Intervista a Takoua Ben Mohamed – Fumetti, passione e grinta!

takoua ben mohamed intervista

Nel panorama fumettistico italiano e non, si rischia spesso di ridurre a macchiette le persone famose che creano contenuti, snaturando e svalutando il loro lavoro, specie se è in qualche modo fuori dagli schemi. In questo modo Sio diventa “quello che non sa disegnare e spara cagate”, Zerocalcare è “quello che ha distrutto il mondo del fumetto perché ora pubblicano solo le webstar”, Fumettibrutti “fa propaganda LGBT” (qualsiasi cosa voglia dire) e così via. Ci hanno provato anche con la fumettista con la quale ho avuto il piacere di parlare, a sminuirla come “quella col velo che fa graphic journalism”, ma lei non ci sta a farsi minimizzare da nessuno.

Takoua Ben Mohamed ha recentemente pubblicato Il mio migliore amico è fascista, fumetto dove parla di parte della sua vita da bambina e adolescente tra le difficoltà che affronta qualsiasi giovane durante la crescita, sommate ad essere una ragazza musulmana dopo l’11 settembre in Italia. Questa è l’ultima delle sue opere, e oltre ai fumetti si occupa di cinema, graphic design, giornalismo e molto altro!

Nella chiacchierata che abbiamo fatto ha parlato di alcuni aspetti della sua ultima opera e della sua carriera, dei pregiudizi che nella sua vita personale e lavorativa si è trovata a combattere e contrastare, e delle sue passioni che vanno ben oltre la geopolitica e la sociologia. La versione integrale, da ascoltare come podcast, la lascio in calce all’articolo, ma di seguito riporto con piacere alcuni dei momenti salienti.

Ne “Il mio migliore amico è fascista” parli di questo Marco e del vostro rapporto. Lui sa di essere co-protagonista di questa tua opera?

T: No, non credo sappia di essere il personaggio di un fumetto. 7 anni fa per via dei nostri studi ci perdemmo di vista, e non essendo lui sui social non ci sentiamo da molto. Gli ho dato “Marco” come nome di fantasia proprio per proteggere la sua identità, solo chi era presente all’epoca potrebbe riconoscerlo; tuttavia posso assicurare che esiste per davvero e tutto ciò che ho raccontato corrisponde a verità, dai legami con le amiche dell’epoca e la mia famiglia al rapporto a volte burrascoso con il corpo docenti. Ci stetti un solo anno in quella scuola e dovetti poi cambiare quartiere, che a Roma significa cambiare completamente vita e ricominciare da capo a far capire a chi incontri chi sei veramente, specie per me in quel periodo.

Anche da molto giovane, se sei straniera, le altre persone danno per scontato che tu sappia tutto del tuo paese, specie sul piano geostorico e sociale, pensano che sei sbarcata a Lampedusa il giorno prima o che ti obbligano a portare il velo; la cosa più triste è che queste idee vengono spesso portate avanti da professoresse e professori, cosa che ha influito molto sulla mia crescita e quella di molte altre persone. Ma mentre vent’anni fa poteva ancora essere comprensibile perché vi era ancora molta ignoranza in merito, oggi non si può proprio giustificare perché ci sono mille e più modi (anche a costo zero) per informarsi correttamente anche su cose semplici come il vero significato della parola migrante. Quindi, alla fin fine, è una scelta del singolo.

In questa e in altre tue opere parli spesso di multiculturalità. Che cosa significa questa parola per te? 

T: Io sono cresciuta in un contesto a metà tra il multiculturale e interculturale. Mi spiego meglio: mentre la mia famiglia e tante altre hanno vissuto in un altro paese e poi sono venute qua, portandosi dietro la propria cultura, io ho vissuto sia la loro che quella di dove sono invece cresciuta io, ovvero l’Italia degli anni ’90/2000. In questo senso io e altre persone di seconda generazione sperimentiamo sulla pelle l’interculturalità, ovvero una commistione di varie culture che in più modi ci caratterizza, e che in qualche modo influenza il resto del paese; è un dato di fatto che va riconosciuto a livello istituzionale e sociale, specie perché si fa abbastanza palese in occasioni come le Olimpiadi.

Nel fumetto hai parlato dei vari motivi che ha portato la tua famiglia ad andare via dalla Tunisia. Che rapporto avete ora con essa?

T: Complesso, specialmente per i miei e mia sorella che sono molto addentro al mondo politico. Io sono cresciuta in una famiglia sempre attenta all’attualità e all’informarsi utilizzando il pensiero critico, sia nei confronti della Tunisia che dell’Italia; vivo questa dualità, sentendomi sia italiana e tunisina che nessuna delle due, ma sapere ciò che succede ed essere consapevole è sempre la mia priorità. Questo ha anche dei lati negativi, o quantomeno particolari: tutti ritengono che sono una persona “seria e basta” e continuano a passarmi libri di sociologia e documentari… Quasi nessuno sa del mio grande amore per la fantascienza e il fantasy, e purtroppo finisco col rimanere indietro perdendomi grandi diverse opere di questi due generi che adoro e avere solo saggi in casa.

A proposito di cultura nerd, quando eri all’inizio della tua carriera da fumettista hai subito gate-keeping? (inteso come impedire a qualcuno di costruirsi una florida carriera, per motivi di razzismo, sessismo o altro)

T: Diciamo che in generale non è stato facile… Per molto tempo sono stata considerata da altri fumettisti, editor e addetti ai lavori “quella famosa perché porta il velo e fa i disegnini della tipa che porta il velo”, e molte interviste che mi facevano per i primi lavori non facevano altro che sottolineare questa cosa, riducendomi a stereotipo. Io non ci sono stata, e mi sono fatta in quattro per affermare la mia identità di “Takoua Ben Mohamed” e non ” quella che…”, dato che ho studiato e lavorato sodo per arrivare dove sono adesso; mi ha anche stimolato a studiare giornalismo per capire bene le dinamiche che stanno dietro a quel lavoro, in modo tale anche da rendermi conto quando potevo rischiare di essere intortata o fatta passare per macchietta da qualcuno.

Molto spesso alla gente sfugge che non basta portare il velo o avere certe origini familiari per sapere tutto dell’Islam o conoscere per filo e per segno le dinamiche e la storia di ogni singolo attentato, e dato che spesso gli intervistatori mi volevano far cadere in questo tipo di trappole per farmi passare da “portavoce”, ho cominciato a rifiutare 9 interviste su 10 fino a che non mi hanno finalmente considerato una “persona”. Ci ho perso a livello di guadagni, ma il rispetto per me stessa non ha prezzo. Sono stata anche spesso rifiutata per molti lavori, perché erano convinti che non avrei saputo tenere il mio interesse nella geopolitica fuori da altri incarichi. Tuttavia ho dimostrato le mie capacità nel graphic design e in altri ambiti, affermandomi. Nel mondo del fumetto e non solo, essere donna, di seconda generazione e musulmana, sono ancora grandi fattori discriminanti, e avercela fatta senza accettare compromessi sulla mia identità è la soddisfazione più grande di tutte.

Chirano Articoli
Diplomatə al corso e al Master di Sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Torino, laureatə in Letteratura Giapponese a UniTO e felice di essere qua :)

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