
Se la memoria non mi inganna, da bambino scoprii i Looney Tunes ancor prima di iniziare la scuola elementare. Quando ero piccolo, mio padre era spesso fuori città per lavoro e, dato che la cosa mi rattristava tanto, al suo ritorno mi portava sempre una videocassetta targata Warner Bros. per farsi perdonare le lunghe assenze. Le VHS tuttora in mio possesso, ormai rare e più preziose dell’oro zecchino, facevano parte della collana Looney Tunes 2000: una raccolta dei corti più famosi e apprezzati, ridoppiati e rimasterizzati per cavalcare l’onda del successo planetario del primo Space Jam. Un regalo perfetto per un ingordo di televisione e cartoni animati come il sottoscritto.
Tra questi pezzi da collezione misi le mani anche su una copia di Super Bunny in orbita! (The Bugs Bunny/Road Runner Movie in lingua originale), intramontabile film antologico che si conclude con una compilation di quindici minuti con protagonisti Willy il Coyote e Beep Beep. Un patchwork di circa trentuno gag selezionate da diciassette cortometraggi indimenticabili, tra cui spiccano: Coyote, invidioso e malvagio, Forza telecomandata e Vieni, guarda e vinci. Fu così che conobbi la coppia di acerrimi nemici più esilarante dell’animazione e me ne innamorai. Altri bambini ridevano insieme a lui grazie alla programmazione di Rai 2 che trasmetteva i Looney Tunes in prima serata, accompagnando le cene di tante famiglie.
Qual è il vostro primo ricordo di Willy il Coyote e Beep Beep? Il vostro bambino interiore ci è affezionato? Sono queste le domande che, indirettamente, ci pongono il regista Dave Green (Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra) e la sceneggiatrice Samy Burch (May December) con Coyote vs. ACME, un lungometraggio salvato dall’oblio che chiama a sé le centinaia di migliaia di persone legate al coyote più pazzo del mondo, dagli Stati Uniti all’Italia. Nel nostro Paese, la Lucky Red del lungimirante Andrea Occhipinti si è occupata della distribuzione nelle sale, dando nuovamente manforte a quella Ketchup Entertainment che, nel 2024, aveva coraggiosamente portato al cinema l’incredibile The Day the Earth Blew Up con Daffy Duck e Porky Pig. Se non si fosse già capito, i Looney Tunes sono tornati alla ribalta ancora una volta e sì, ne avevamo un bisogno disperato.
Un coyote tra incudine e martello
Prima di addentrarci nella recensione vera e propria, un po’ di storia: testate giornalistiche, influencer e passaparola definiscono Coyote vs. ACME come “il film più importante da supportare quest’anno” e non si tratta di un’esagerazione: i piani alti di Hollywood hanno tentato di seppellire il progetto per anni, così da approfittare di una detrazione fiscale di 30 milioni di dollari nel 2023, nonostante tutte le lavorazioni – persino il montaggio! – fossero ormai ultimate e il film stesso già “testato” durante delle proiezioni a porte chiuse. In origine doveva essere un’esclusiva per HBO Max che, una volta messa sullo scaffale, Warner ha cercato di vendere al miglior offerente, salvo chiudere ogni trattativa in breve tempo, lasciando infine il lungometraggio in un limbo.
L’ira degli appassionati e di internet è montata a una velocità sorprendente. Il boato è stato enorme, continuo e giustamente assordante in tutto il mondo (come ha sottolineato anche la sceneggiatrice Samy Burch): da ricordare l’hashtag di tendenza #ReleaseCoyoteVsAcme, il discorso del doppiatore Eric Bauza agli Annie Awards del 2024 e, specialmente, un fan misterioso – oggi identificato in Marco Vaccaro – che travestito da Willy il Coyote ha organizzato un picchetto solitario sotto la pioggia battente, davanti agli studi della Warner nel 2025. Mosse che, unite agli altri atti di protesta, hanno contribuito a far emergere un paladino della giustizia: Ketchup Entertainment. La società di produzione e distribuzione indipendente ha sborsato ben 50 milioni di dollari per salvare il film; un colpo di scena che, come un’incudine comicamente grande, ha colpito il CEO e presidente di Warner Bros. Discovery David Zaslav, la cui compagnia non se la passa molto bene dopo i negoziati con Paramount, uniti agli insuccessi di pubblico e critica per La Sposa! e Supergirl.
Tutta la fatica fatta per riportare il progetto sotto i riflettori è dovuta, in parte, anche al suo essere una storia che inizialmente doveva avere nientedimeno che James Gunn (The Suicide Squad, Superman) come regista. Nel 2019, infatti, l’autore aveva lanciato l’idea alla base della pellicola sulla scrivania di Warner, ispirato dall’omonimo articolo satirico di Ian Frazier per il New Yorker: Willy il Coyote, ormai stanco di utilizzare prodotti difettosi e potenzialmente mortali per tentare di catturare Beep Beep, avvia un’azione legale nei confronti della ACME, la gigantesca corporazione che vende i suddetti attrezzi. Purtroppo, come sappiamo, i lavori di realizzazione sono rimasti congelati a lungo. Ciò ha costretto Gunn a spostarsi su altro, rimanendo però legato a Coyote vs. ACME in veste di produttore. È questo cambiamento ad aver dato al giovane cineasta Dave Green la sua occasione, su segnalazione dello stesso Gunn che scrisse in un’e-mail: “Esistono pochi registi capaci di bilanciare il divertimento, la follia e la dolcezza che caratterizzano questo racconto“.
Il film in sé, già a partire dal suo pitch, vuole essere ciò che per il genere noir è stato Chi ha incastrato Roger Rabbit, punta di diamante dei lungometraggi in tecnica mista. Una narrazione che sguazza nel legal drama e che si ispira – più o meno direttamente – a pellicole come Michael Clayton, Il verdetto, Erin Brockovich – Forte come la verità, Insider – Dietro la verità, La parola ai giurati, Giurato numero 2, Il buio oltre la siepe e – come hanno ammesso gli autori – Codice d’onore (ma con molte più esplosioni). Insomma, un’operazione ricca di cinefilia che doveva essere portata nelle sale anche per dimostrare che non è stata bocciata e archiviata in quanto brutta o sgradevole, ma solo per una questione di cieca avidità corporativa.
I colleghi più insigni di Dave Green si sono espressi con grande entusiasmo per questo film (oltre allo sdegno per la rischiata cancellazione). Si parla di artisti come Phil Lord e Christopher Miller (The LEGO Movie, Project Hail Mary), Edgar Wright (Ultima Notte a Soho, The Running Man) e Gary K. Wolf (il fumettista che ha creato il mondo di Roger Rabbit). Persino la famiglia del regista e sceneggiatore Chuck Jones ha definito Coyote vs. ACME “un ponte perfetto tra le creazioni di Chuck e il mondo reale; una storia dove tutti i personaggi si amalgamano in maniera ottima“. Andiamo ora a scoprire il perché.
Per inciso, i più esperti – o malati di Looney Tunes nel mio caso – forse ricorderanno che la serie televisiva I favolosi Tiny aveva già provato, negli anni Novanta, a imbastire una specie di dramma giudiziario con una versione più giovane di Willy il Coyote, chiamata Calamity Coyote. Proprio come la sua controparte adulta, dà la caccia a un Road Runner (Little Beeper), si esprime tirando fuori cartelli con varie scritte e, in quanto piccolo genio, utilizza marchingegni ACME tanto bizzarri quanto scadenti che finiscono inesorabilmente per causare disastri. Prima o poi questo circolo vizioso doveva essere interrotto, ed ecco che il nostro Willy originale giura vendetta, idealmente tenendo fede alla proverbiale legge dell’incudine e del martello formulata in A Hidden Life di Terrence Malick: “Dobbiamo mostrarci forti, essere fermi. Dobbiamo seguire l’esempio del fabbro. Non importa quanto forte batte il martello. L’incudine non può, non deve rispondere. L’incudine sopravvive al martello“.
Chi ha incastrato Willy il Coyote?
Devastato e dolorante a causa dell’ennesimo, spettacolare malfunzionamento dei prodotti ACME, Willy il Coyote torna affamato nella sua caverna buia e strabordante di invenzioni fallite. È qui che ha il suo incontro con una persona che gli cambia la vita: alla televisione lo studio legale Avery, Jones & Maltese trasmette uno spot con protagonista Kevin Avery (Will Forte), un avvocato di Albuquerque specializzato in casi di violenza nei cartoni animati che coinvolgono i prodotti ACME. Convinto che questo individuo possa aiutarlo a cambiare la sua amara situazione e a catturare Beep Beep, Willy si dirige in città per denunciare formalmente l’azienda. Sfortunatamente, Kevin è il classico procuratore squattrinato e “da cartellone”: un uomo che non è mai entrato in un tribunale e che ha sempre preferito chiudere i suoi fascicoli con conciliazioni da poche centinaia di dollari anziché intentare cause costose e rischiose, poiché schiavo del sistema capitalista in cui vive e che non gli presenta alternative per tenere in piedi lo studio. La testardaggine di Mr. Coyote e l’intraprendenza della sua nuova tirocinante Paige (Lana Condor) lo costringono, volente o nolente, a portare a processo la ACME e il suo avvocato più tenace e perfido, ovvero Buddy Crane (un ottimo John Cena), una vecchia conoscenza.
A differenza dei due Space Jam che pongono i cartoni animati in un universo a parte, Coyote vs. ACME è molto più vicino – stilisticamente e narrativamente – al Looney Tunes: Back in Action di Joe Dante. I Looney sono infatti parte integrante del mondo reale e condividono con gli umani la vita di tutti i giorni. Un dettaglio sempre interessante, a supporto della messa in scena e che rende i cartoon dei personaggi amichevoli, non alieni distanti da noi. Ad aver perso qualsiasi contatto con la realtà, al contrario, è proprio la ACME Corporation che viene giustamente dipinta come la mega azienda – stereotipata ma assolutamente credibile – che, dietro una facciata affidabile, cela i più biechi e immorali interessi commerciali. Non è dunque sbagliato fare un paragone con le corporazioni tentacolari di oggi come Amazon e Google che, proprio come la ACME, hanno il controllo sulla maggior parte dei prodotti di largo consumo e sulla loro obsolescenza. Un controllo che monopolizza il mercato a scapito di ogni libertà di scelta. Come se non bastasse, viene mostrato esplicitamente che si tratta di una società che non si fa scrupoli nel far sparire misteriosamente le persone scomode e i whistleblower (in questo specifico caso, la statunitense Boeing e la macabra vicenda degli Epstein files sono tra i tanti paragoni possibili).
Nel suo mettere in scena una battaglia à la Davide contro Golia, questo film straborda continuamente nel metacinema, mostrandosi consapevole di sé, della sua storia dedicata agli underdog e dei contorti meccanismi produttivi che lo hanno portato alla luce. Esattamente come la Warner Bros. ha buttato su uno scaffale questo lungometraggio, la ACME cestina e archivia tutte le denunce che hanno come oggetto i cartoni animati, semplicemente perché “a nessuno importa di loro“. Nel sottolineare tutta questa cattiveria, il racconto non fa altro che mostrare la realtà di un’industria cinematografica che, spesso e volentieri, predilige i prodotti live-action, snobbando l’animazione di qualsiasi tipo. I cartoni animati vengono sempre maltrattati, nel vero e nella finzione.

Oltre a portare avanti un potente messaggio anticapitalista, con vicende molto affini alla ribellione rabbiosa presente in Sabato sera, domenica mattina di Karel Reisz e in altre opere del Free Cinema britannico, Coyote vs. ACME orchestra un’operazione filosofica complessa: utilizza come scheletro della sceneggiatura Il mito di Sisifo di Albert Camus e rimane, al contempo, un prodotto estremamente leggero e perfettamente assimilabile da ogni tipo di pubblico. Willy il Coyote, nella sua assurda esistenza, è sì metaforicamente condannato a spingere un masso su per una montagna per poi vederlo cadere giù all’infinito, ma invece di arrendersi al suo destino decide di diventarne il padrone. Sa che non potrà mai acciuffare Beep Beep, eppure trova la forza di alzarsi al mattino per provarci ancora e ancora, perché è ciò che lo rende vivo e non può farne a meno, indipendentemente dai fallimenti. Ragionando più in grande, anche noi come esseri umani dovremmo lasciarci ispirare da questa filosofia e trovare il nostro Road Runner personale: quel qualcosa da inseguire che ci rende migliori giorno dopo giorno.
In Giappone esiste una parola singola per descrivere questo concetto ed è “ikigai“, ovvero “ragion d’essere”; quello scopo che dà un senso alla vita e che la rende degna di essere vissuta (un ideale espresso molto bene da Hideo Kojima e molti altri autori nipponici). Il personaggio di Wile E. Coyote viene quindi ribaltato rispetto al suo canone originale: non è più visto come un perdente, bensì come un lavoratore instancabile e resiliente che non si arrende mai, proprio come chi – direttamente o indirettamente – ha permesso che il suo film risorgesse dalle ceneri. Si potrebbe persino fare un azzardo e dire che Chuck Jones, nel creare e caratterizzare il suo coyote, abbia commesso un errore. Nell’autobiografia del 1999 Chuck Amuck: The Life and Times of an Animated Cartoonist, cita il saggista George Santayana e dice che “il Coyote potrebbe fermarsi quando vuole, se solo non fosse un fanatico, perché un fanatico è qualcuno che raddoppia i suoi sforzi dopo aver perduto di vista il proprio obiettivo“. Ebbene, questa affermazione cozza in pieno con l’evoluzione che il cartone animato ha vissuto nel corso degli anni e che raggiunge, per ora, il suo picco proprio in questo lungometraggio.
I cartoni di Willy il Coyote e Beep Beep nascono a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta – più precisamente nel 1949, con il corto d’esordio Fast and Furry-ous – come parodia sofisticata dei classici cortometraggi comici “gatto contro topo” (di cui Tom e Jerry sono i più nobili rappresentanti). Sofisticata perché il già citato Chuck Jones basò la caccia del coyote sul libro In cerca di guai (Roughing It in originale) di Mark Twain, in cui l’animale viene visto come scaltro ma sfortunato. Uno scontro eterno tra ingegno umano/cartoonesco e destino inesorabile, una formula divenuta subito popolarissima, ma non per questo – come abbiamo appena sottolineato – intoccabile. Non è un caso se in un’intervista contenuta nel libro Hollywood Cartoons: American Animation in Its Golden Age, Michael Maltese, co-creatore dei primi episodi insieme a Jones, ha negato l’esistenza di regole fisse per la scrittura dei loro cortometraggi.
È questa anarchia sempre presente e linfa vitale dei Looney Tunes a rendere possibile la loro sopravvivenza ancora oggi, in piena contrapposizione con il buonismo borghese della Disney. Una sregolatezza che ha permesso di mettere in scena – durante l’epilogo – un secondo, radicale ribaltamento che ridefinisce il rapporto tra i due “acerrimi nemici” di casa Warner, raffigurandolo in modo più sfaccettato a livello “drammaturgico”, per così dire. Un elemento commovente e di rottura con la filosofia “comedy first“, imposta da Chuck Jones e colleghi, che potrebbe disturbare i fan più fondamentalisti. C’è chi sostiene che i Looney dovrebbero essere personaggi bidimensionali nella loro sagacia tagliente e quindi, per quanto particolari e unici, attaccati a quelle logiche che vedono sempre il Coyote e Beep Beep come nemesi senza eccezioni. Io invece trovo che questo adattamento per il grande schermo di due personaggi così vulcanici sia un esperimento interessante e riuscito (siccome, alla fine della fiera, i cartoni targati Warner Bros. rimangono comunque molto fedeli alla loro pazzia intrinseca).
A proposito di filologia dei Looney Tunes e attinenza al materiale originale, come in Back in Action, Dave Green e Samy Burch inseriscono i cartoni animati tutti insieme nello stesso racconto e proprio questa scelta in stile – permettetemi il paragone – Super Smash Bros. Brawl, è un altro elemento che potrebbe far storcere il naso ai puristi. Il motivo è presto detto: negli anni Quaranta e Cinquanta, la golden age dell’animazione, ogni personaggio – da Bugs Bunny e Taddeo a Titti e Silvestro – viveva e agiva in “compartimenti stagni”. Micromondi costruiti da autori che lavoravano spesso separatamente e che, in un certo senso, imponevano visioni distinte per ogni protagonista. Detto semplicemente: Taddeo non dovrebbe interagire con Porky Pig, Porky non dovrebbe conoscere Foghorn Leghorn, quest’ultimo non ha nulla a che fare con Titti e così via. Gli appassionati più fondamentalisti affermano che i singoli personaggi sono personificazioni delle idee originali dei singoli sceneggiatori e animatori che li hanno creati, e mischiare tutto insieme viene visto come un peccato sacrilego o una mossa troppo commerciale. A mio avviso, si tratta una critica troppo intransigente, pedante e pignola, basata inoltre su logiche desuete (non sbagliate, ma oramai superate).
Questo parziale svecchiamento non deve spaventare: nel suo rappresentare un “operaio”, un eroe proletario che non si arrende e resiste alle attrattive borghesi fallaci e bugiarde della ACME Corporation, Coyote vs. ACME non è certo un film d’essai, ma esibisce fieramente una componente anti-establishment, avvicinandosi al contempo alla satira di Frank Capra in Mr. Smith va a Washington e Accadde una notte. Come non nominare poi le immancabili influenze di Charlie Chaplin e Buster Keaton e di quella commedia slapstick che, senza mai dire una parola, fa morire dal ridere intere generazioni ancora oggi.
Ribellarsi a suon di dinamite
Anche un bambino potrebbe capire che la connessione artistica tra lo slapstick del cinema muto e i Looney Tunes è fortissima. Tex Avery, Chuck Jones, Bob Clampett, Michael Maltese, Robert McKimson e Friz Freleng hanno esordito negli anni Trenta, periodo storico in cui il cinema stava diventando sempre più parlato, verosimile e basato sui dialoghi. È naturale dunque che, per questo gruppo di creativi cresciuti a pane e Stanlio e Ollio, l’animazione fosse un rifugio in cui sperimentare ancora con la comicità visiva, l’estremizzazione della “grammatica del muto” e con il Mickey Mousing.
Un gigante come Maurizio Nichetti, in interviste e scritti sulla storia del cinema e dell’animazione, conferma quanto detto: con Willy il Coyote e Beep Beep si ritorna a far ridere senza parlare. In quest’epoca poco straordinaria e tanto stagnante, anche grazie a film come questo, permane un elemento caratteristico che appartiene ed è appartenuto a ogni epoca: la ribellione. Quello slancio rivoluzionario e popolare che fa tremare lo status quo quando il dissenso proviene dalle masse.
Il critico Goffredo Fofi, in vari articoli per Internazionale, sosteneva che quest’aria di cambiamento, a causa del postmoderno, non soffia più se non “ai margini isolati” della settima arte. La Ketchup Entertainment non è forse questo? Il lungometraggio che adesso reca la loro firma stava per essere cestinato, altro che marginalizzato. “Quando il nuovo dialoga, finge” – scrive Fofi – “perché si serve del passato non come una lezione da innervare nel presente, ma come una semplice riserva di citazioni nobilitanti. Il tentativo di fare il nuovo è spesso grottesco” e in questo caso, invece, non posso che trovarmi in completo disaccordo, vista la grande prova di freschezza che Coyote vs. ACME ha dato e dà, alla faccia di tutta la Warner Bros. e del suo CEO che al momento, probabilmente, staranno piangendo alla vista degli incassi in Italia e nel mondo e dell’attuale punteggio su Rotten Tomatoes (segnali che spesso lasciano il tempo che trovano, ma comunque mai sottovalutati nell’era dei social).
Io odio dare i voti ai film e all’arte in generale. A questo piacevolissimo lungometraggio che vola davanti agli occhi, tra una risata e l’altra, darei un dieci a prescindere, anche solo per premiare tutta l’operazione che lo ha sostenuto e per essere un’opera emozionante e artigianale, curata e matura che ama e capisce davvero i suoi personaggi e i loro storici creatori. Idealmente e personalmente potrei dire che questo legal drama infarcito di dinamite non presenta difetti oggettivi, solo “storture” riconducibili al mero gusto soggettivo. Mi viene da pensare poi alla splendida e martellante campagna marketing italiana, voluta da Lucky Red e organizzata da Manuel Juno, alle carte collezionabili (che ho felicemente recuperato comprando tre biglietti per tre cinema diversi, sparsi su Roma) o alle decine di artisti coinvolti per spingere la pellicola con le loro fan art (il bravissimo diolotdraw ne è un esempio). Un moto compatto, alimentato da vera passione e nostalgia.
Per dirla con le parole di Federico Fellini, l’estremo e il caricaturale esercitano un fascino che non tutti possono capire e bollano erroneamente come infantile, stantio e sciocco. Per il regista italiano, sottolinea sempre Goffredo Fofi, è di fondamentale importanza l’innocenza pura di certi personaggi emarginati (si pensi a Le notti di Cabiria o La strada): “L’estrema modestia, che certe volte ravviso nei desideri di gente umile, ha il potere di turbarmi“. Questa “zona dell’infanzia” è il punto di partenza di alcune ispirazioni fondamentali del cinema felliniano e, io credo, di Tex Avery e Chuck Jones per i Looney Tunes. Lo scrittore polacco Witold Gombrowicz diceva che “siamo tutti foderati d’infanzia“. L’infanzia ci perseguita, in qualche modo ci definisce. Ci chiude, ma allo stesso tempo ci apre, ci dà delle possibilità.
Carl Gustav Jung, in Ricordi, sogni, riflessioni, discute della fascinazione per le figure del “diverso”, del marginale, del povero sfortunato (come il nostro Coyote). Pensieri che possono sfociare in un’interpretazione religiosa, legata alla letteratura russa dell’Ottocento. Quest’ultima prospettiva, tuttavia, non credo trovi spazio nella laicità grottesca dei Looney, vista la voglia di raccontare dei personaggi sì dal fascino folle e quasi poetico, ma anche fuori da ogni morale costituita. A questo proposito, volendo allargare brevemente lo spettro di indagine, si può affermare che in un paese profondamente cattolico come l’Italia, raramente si dà spazio – nell’arte soprattutto – a individui del genere, al sovversivo, all’anarchico. Quasi come se il servilismo tipicamente nostrano prendesse il sopravvento anche su ciò che può o non può essere rappresentato. Ecco perché, tradizionalmente, il nostro Paese ha sempre preferito il pulitissimo moralismo disneyano, contrapposto all’iconoclastia violenta dei Looney Tunes o di Hanna-Barbera, apprezzata sì, ma meno nazionalpopolare. Inutile dire che io, al contrario, ho sempre tifato per il dirompente a scapito del perbenismo, poiché fucina di sorprese, innovazioni e sfide al linguaggio artistico più istituzionalizzato.
Che ci crediate oppure no, Coyote vs. ACME è tutto questo e, incredibile ma vero, Fellini mi dà un ultimo assist per concludere questa mia filippica: la sua fascinazione per il diverso e lo strambo anticipa di anni quella sperimentazione che in Italia si è avuta solo a partire dal 1968. Non a caso è del 1969 l’opera teatrale Mistero Buffo, magnum opus di Dario Fo; artista a tutto tondo che più di tutti ha portato l’anarchia giullaresca nell’arte italiana, una figura che meriterebbe un articolo a parte. Ad anticipare di decenni Fellini e Fo stessi – amanti della trasgressione – vi sono proprio Chuck Jones e colleghi che, a partire dagli anni Trenta, portarono “il diverso” nell’audiovisivo.
In ultimissima analisi, è interessante notare come il Fellini più anziano – quello de La voce della luna – sia un autore che mette in discussione la società umana, un creativo che non accetta il mondo così com’è e nuovamente, nella sua “dolente capacità di calarci nel nostro presente“, ritorna alla vocazione infantile, ai sogni d’infanzia per esprimere – in maniera radicale – la sua visione negativa di ogni società. In un certo senso, anche noi e Willy il Coyote facciamo lo stesso, opponendoci al potere costituito, alla grande corporazione che ci raggira e ci illude, facendo causa alla ACME da un lato e scontrandoci con la Warner Bros. dall’altro.
Il grande amore che si è riversato sulla creatura di un regista in erba come Dave Green dimostra, ancora una volta e come se ce ne fosse bisogno, che la dirigenza a capo delle grandi corporazioni è spesso composta da persone avulse dalla realtà e poco lungimiranti. Cancellare un film del genere dopo aver tolto dal catalogo di HBO Max TUTTI i cortometraggi dei Looney Tunes significa sputare sul proprio passato glorioso e sugli appassionati sparsi per il mondo. Uno sgambetto, quest’ultimo, che personalmente mi ha fatto correre ai ripari recuperando tutto l’home video possibile, grazie alle indicazioni del thread Maximizing Bugs Bunny, a suggerimenti di pagine Instagram dedicate e buoni samaritani su YouTube come MoviesCool93 e Anthony’s Animation Talk.

In qualità di opera di artigianato come raramente se ne vedono al giorno d’oggi, Coyote vs. ACME sconvolge su più fronti, specialmente su quello artistico. Si possono solo ammirare e applaudire gli sforzi della troupe, concretizzatisi in: una fusione tra animazione 3D e 2D – con bellissimi inserti provenienti dai vecchi corti della coppia Coyote/Beep Beep – che ha coinvolto firme talentuose come Maël Gourmelen (L’isola dei cani, Klaus) e Bruno Branca (Dragonkeeper), le musiche di Steven Price (Gravity, Baby Driver) ispirate all’Ouverture 1812 di Pëtr Il’ič Čajkovskij e il lavoro incredibile del maestro burattinaio Dave Barclay (La piccola bottega degli orrori, Labyrinth) che sul set ha dato corpo e anima alle movenze di Willy il Coyote con un bellissimo pupazzone a grandezza naturale.
Potrei spendere righe e righe di testo addentrandomi nell’attenzione al dettaglio sfoggiata da questo lungometraggio. Potrei parlare del cameo dell’immenso Peter Lorre, dell’ottimo doppiaggio italiano diretto dal sempreverde Davide Garbolino, degli easter egg tirati addosso al pubblico con la fionda in pieno stile Ready Player One… non credo che riuscirei a fermarmi ed è questa la magia che ha rapito tutto il pubblico. Una magia che – “rubando” un’ultima volta le parole di Goffredo Fofi – voglio definire “cultura e spettacolo insieme, l’oggi che ridà vita al passato, restituendo al cinema il suo originario potere di sbalordire […] di ri-vivere”. Una voglia di sorprendersi che qualche avido miliardario stava per strapparci via dagli occhi e che noi abbiamo faticosamente riconquistato, uniti da quel grido che riporta alla mente le avventure più rocambolesche di Bugs Bunny: “Questo significa guerra!“.
Questa storia di finzione che racconta di un perdente alle prese con una grande corporazione è diventata una storia vera. Una storia di voci che si sono fatte sentire, che hanno urlato a squarciagola fino alla sconfitta di un’altra grande corporazione. Coyote vs. ACME è un simbolo: il simbolo del potere in mano agli spettatori – Will Forte
La ACME Corporation non approva questa recensione







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