman nello scrivere la sceneggiatura non abbia minimamente considerato quanto possano cambiare drasticamente le cose in 3 secoli: a questo punto perché non ambientare la storia semplicemente qualche decade dopo, con i nipoti stessi di Cesare ancora in vita, e creare un legame tangibile con quanto visto prima?

A conti fatti Il Regno del Pianeta delle Scimmie perde rovinosamente il confronto con i suoi predecessori e abbassa nettamente gli standard a cui la saga ci aveva abituati. Il tutto si riduce a un bellissimo spettacolo che lo rende un blockbuster perlomeno dignitoso, ma non è affatto questo l’affascinante e coinvolgente Pianeta Delle Scimmie che ci ricordavamo, che ci aspettavamo… e che ci meritavamo.

Il Tac non è un critico cinematografico o uno studioso di cinema, ma semplicemente un cinefilo, seriofilo e all'occorrenza fumettofilo, a cui piacere mettere il becco su tutto quello che gli capita sotto mano... o sotto zampa.

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