
Uomo e cane, un binomio che dura da millenni nella realtà e che anche al cinema ci ha regalato storie e avventure di ogni genere sin dai primordi della settima arte. Si è partiti con Rin Tin Tin e Lassie, passando per Cujo, arrivando a Marley e Red Dog negli anni recenti, senza contare un’altra infinità di cani che vorrei nominare tutti, ma non lo farò per ovvi motivi. Questa volta è il turno di Odino (Uber nella vita reale) e l’immarcescibile Brad Pitt, anche produttore della pellicola.
Heart of the Beast è la storia di James Belmont e del suo amico a quattro zampe, rispettivamente ufficiale delle forze speciali e cane da guerra, entrambi in pensione, che vivono ormai muovendosi dove vogliono nella natura selvaggia, ma proprio quest’ultima, in seguito a un incidente aereo, diventerà teatro della loro lotta per la sopravvivenza. Mai come in questo caso, come avrebbe detto il buon Federico Frusciante, “la trama è semplice“: i protagonisti devono arrivare da un punto A a un punto B, possibilmente vivi.
Il fatto che dietro la macchina da presa ci sia David Ayer, non proprio autore di memorabili capolavori, potrebbe far temere il peggio ma, sorprendentemente, non è assolutamente questo il caso. Se invece siete tra quelli che temono già il peggio per il co-protagonista a quattro zampe, sappiate che la pellicola si apre con un disclaimer (neanche tanto) velato: vediamo Odino, vivo e vegeto in mezzo alla strada, seguito dalla scritta “una settimana prima” che ci riporta all’inizio della storia. Pericolo scampato, il cane non muore, state sereni.
Subito dopo ci si immerge nelle location mozzafiato dell’Alaska, ben fotografate con i loro colori autunnali caldi, i contrasti glaciali e la loro natura incontaminata. Iniziamo a conoscere i protagonisti dai loro atteggiamenti, dallo sguardo stanco e affaticato di James, i suoi tatuaggi, dalla protesi alla zampa di Odino e i suoi denti di titanio; entrambi portano dentro e fuori delle terribili ferite di guerra che continueremo a scoprire lungo tutto il film, ferite che torneranno alla luce soprattutto durante i loro sonni tormentati, ma che reciprocamente i due riescono ad alleviarsi a vicenda.
Nella prima mezz’ora di calma facciamo anche la conoscenza del personaggio interpretato da J.K. Simmons, unico contatto umano di James nella storia, attraverso il quale scorgiamo qualche altro tratto del protagonista, come ad esempio quando gli viene chiesto cosa abbia fatto agli uomini che hanno provocato le ferite di Odino (fantastica la risposta), o la sua iniziale riluttanza ad approcciarsi a uno sconosciuto, chiaro sintomo di un uomo disilluso e circospetto, che ha quasi completamente smarrito la fiducia nel genere umano.
Dopo l’iniziale quiete arriva purtroppo la svolta: un malore, l’aereo che precipita e l’inizio di un viaggio lunghissimo, estenuante e pericolosissimo che costringerà i nostri protagonisti a una strenua lotta per la sopravvivenza. Improvvisamente Heart of the Beast si trasforma in un survival on the road, un perfetto mix tra The Revenant e 127 ore, che attraverso una buonissima messa in scena riesce a crearsi una sua identità; fatica, freddo, sporco, dolore, diventano man mano sempre più palpabili anche per lo spettatore.
Data la consistente filmografia di Brad Pitt forse è azzardato dire che questa potrebbe essere una delle sue migliori interpretazioni, ma senza dubbio è una di quelle dove vengono meglio alla luce le sue capacità, dove con sguardi, grida e gesti riesce a proiettare negli spettatori ciò che il suo personaggio prova: rabbia, tristezza, rassegnazione, frustrazione, fino al dolore fisico. A mente fredda, l’intero viaggio potrebbe vagamente ricordare un’esperienza videoludica, durante la quale gli ostacoli si fanno sempre maggiori, ma è tutto così diretto, coinvolgente e realistico, da rendere questa personale osservazione una trascurabile inezia.
Fortunatamente questa volta David Ayer si ricorda di poter essere un discreto regista, adottando una regia asciutta, diretta e senza particolari smanie realizzative, capace però di trasmettere senso di isolamento e minacciosità della natura, in perfetto equilibrio con il giusto numero di adrenaliniche scene di tensione e soprattutto con i traumi e la connessione emotiva tra James e Odino, che sono il vero, riuscitissimo fulcro e motore della pellicola. A tal proposito, a puntellare la narrazione irrompono anche i tristi flashback del passato bellico dei nostri protagonisti, per fortuna in numero contenuto e ben collocati, anch’essi contraddistinti dalla crudezza e dalla carica emotiva che permea l’intera pellicola.
Dal regista in questione ovviamente non si poteva pretendere una totale assenza di sventolanti bandiere americane e, nel finale, di una sorta di spot al “glorioso esercito americano” (nonostante tenga a ricordarci che la guerra è una merda), ma anche questo diventa sorprendentemente trascurabile di fronte alla buonissima fattura complessiva della storia. La poca CGI presente è tutt’altro che impeccabile, ma in molti casi, grazie all’aiuto del buio (come nell’angosciante e terribile scena dei lupi), il tutto riesce ad essere abilmente mascherato. Molto piacevoli anche le musiche originali di Jared Michael Fry (alla terza collaborazione col regista), che per creare e provare a rispecchiare l’ambientazione selvaggia dell’Alaska ha collaborato con realtà musicali del luogo, arricchendo le tracce con canti tradizionali, vocalizzazioni e percussioni. Sono inoltre presenti 2-3 brani non originali di facile presa sul pubblico: uno in particolare, in un determinato momento della storia, è messo lì proprio per vincere facile. Ma va benissimo così.
Sarò sincero, non ricordo bene Fury e dovrei rivederlo, ma considerando che David Ayer ha grosso modo realizzato quasi esclusivamente delle gran belle fetecchie (e continuerà a farne), è pressoché certo che questo possa essere e rimanere per molti anni il suo miglior lavoro. Heart of the Beast nei suoi 101 minuti, con la sua sceneggiatura concisa e lineare e soprattutto con un grande Brad Pitt (e un altrettanto grande Uber), riesce a rendere al meglio una storia di solitudine e amicizia, una storia cruda e diretta, ma anche malinconica, commovente e straziante. Un’avventura dalle bellissime ambientazioni in grado di tenere col fiato sospeso fino alla fine, grazie al suo ritmo e soprattutto all’affezione che riesce a creare con i suoi protagonisti. Sì, all’apparenza sarà anche una storia tutt’altro che originale, ma quello tra uomo e cane è un legame che ci accompagna da millenni, e ogni volta che verrà raccontato correttamente, nella sua purezza come in questo caso, non potrà che emozionare come fosse la prima volta.
Un ringraziamento speciale a Eagle Pictures







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