Maniac (miniserie Netflix)

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Voto:

Maniac, la nuova miniserie Netflix ispirata ad un omonimo show norvegese, è un prodotto tanto affascinante quanto difficile da definire: disorientante e variegata, gioca con diversi generi, mescolando commedia e thriller psicologico per poi toccare addirittura la fantascienza, ma senza privarsi di picchi drammatici.

Cary Fukunaga, la mente geniale dietro la regia di True Detective (stagione 1) e l’adattamento di Jane Eyre del 2011, assieme allo sceneggiatore Patrick Somerville ci regala un ennesimo gioiello, capace di intrappolare lo spettatore nella morsa di una storia folle, onirica, confusa e visionaria.

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Ma partiamo da uno degli aspetti visivamente e concettualmente più interessanti della serie. Maniac è ambientata in una New York straniante, che potrebbe appartenere ad un futuro indefinito così come a un passato alternativo. Per i suoi elementi estetici ricorda infatti gli anni ’70, ma dimostra al contempo una tecnologia ben più avanzata. Il momento storico che fa da cornice alla storia è cosparso di luci al neon ed elementi che sembrano sbucare proprio da quelle invenzioni o abitudini che in passato si pensava si sarebbero materializzate nell’epoca contemporanea, come dei piccoli robot che puliscono le strade.

Colpisce immediatamente una società totalmente improntata sul consumismo, in cui la pubblicità riveste un ruolo chiave, inondando le strade con grossi cartelli e offrendo ai cittadini il bizzarro sistema degli Ad Buddy, individui a cui potersi rivolgere in caso di mancanza di denaro e che, in cambio della somma elargita, sommergeranno l’utente di pubblicità.

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La storia segue le vicende di due sconosciuti, Annie Landsberg (Emma Stone) e Owen Milgrim (Jonah Hill), il cui percorso si unisce quando, per motivi molto diversi, decidono di prendere parte a una sperimentazione farmaceutica.

Owen è affetto da schizofrenia, una malattia che gli fa vedere persone inesistenti e altera la sua percezione della realtà. Guardare negli stralci della sua vita, quella dell’ultimo figlio di una famiglia agiata che intende solo salvaguardare la propria immagine, ci comunica da subito un grande senso di claustrofobia e solitudine. L’uomo sembra destinato a trascinare la sua esistenza nell’ombra del resto della famiglia, ma quando perde il lavoro a causa della sua condizione, decide di sottoporsi ad un trattamento che promette di essere miracoloso.

Annie è invece una giovane donna perseguitata da un tremendo trauma passato e dal rapporto travagliato con la madre e la sorella. Sotto alla sua maschera di durezza si cela il tentativo disperato di fuggire dal dolore, che affronta a suo modo ricorrendo alla potente “pillola A”. Quando le sue scorte finiscono, però, l’unico modo per assumerle nuovamente sembra essere un misterioso trial clinico.

I due protagonisti, estremamente soli e senza un chiaro ruolo nella società, si ritrovano così coinvolti in un progetto altisonante e ambizioso: rimediare al bisogno della terapia psicologica risolvendo disturbi e traumi mentali attraverso i farmaci.

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Incontriamo a questo punto le menti dietro il progetto, il dottor Muramoto (Rome Kanda), il dottor James K. Mantleray (Justin Theroux) e la dottoressa Azumi Fujita (Sonoya Mizuno), ma il successo dell’esperimento è quasi interamente nelle mani di un gigantesco e avanzatissimo computer, il GRTA, modellato sulla personalità della madre del dottor Mantleray (Sally Field). Questa intelligenza artificiale è considerata però così efficace per un aspetto controverso: è dotata di emozioni.

Con la promessa di risolvere tutti i problemi dei soggetti coinvolti in soli 3 giorni, l’esperimento si divide in tre fasi, ognuna delle quali richiede l’assunzione di una diversa pillola sotto la guida del GRTA, che registrerà al contempo i dati più rilevanti.

La prima parte vede nascere un grande malinteso di fondo fra i due protagonisti: la mente di Owen lo convince che Annie (volto già visto in precedenza sui cartelloni pubblicitari sparsi nella città) faccia parte di un complesso piano che li vede protagonisti dell’eroico salvataggio del mondo. Questo crea fra i due un bizzarro ma forte legame che li porterà, assieme ad altri fattori, a incontrarsi più e più volte nelle loro “visioni”, determinando un decorso inaspettato nella storia.

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Quando raggiunge il suo fulcro, il ritmo della serie si fa più incalzante e le visioni di Annie e Owen si impadroniscono della scena. Questa dimensione onirica così confusa porta i due ad affrontare le proprie paure passando per numerose realtà alternative, che li vedono sfidare i propri ruoli e avvicinarsi l’uno all’altro nei modi più disparati.

La divisione in 10 episodi della serie conferisce alla narrazione non solo un ritmo perfetto, ma anche la durata ideale per sbrogliare una vicenda che diverge in tante sottotrame. Lo spettatore si trova di fronte ad un crescendo di visioni che si intrecciano e infittiscono, facendo emergere con sempre maggior vigore le personalità di Owen e Annie. Lungi dal limitarsi a cercare l’origine del loro malessere, i due protagonisti riescono ad andare ben oltre. La serie stessa è infatti molto più di una riflessione sul dolore e sul proprio ruolo nel mondo: è una finestra coloratissima, vivace e profonda sull’esistenza, l’amicizia, il coraggio e la fantasia.

L’esperimento si rivelerà un successo? Come saranno le vite dei protagonisti al termine di quest’avventura? Il finale agrodolce e brillante, che non vogliamo naturalmente rovinarvi, è la conclusione perfetta di questo folle sogno.

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Maniac è un prodotto di nicchia che però ha il potenziale per conquistare un pubblico più vasto, grazie in particolare all’ottima regia e al suo cast stellare. Merita sicuramente le lodi della critica Emma Stone, che domina la scena interpretando magistralmente un personaggio sfaccettato e complesso come quello di Annie.

Melancoliae Articoli
Una traduttrice made in Italy appassionata di videogiochi (in particolare j-rpg), fumetti (Bonelli, americani e giapponesi), anime, letteratura fantasy e sci-fi e serie tv.

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