
Tim Curry ci ha lasciati il 25 agosto, all’età di ottant’anni. Un vero e proprio shock per chi come me è cresciuto a suon di “Don’t Dream It, Be It“. Guardando alla sua filmografia ci si rende conto che non ha mai davvero avuto ruoli di primissimo piano al cinema, ma nonostante questo è riuscito a imporsi come pochi nell’immaginario pop degli anni ’80 e ’90.
La sua carriera è costellata principalmente di ruoli da caratterista, e questo gli ha permesso di spaziare e sperimentare pur rimanendo al margine della scena. Si è formato sul palcoscenico passando per la Royal Shakespeare Company e i musical della Londra anni ’70, ed è proprio tra le mura dei teatri che ha sviluppato le sue capacità mimiche e vocali. Negli anni seguenti, queste esperienze gli hanno permesso di prestare le sue capacità interpretative al cinema generalista e persino riscrivere in parte il ruolo del personaggio di supporto.
L’espressività marcata, necessaria perché si notasse anche dalle ultime file del teatro, e una profonda voce baritonale, si sono trasformate nelle migliori carte da giocare nel corso della sua carriera.
La scommessa Frank-N-Furter

Gli agenti di Tim Curry temevano che The Rocky Horror Picture Show potesse diventare la sua condanna. Secondo loro, vestire i panni dell’esuberante scienziato Frank-N-Furter avrebbe rischiato di incasellarlo per sempre, compromettendo la sua carriera. Al contrario, Frank è diventato un’icona grazie alla sua interpretazione, rifiutando di trattarlo come una semplice maschera queer.
Ricordo che avevo quindici anni quando vidi per la prima volta questo film. Fu un’esperienza strana, non sapevo davvero cosa pensare, ma nel giro di pochi minuti (da amante dei musical quale sono) lo spettacolo bizzarro che mi si parava davanti gli occhi si trasformò in ammirazione per quell’uomo così a suo agio con rossetto scuro, capelli cotonati, fondotinta cereo e tacchi vertiginosi.
A catturarmi più di qualsiasi altra cosa però fu la sua voce, baritonale e al tempo stesso fluida. Terminata la visione imparai a memoria il testo delle canzoni e lo elessi a icona universale. Don’t Dream It! Be It! si trasformò da semplice verso di una canzone a una dichiarazione di libertà, che ancora oggi risuona nelle nostre orecchie. Curry ha preso un personaggio che rischiava di essere solo camp e gli ha donato tridimensionalità, trasformandolo in una figura che sfugge a ogni classificazione.
La forza del caratterista

Nella memoria di ogni millennial come la sottoscritta, Tim Curry è stato un elemento costante dell’infanzia, spesso senza che ce ne rendessimo conto del tutto. Pensate a IT del 1990, miniserie tv che con il (massiccio) romanzo originale di Stephen King aveva poca affinità, ma ancora oggi sfido chiunque fosse bambino all’epoca a non ricordarla con terrore.
Il pagliaccio Pennywise appare sullo schermo per pochi minuti in totale, ma la recitazione di Curry, sfruttando l’impostazione scenica del teatro (caricaturale per molti versi), trasforma le poche scene in cui è presente in un incubo a occhi aperti. Ancora oggi provo un senso di orrore quando mi capita di vedere un pagliaccio, e so esattamente di chi è la colpa.
Nel tempo, i ruoli che Hollywood gli ha offerto non si sono mai trasformati in parti da protagonista nonostante una fama in ascesa. Ci ha regalato però delle performance indimenticabili come in Mamma ho riperso l’aereo (Home Alone 2), dove il concierge Hector è un capolavoro di teatralità comica. Quel sorriso tirato, falso e sospettoso mentre Kevin McCallister gli racconta ogni sorta di frottola è diventato uno dei punti fermi del film.
In tutto ciò non dimentichiamo il videogioco Command & Conquer: Red Alert 3, dove impersona il Premier Cherdenko: il suo proclama “Space!” è diventato leggenda su internet.
Lontano dai riflettori
Negli anni ’90, la presenza di Tim Curry sul grande schermo ha iniziato a lasciare posto a un lavoro incentrato maggiormente dietro le quinte. La sua voce è diventata il suo strumento di lavoro negli anni della maturità, trasformando ogni personaggio doppiato in un marchio di fabbrica (soprattutto per cartoni animati e videogiochi).
In FernGully – Le avventure di Zak e Crysta, il personaggio di Hexxus impersona lo spirito dell’inquinamento. Un ammasso informe di fango, catrame, fumo e veleno che non sembra avere una propria dimensione, finché non inizia a cantare. Toxic Love è un pezzo ipnotico che ancora oggi viene considerato iconico, ben più del cartone animato che lo ospita. La sua carriera in questo campo è stata prolifica, spulciando qui e là per il web mi sono stupita della miriade di personaggi che ha interpretato, alcuni insospettabili come Auntie Whispers in Over the Garden Wall.
Inoltre ha prestato la propria voce a Nigel Thornberry ne La famiglia della giungla, trasformando un eccentrico documentarista britannico in un personaggio amatissimo, e ha vinto premi come per la sua interpretazione di Capitan Uncino nella serie animata Nel covo dei pirati con Peter Pan (Peter Pan and the Pirates).
Un’altra idea di successo
Ascoltando una delle sue ultime interviste, ho trovato interessante che Curry si descrivesse come qualcuno che non voleva essere famoso a tutti i costi, ma semplicemente fare bene il suo lavoro. Un artista che ha dimostrato negli anni una propensione a migliorarsi sempre, e che anche dopo l’ictus che lo ha colpito nel 2012 è riuscito a mantenere l’ironia e la loquacità che lo hanno sempre caratterizzato.
È qui, per me, che risiede la sua grandezza. Più che i ruoli interpretati, la sua enorme fortuna credo siano stati lo studio e la curiosità che non lo hanno mai abbandonato. Paradossale che questa dedizione non lo abbia portato a brillare secondo i canoni classici della definizione che tutti abbiamo in mente di successo. Non ha avuto bisogno di accumulare ore di presenza sullo schermo da protagonista per lasciare il segno. La sua passione è stata la colonna portante della sua lunga carriera.
Ha vissuto e brillato in maniera più forte al margine dell’inquadratura, dimostrando che non esistono ruoli di secondo piano quando hai a disposizione la capacità di non prenderti mai troppo sul serio, pur prendendo terribilmente sul serio quello che fai. Ci ha spaventati, ci ha fatti ridere, e ci ha insegnato l’eleganza dell’eccesso. Ed è per questo che anche rimanendo di contorno è diventato un’icona indelebile del nostro immaginario.
Ci mancherai, Tim.

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