Héctor Oesterheld e Alberto Breccia: i due eroi del fumetto argentino

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Chi si appassiona al mondo del fumetto, andando avanti con le letture e dopo migliaia di euro spesi in albi, comincia a prendere atto di un concetto: il talento vero, quello che nel medioevo avrebbero bruciato perché vicino a un patto satanico, nasce quasi sempre nei posti meno inclini a valorizzarlo. Tutti noi conosciamo la storia di questo o di quello realmente talentuoso in un certo ambito ma costretto dalla vita a fare tutt’altro. Ecco, nel mondo del fumetto quando sei veramente un mostro di bravura o ti capita una sfortuna madornale come Pazienza con la droga, come Hergé con i nazisti, come Sergio Toppi con il berlusconismo, o cominciano a fischiare le pallottole sopra la tua testa come in questo caso.

Igor Tuveri, in arte Igort, definì Alberto Breccia al pari di Caravaggio. Il mondo della narrativa fantascientifica santificò Héctor Oesterheld portandolo nello stesso olimpo di Asimov e Dick. Le riviste specializzate hanno messo i loro lavori come capostipiti della moderna graphic novel, una sorta di seme primigenio che ha dato vita al nostro albero preferito. Definiti i Maradona del fumetto mondiale, invidiati da ogni paese recante una storia di albi a fumetti, non solo fecero fortuna quando gli americani ancora non sapevano cosa farsene di Superman e Batman, ma realizzarono lavori ineguagliabili ancora oggi in uno dei contesti peggiori di sempre. Per quanto mi riguarda credo che gli déi, ingelositi dalla loro bravura, provarono a fermarli con una sorta di ruota karmica che si manifestò con una delle peggiori dittature del ‘900. Oggi proveremo a ripercorrere la storia di Héctor Germán Oesterheld e Alberto Breccia, e a capire se l’arte è a prova di proiettile come le idee.

Héctor Germán Oesterheld

Ritratto Oesterheld

Héctor Germán Oesterheld, che da ora chiameremo solo Héctor per comodità, non è uno sceneggiatore. La sua professione è quella del geologo, si ritiene un uomo di scienza con una forte passione per la cultura classica e sua moglie Elsa lo sa bene, tanto che quando comincia a sceneggiare fumetti è parecchio indispettita. Perché mettersi a lavorare in un mezzo così popolare e di bassa cultura? Se vuoi scrivere un romanzo fallo, ma perché proprio il fumetto? La verità è che in Argentina c’è un grosso fermento grazie a due entità separate ma collegate dal filo rosso del destino. La prima è l’Escuela Panamericana de Arte che ospita dei disegnatori prodigiosi, uno tra tutti un certo Alberto Breccia. La seconda realtà è che Cesare Civita, un italiano responsabile delle pubblicazioni Disney per Arnoldo Mondadori Editore, ha fondato la casa editrice Abril.

Héctor litiga con Elsa perché l’opportunità di far parte di un movimento nuovo, fresco e nel momento giusto della storia, è così unica da rappresentare qualcosa di imperdibile. Lavora con dei bravissimi disegnatori, uno tra tutti un giovanissimo Hugo Pratt spedito a Buenos Aires per affiancare gli altri disegnatori della Abril, si fa le ossa con principalmente storie di guerra e western. Fin da subito diventa chiaro a tutti che Héctor non sa tenersi le opinioni politiche per sé, i suoi lavori criticano sempre il sistema (che sia coloniale del west americano o i nazisti della seconda guerra mondiale). Passano pochi anni ed Héctor fonda la sua prima casa editrice con suo fratello Jorge e la chiama Editorial Frontera, pubblica due delle riviste a fumetti più importanti di sempre (Hora Cero e Frontera) e nel 1957 fa il capolavoro: insieme a Francisco Solano López, un disegnatore dallo stile realistico e perfetto per il compito, fa uscire El Eternauta a puntate di poche pagine per volta. In quel momento Alberto Breccia nota Héctor e capisce che dovranno lavorare insieme.

Alberto Breccia

Ritratto Breccia

Alberto Breccia è un demone con il pennello in mano, è pazzesco con la china ed è un genio totale in un mare di tecniche artistiche che fanno risaltare i suoi lavori agli occhi di tutti. Disegna professionalmente da quando è adolescente, realizzando delle strisce per El Resero. Crea di tutto e collabora con un mare di uscite, dalle umoristiche allo spionaggio, non ha limiti ed è uno di quei disegnatori che non sa fermarsi in zone di comfort. In ogni caso ci sarà tempo per approfondire alcune delle sue tecniche più sperimentali perché ora bisogna concentrarsi sul 1957. Alberto ha 39 anni quando conosce Héctor Oesterheld dopo aver letto El Eternauta. Da buon anarchico si fa affascinare dagli ideali dietro l’allegoria fantascientifica che Héctor mette in scena tanto sapientemente, lo studia per un po’ per capire se è nocivo e si convince dopo aver scandagliato il messaggio politico dietro la storia, arrivando alla conclusione che Héctor è la persona che fa per lui.

Comincia una collaborazione quasi senza impegno partendo da una sceneggiatura chiamata Sherlock Time, ovvero un detective del tempo che risolve crimini nelle linee temporali. Alberto Breccia approfondisce il carattere di Héctor e capisce un’altra cosa: quel tedesco è pazzo da legare, non si fa intimorire dal clima politico incendiario dell’epoca e forse ha pure una spiccata vena suicida. Ci sarebbe da preoccuparsi, perché Héctor Oesterheld ha pure quattro bellissime figlie, una moglie da cui tornare e un mare di affetti. Anche Alberto ha il suo Enrique, un figlio per cui morirebbe. Da quel momento si dice, com’è confermato in Historia de la Historieta di Trillo e Saccomanno, dovrà fare attenzione per entrambi perché se c’è una cosa che i governi argentini amano è far volatilizzare gli intellettuali.

Don’t cry for me Argentina…

Mort Cinder 1

…ma l’Argentina piangerà eccome. Il peronismo, ovvero la dottrina di Juan Domingo Perón, va forte dalle elezioni del 1946 in cui diventa presidente dopo aver scalzato Ramón Castillo con un golpe militare tre anni prima. In sintesi si tratta di una sorta di bonapartismo che prende spunto dal fascismo di Mussolini, ma tenendo in piedi una coesione molto forte con il mondo operaio. Per certi versi ha tanto del socialismo, per altri non prevede la lotta di classe e per altri ancora prova a far contenti anche gli investitori capitalisti. La situazione si fa incandescente quando poteri esteri, dicesi USA, cominciano a sobillare l’esercito tranciando uno dei pilastri fondamentali del governo Perón. Evita Perón, seconda moglie di Juan e bandiera del governo e del movimento operaio che prova a difendere, nel 1951 quasi casca per mano di un altro golpe da parte del generale Menéndez (finanziato dagli oligarchi argentini, stranieri e con al seguito buona parte dell’esercito). Evita muore un anno più tardi di cancro e da lì comincia la tragedia vera, in cui Juan Perón perde sempre più forza nel confronto diretto con gli apparati militari.

Il contesto è molto importante perché parliamo di un trentennio, precisamente dagli anni quaranta agli anni settanta, in cui l’Argentina è devastata da un colpo di stato dietro l’altro. Nei bar si scherza sul fatto che un golpe inizia quando l’altro non è ancora finito e che i golpisti prendono il bigliettino per fare la fila come i clienti dal fornaio. In tutto questo Héctor Oesterheld è vicino all’ala sinistra peronista, che poi si distaccherà più avanti per ragioni su cui tornerò dopo. Alberto Breccia invece ha capito fin da giovane che non esistono poteri buoni, che chi sta al governo avrà sempre quella vena di narcisismo patologico in grado di trasformarti in breve in un piccolo Napoleone. Ciò che fa temere davvero il peggio a Héctor e Alberto è la maniera in cui sempre più spesso, una fazione o l’altra, incita alla guerra civile. I militari di Aníbal Olivieri, nel giugno del 1955, provano a uccidere Juan Perón bombardando Plaza de Mayo a Buenos Aires: 30 bombardieri di diverso tipo, (AT-6 Texan, AT-11 Kansan, PBY Catalina) ammazzano più di trecento persone e ne feriscono altre mille. Perón si salva e dopo poco lascia il paese, in un clima talmente pesante da non far più uscire di casa le persone. Due anni dopo, Héctor e Alberto cominceranno la collaborazione che renderà le loro figure leggendarie.

Mort Cinder

Mort Cinder 2

Il 1962 è l’anno della prima grande collaborazione tra Héctor Oesterheld e Alberto Breccia, il sodalizio che darà vita a ciò che nel fumetto mondiale è considerato la genesi di tutto. Avevano già lavorato per Sherlock Time, ma il vero e proprio primo incontro tra i due era avvenuto con Ernie Pike, un fumetto riguardante la guerra in Corea originariamente disegnato dal nostro Hugo Pratt. Tralasciando questi due lavori minori è proprio con Mort Cinder che si cementifica un patto astrale tra la coppia che cambierà per sempre l’universo di cui siamo appassionati. Mort Cinder inoltre nasce come storia a puntate su Misterix (numero 718), una rivista che i critici avevano sempre definito fatta per il macero: era stata commissionata qualche mese prima, serviva una trama misteriosa che facesse sollevare di qualche centinaio di copie le vendite e che creasse un senso di continuità con dei twist a fine puntata.

La trama si regge su un semplicissimo gancio narrativo, un incipit che costruisce lo svolgersi dell’azione fin dalle prime vignette: Ezra Winston è un banalissimo antiquario che, mentre rifila una fregatura qua e un buon affare là, incontra un immortale di nome Mort Cinder. Non potendo estinguersi definitivamente come tutte le creature sotto il cielo stellato di questa terra, Mort Cinder ha vissuto ogni genere di periodo storico e in gran parte di essi si è comportato in maniera… direi grigia. Non è di certo un personaggio buono, anche perché quando lo incontra Ezra Winston, che ci farà da narratore per tutto il tempo, Mort è appena stato giustiziato in quanto omicida.

Le dieci storie vanno tutte a parare su una scelta di trama per me incredibile, ovvero che Mort conosce come sono realmente andati i grandi eventi della storia moderna e antica, perché lui era lì e può raccontare la versione coerente dei fatti. Mort Cinder ha vissuto in prima persona l’antico Egitto, le Termopili, lo schiavismo delle navi negriere e così via, dunque conosce i segreti più sporchi di ogni faccenda passata. E non lesina nel raccontarli perché il lungo filo rosso che unisce tutte le storie di Mort Cinder è l’oppressione, la sete di potere e la malvagità che l’uomo esercita sul suo prossimo per scalare la piramide della violenza.

Proprio in queste tavole Alberto Breccia comincia a sperimentare, mischiando tecniche miste come china e biacca (un bianco a base di piombo), mezzatinta, tempera e acquerello, con espedienti che poi diventeranno il suo marchio di fabbrica. Decide che queste tavole, per amore della storia, sarebbero state il suo terreno di gioco nel rinnovamento artistico vitale per le sue creazioni e le lavora come un artigiano: il collage è la prima tecnica su cui sperimenta davvero, incollando figure ritagliate sia a mano sia con forbice e mischiandole alla pagina. In questa maniera crea spessore, rilievi, riesce a dare risalto a un soggetto in prospettiva come mai prima d’ora.

Usa lamette da barba per graffiare la tavola mentre la inchiostra, creando dei tatuaggi di china alla maniera delle vecchie carceri. Si basa sul negativo delle fotografie quando raschia l’inchiostro per far emergere dalla china il bianco della pagina, dando un’atmosfera onirica e surreale alle sue tavole ma senza utilizzare i metodi classici delle sequenze sognanti, bensì l’assenza di colore all’interno delle grandi masse di inchiostro. Sporca il percorso artistico dell’illustrazione perché ciò che vuole è la stessa ricercatezza di qualsiasi altra opera visiva, facendo diventare legittima l’identità dell’arte sequenziale. E di fatto cambiando il nostro mondo.

Obiettivi e scadenze

Vida del Che 1

Nel 1968 si parla solo di “obiettivi e scadenze” perché è il fulcro del discorso che fa da incipit a una manovra: la repressione totale. Chi ha pronunciato questo discorso è Juan Carlos Onganía, il generale che, salito al potere con l’ennesimo golpe argentino, ha deciso che i militari dovranno tenere la corona a lungo. Si tratta di un nazista calzato e vestito, sembra un villain di Capitan America e ha deciso di sospendere la democrazia per riorganizzare il paese a sua immagine e somiglianza. Per salire al potere ha scalzato Arturo Illia, candidato del partito Unión Cívica Radical del Pueblo arrivato a vincere le elezioni grazie al fatto che i peronisti non potevano votare.

Sì, perché dopo l’attentato del 1955 con i bombardieri, Perón resterà in esilio per 17 anni pur senza rinuciare alla sua influenza nel panorama politico argentino: nel 1958 fa eleggere Frondizi che poi verrà rovesciato da un golpe militare, prova a rientrare in Argentina nel 1964 ma viene fermato in Brasile, cambia i vertici del suo movimento politico per farlo diventare una sorta di corpo paramilitare ed elimina ogni possibile frangia pacifista. In undici anni è il macello completo e nelle strade di Buenos Aires si respira paura e odore di cordite. Nel 1968 è guerra aperta al peronismo militante, con l’esercito in costante tenuta d’assalto e sguinzagliato da Onganía che il potere non lo vuole assolutamente lasciare. Qui comincia una delle guerre civili tra le più sanguinarie della storia.

Nel 1967 però muore uno degli idoli di Héctor Oesterheld e Alberto Breccia: Ernesto Guevara de la Serna, conosciuto come il Che e autore della rivoluzione comunista cubana, viene catturato e ucciso mentre combatte in Bolivia. Nella sua immensa lungimiranza non credo che il Che si aspettasse quello che sarebbe successo a due dei fumettisti più talentuosi della storia umana a causa della sua dipartita. Qui i casi si incrociano, le stelle creano una congiunzione di eventi, i pianeti si allineano e passiamo a quella versione della storia che somiglia molto di più a una leggenda che a una cronaca. Eppure è tutto vero.

Vida del Che

L’anno di uscita è il 1968, gennaio, tre mesi dopo la morte del Che. Si tratta di una lavorazione fatta con il fuoco dentro, in cui viene investito di una responsabilità consistente anche il figlio di Alberto Breccia, Enrique. La pubblicazione avviene per l’Editorial Jorge Álvarez, primo volume di una collana dedicata alle figure più importanti dell’America Latina. In tre mesi, Héctor e Alberto, mettono su un albo che sembra essere stato sceneggiato e disegnato nel corso di una maturazione di anni, rivelando la loro vera natura: sono i predatori più grossi in un oceano di fumettisti, i megalodonti della loro epoca e saranno sempre destinati a rimanere tali. La scintilla che fa fare il salto politico a Héctor Oesterheld, radicalizzando il suo pensiero nella lotta comunista con tutti mezzi possibili, è proprio la morte del Che. Il lavoro precedente, Richard Long, era una serie noir iniziata con Alberto Breccia ai disegni e mai continuata, qualcosa che possiamo classificare come innocuo agli occhi del potere, ma soprattutto privo di un messaggio. Con Vida del Che, Héctor e Alberto cambiano registro in maniera radicale.

Finale Vida del che

La narrazione di Héctor Oesterheld lavora su una linea di condotta duplice, iniziando con la descrizione del contesto politico ed economico in cui si svolge l’infanzia di Ernesto Guevara e raccontando cosa lo ha portato a farsi le idee che lo avrebbero spinto fino a Cuba. Trattandolo da uomo e non da leggenda vivente cerca di non mitizzarlo, utilizzando flussi di coscienza serrati che portano avanti dei concetti ben chiari allo stesso Héctor: la necessità della presa di coscienza popolare, della reazione, del levarsi di fronte al potente anche quando il contesto è scomodo. Pone delle domande prima da bambino, poi da adolescente e infine da condottiero, il cui filo conduttore è l’impegno politico marxista arrivato con il viaggio in motocicletta per il Sudamerica.

Tutta la prima parte decide che dovrà disegnarla Alberto Breccia perché trattandosi di ricordi, dunque quasi sfumati ed evanescenti nella memoria del Che, si sarebbero adattati perfettamente al suo stile sperimentale. La seconda parte, ovvero la guerra boliviana e i suoi ultimi giorni di vita, decide di farli disegnare a Enrique Breccia perché già in precedenza aveva manifestato uno stile pieno zeppo di crudo realismo, ed è il realismo che serve per quella tragica e ultima parte della vita di un idolo. Lo stile diventa disorientante, ogni tavola è un quadro, la sperimentazione di Alberto Breccia si fa sempre più ardita progredendo nell’utilizzo delle masse nere e del collage, ma al contempo accompagnando in maniera efficace lo stile di suo figlio Enrique.

Vida del Che è la miccia che fa scoppiare il candelotto di nitroglicerina, con un boom di vendite mai visto prima per un’opera storica a fumetti rimasta in libreria per poche settimane. La tiratura in 7000 copie va ad esaurirsi in pochissimo, tanto da attirare le attenzioni del regime militare argentino. L’intelligence passa al vaglio il volume e, fonti del governo non ufficiali, dicono che fino alle ultime pagine gli agenti di Juan Carlos Onganía non prendono una decisione specifica sul da farsi: alla fine è solo un fumetto, no? La Nación e Clarín, i due giornali di regime, insorgono sul pericolo di un’opera che parla di un rivoluzionario, ma si sa che quelli sono dei Savonarola e si scaldano per tutto. Quando poi i militari arrivano all’ultima pagina e alle didascalie finali, si decidono a colpire Alberto Breccia, Héctor Oesterheld, Enrique Breccia e tutto il comparto di lavoratori attorno. La risposta non si fa attendere, perché pochi giorni dopo entrano dentro la sede della casa editrice e distruggono gli originali, costringono a sospendere la lavorazione per il secondo numero della collana (dedicato a Evita Perón) e massacrano di botte i pochi impiegati che provano a opporsi.

El Eternauta

Voi cosa fareste dopo aver ricevuto una minaccia reale da parte di un governo militare violento e repressivo? Le armi le hanno loro, le prigioni pure, sono dei fascisti a fare un complimento, e il nome dei prigionieri politici comincia a coincidere con una definizione che diventerà in seguito tristemente nota: desaparecidos, gli scomparsi. Io probabilmente scapperei o magari proverei a volare basso, invece Héctor Oesterheld e Alberto Breccia decidono di calcare la mano con una nuova versione de L’Eternauta, questa volta molto più politicizzata. Li immagino fumanti di rabbia a guardarsi in giro mentre fanno le cose di tutti i giorni, dalla spesa al pagamento delle bollette, certi di essere seguiti ma al contempo con la paura che matura in furia. “Forse una rabbia antica, generazioni senza nome che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore” cantava Guccini chiedendosi cosa avesse spinto l’eroe de La locomotiva a far del treno una bomba lanciata contro l’ingiustizia a Bologna. Credo che sia andata più o meno così, in una valanga di eventi che porterà a un finale inevitabile.

La storia originale, disegnata da Francisco Solano López, tratta di un’invasione aliena che unisce tutta la popolazione mondiale in una resistenza disperata: uno sceneggiatore vede un giorno comparire di fronte a sé un viaggiatore interdimensionale che decide di raccontargli di tale invasione, cominciata con la caduta di una neve letale e proseguita con l’arrivo di una civiltà progredita e sterminatrice. L’aggancio alla storia è perfetto, si tratta infatti di una delle opere di fantascienza più belle di sempre, sceneggiata da Oesterheld quasi vent’anni prima, senza un continuo vero e proprio. Non solo è brillante ma attualmente insuperata, al pari di classici come V for Vendetta e Watchmen.

Chi ama le graphic novel non può non aver letto l’Eternauta perché, a mio avviso, storie così vengono sceneggiate una volta ogni mille anni. La versione di Breccia invece, sceneggiata ex novo dallo stesso Oesterheld, racconta che il Sudamerica (l’ambientazione principe) è stato consegnato all’invasore alieno dalle potenze mondiali per garantirsi una chance di sopravvivenza. Mostra un’allegoria in cui il governo autoritario predilige l’invasore al cittadino, racconta del tradimento degli altri stati che fino a pochi anni prima sostenevano il Sudamerica, ma solo a parole. Muove un atto d’accusa verso gli USA, complici di infiltrazioni nel governo argentino, e questo fa arrabbiare tutti.

El eternauta Breccia

Héctor e Alberto decidono, senza troppe alternative davanti, di affidare la pubblicazione di questa nuova versione de L’Eternauta alla rivista Gente, un giornale vicino alla sinistra ma del contesto borghese come tutte le pubblicazioni del gruppo Editorial Atlántida. Questo è uno sbaglio clamoroso: fin da subito la redazione chiede di modificare l’aspetto visivo perché (e cito testualmente) “il lettore si sarebbe confuso davanti a qualcosa di così artistico”. In seguito vengono pubblicate delle lettere al giornale in cui i lettori si lamentano del tratto di Alberto Breccia e della politicizzazione di questa nuova versione. Ricordiamoci che stiamo parlando degli albori della graphic novel e se queste lamentele le ricevette pure Frank Miller da parte di un pubblico più che educato visivamente, figuriamoci in un contesto come l’Argentina di fine anni sessanta. La pubblicazione viene sospesa perché al giornale e al gruppo editoriale non conveniva più mantenere dei rapporti con qualcuno di così scomodo e senza un vantaggio di vendite.

Pur non essendo apprezzato all’epoca, El Eternauta di Oesterheld e Breccia divenne a posteriori un caposaldo della letteratura a fumetti. Si tratta della prima graphic novel a carattere espressionista, priva di qualsivoglia comodità per il lettore e molto distante dal modello cinematografico a cui siamo abituati oggigiorno. I personaggi sono ritratti con visi sfigurati, sfregiati da una realtà che ne ha fatto delle bestie braccate, rendendo lo stesso protagonista della storia un cadavere che ti viene a narrare la sua storia durante un sogno da febbre gialla. Si tratta della naturale evoluzione delle tecniche che Breccia usò in Mort Cinder: il collage comincia a sfruttare pure texture fotografiche in tavole che fanno sfoggio per i paesaggi della tinta aguada (inchiostro diluito). Le trame meccaniche degli oggetti, il simbolismo e l’onirico di scene che non possono che provenire da un incubo, la fanno da padrone in toto. Il lettore viene scaraventato in una dimensione in cui deve essere cosciente, deve sforzarsi per apprendere la storia dell’Eternauta e il monito che sta lanciando. Questo rese il lavoro di Breccia, secondo il mondo della graphic novel, alla pari con i grandi pittori del rinascimento.

Un nuovo mostro in città

Breccia el eternauta sperimentazione

Quando liberi il mostro, questo proverà a mangiarti. La belva in questione è Jorge Rafael Videla, uno che fa sembrare Onganía buono quanto Tinky Winky dei Teletubbies. A dire il vero, per efferatezza, farà sfigurare pure Himmler, Teschio Rosso o il dottore folle degli Street Sharks. Sembra uno di quei personaggi che nei romanzi non possono funzionare perché troppo macchiettistici nella loro malvagità. La sua salita al potere nel 1976 è avvenuta proprio grazie al ritorno di Perón nel 1973, in una sorta di rovescio della medaglia di pura sfortuna. Poco prima del suo ritorno, il movimento peronista si era frammentato in una serie di altri piccoli movimenti facenti parte di due grossi schieramenti: sinistra e destra, in cui a sinistra figuravano le organizzazioni studentesche e i Montoneros (i ribelli armati), mentre a destra gli imprenditori e le organizzazioni paramilitari collaterali all’esercito.

Già al rientro di Perón scoppia una sparatoria all’aeroporto di Ezeiza tra le due fazioni del movimento peronista, con cecchini e mitragliatori annessi. Sembra di stare in GTA quando metti i trucchi dei civili armati. In breve la situazione diventa insostenibile e le fazioni in gioco si spartiscono quel poco di potere che è rimasto tra le macerie e i morti. Il carismatico leader sceglierà come forza portante del suo partito/movimento proprio le fazioni di destra, scoprendo definitivimante le carte in gioco: alla fine Perón non è altro che un fascista sotto copertura come tutti gli altri. Nel 1974, pochi mesi dopo essere stato nuovamente eletto, Perón bandisce in maniera definitiva i Montoneros rendendoli dei ribelli e degli indesiderati anche dal loro stesso movimento politico.

Il leader muore un mese dopo e sale al potere la sua terza moglie, Isabel: sono finiti i tempi di Evita, perché Isabel comanda con i decreti e consegna libero sfogo all’esercito, intimando di far fuori più Montoneros possibili e chiunque somigli anche solo vagamente a un comunista. Creano addirittura un gruppo paramilitare clandestino, detto Alianza Anticomunista Argentina, che agisce come sicario armato per il governo proprio per colpire quando e come vogliono e nell’anonimato governativo. Il 24 marzo del 1976 Isabel viene arrestata dalla truppa di Videla che, vedendo campo libero, decide di azzannare alla giugulare con tutta la forza della sua mascella. Una volta preso il potere Videla si scatena: repressione politica e culturale, cosparge le strade di morti e arresta chiunque sia anche solo minimamente sospettato di essere un dissidente. Indovinate a chi si era unito Héctor Oesterheld? Esatto, ai Montoneros.

El Eternauta parte due

Copertina El Eternauta 2

Héctor ha 58 anni, siamo nel 1976, ed è costretto alla clandestinità. Ciò che ha segnato la sua fine è stata la pubblicazione di Vida del Che, l’aver poi aderito ai Montoneros qualche anno prima e aver calcato la mano nella versione de L’Eternauta con Breccia. Alberto non se la passa meglio, è stato minacciato più volte e ha sempre i soldati della Tripla A, l’Alleanza Anti Comunista, di fronte a casa. Deve adottare degli stratagemmi per evitare che gli mettano una bomba in salotto o che gli taglino i freni della macchina, però almeno una casa lui ce l’ha ancora. Héctor a casa sua non ci può più tornare, quindi vive alla buona e cerca di non pensare al lutto. Sua figlia Beatriz è stata uccisa dal regime, anche lei si era unita ai Montoneros e quando ci pensa rivede anche sua moglie Elsa che scongiura di lasciar perdere questa storia dei fumetti. Beatriz era una bambina curiosa, si divertiva a infastidire le altre sorelle con storie assurde e ora è morta a soli 19 anni. Ad agosto ammazzano anche Diana, la sua secondogenita. Aveva 24 anni, era incinta di sei mesi e somigliava a suo padre nell’essere introversa e taciturna. Solo che Diana aveva un modo di ridere che ora Héctor non sentirà più, non vedrà più e assocerà per sempre a ciò che i soldati le hanno fatto. Con il lutto e il livore in corpo decide che tutto ciò che ha dalla sua è un manoscritto sbocconcellato con il seguito di El Eternauta, ancora più politico e ancora più tagliente verso i macellai di Videla.

Hector Oesterheld detta la sceneggiatura al telefono al suo vecchio disegnatore, Francisco Solano López, l’unico che può ancora disegnare da uomo libero. Dopo aver salvato suo figlio dalle grinfie del regime, anche lui catturato in quanto Montoneros, è riuscito a fuggire a Madrid. “Hector, sei sicuro? Così ti ammazzeranno per forza” sono le parole che pronuncia più spesso al telefono quando sente come andrà a parare la sceneggiatura. Il nuovo volume sarà pubblicato per la rivista Skorpio, nessuno sa quando e come uscirà anche se sono tutti certi che ci saranno ripercussioni. La lavorazione è lunga, Héctor è costretto a fuggire e salta gli appuntamenti che si danno al telefono. Per concludere il volume arriviamo fino a dicembre del 1976. Si tratta di un testo profondamente politico, con un’applicazione del socialismo nella rivolta contro gli alieni e costanti stoccate verso il governo. Praticamente è un reperto storico che tramite metafore ci fa inquadrare perfettamente la dittatura argentina di Videla. Héctor Oesterheld verrà catturato quattro mesi dopo, le sue figlie superstiti, Marina ed Estela, subiranno la stessa sorte delle sorelle. Di Estela, la maggiore delle quattro, si racconta che fosse appassionata di filosofia, una talentuosa pittrice e che avesse sempre la battuta pronta. Marina, la più piccola, invece era la ribelle di famiglia, venne soprannominata la Pantera dai colleghi rivoluzionari e ricordata come una donna d’azione dal carattere ombroso. Avevano rispettivamente 25 e 20 anni.

Non c’è un finale felice per questa storia. Alberto Breccia racconterà a tutti cos’era quel regime e come ha fatto a sopravvivere in quel contesto, testimonierà di quanto Héctor Oesterheld fosse un uomo speciale e di come vedesse nell’arte la forma più pura di giustizia sociale. Il potere, quando ha una lama in mano, colpisce con tutte le sue forze e abbiamo solo l’arte a farci da scudo. Del nostro Héctor si perderanno le tracce nel 1978, giustiziato o lasciato morire sotto atroci sofferenze, mentre sua moglie Elsa diventerà una Nonna di Plaza de Mayo. Però c’è un ultimo dettaglio che voglio darvi: alcuni sopravvissuti alle terribili carceri Argentine videro un uomo anziano, ricoperto di cicatrici e con un soprabito addosso, raccontare delle storie ai suoi compagni di cella alla fine del 1977. Una di quelle storie era El Eternauta e quella persona era Héctor Oesterheld.

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Sono un appassionato di fumetti, graphic novel, manga ed illustrazione da quando avevo circa dieci anni: i miei genitori mi comprarono un Dylan Dog nell'edicola di paese dopo esser stato dal dentista e l'anestesia, mischiata alle storie di Tiziano Sclavi, cambiarono in modo radicale qualcosa nel mio cervello. Forse fu in quel momento che capii che quello sarebbe stato il mio argomento preferito. Ho un santino di Hergé al collo e in battaglia solleverei lo stendardo di Alan Moore.

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