
“Non è un’altra stupida commedia americana”: era il 2001 quando la parodia dei film adolescenziali dell’epoca, con protagonista un giovane Chris Evans, approdava nelle sale. Siamo nel 2026 ed è ormai almeno un ventennio che siamo entrati nell’era di: “È un altro solito film con Jason Statham“. Ho tolto lo “stupido” perché in fondo gli vogliamo bene al buon Jason, ma è innegabile che, salvo rarissime eccezioni, il cinema gli abbia ormai cucito addosso un abito che nessuno riuscirà più a scollargli. Un po’ come Steven Seagal, ma con produzioni senz’altro più dignitose.
Persino icone muscolari come Stallone e Schwarzenegger sono riuscite nel corso della loro carriera a interpretare personaggi molto diversi tra loro, ma lui no: è imperterrito, determinato, ostinato a voler interpretare sempre e comunque lo stesso ruolo. Ormai ogni film che lo vede protagonista potrebbe essere un nuovo tassello di un’unica grande saga: il problema è che c’è gente stronza (come il sottoscritto) a cui questo va bene e diverte anche molto, quindi è inutile dire che in fondo è tutto così assurdo e paradossale da fare il giro e diventare bellissimo.
Ci avevano provato in Fast & Furious a renderlo un cattivo, ma Jason alla fine sarà sempre e comunque il buono burbero con un addestramento militare da fare invidia a John Wick e Rambo, che prenderà a calci e pugni chiunque (anche squali, all’occorrenza).
Tutto questo preambolo per dire che finalmente è arrivata la vera e propria svolta nella carriera di Jason Statham: in Mutiny seguiamo le vicende di Cole Reed, ex soldato accusato ingiustamente di aver ucciso il suo capo, mentre si imbarca di nascosto su una nave cargo per trovare il vero colpevole e smascherare un traffico di esseri umani… E va bene sì, lo ammetto, stavo scherzando.
Così com’era semplice prevedere il ruolo che avrebbe avuto Statham anche in questa storia, è altrettanto semplice prevedere lo sviluppo di tutta la trama. Questo non per demerito degli attori, anzi, la bella Annabelle Wallis (quella brava, finita sulla nave all’insaputa di tutto), Roland Møller (il Capitano infamone) e Adrian Lester (Comandante di una flotta marina lì nei paraggi, che inizia a sospettare su quanto stia accadendo sulla nave), hanno le facce giuste e non fanno neanche un brutto lavoro, ma per come è caratterizzato e messo in scena il tutto non si arriva mai a dubitare di nessun personaggio, evitando così qualsiasi ipotetico colpo di scena.
Forse era proprio questo l’intento del regista Jean-François Richet e degli sceneggiatori Lindsay Michel e J.P. Davis? Non ci è dato saperlo, ma se volete un umile parere da chi mastica e rimastica questo genere di film (ho anche dei difetti) la risposta è un secco NO. Pellicole come Mutiny, usando in questo caso il pretesto-denuncia del traffico di esseri umani, hanno un unico obiettivo: accompagnare lo spettatore nella scoperta di come Jason Statham riuscirà da solo a far fuori tutti; nel caso specifico, a sgominare una nave cargo con una ventina di uomini a bordo. Questa volta, però, l’ambientazione contribuisce a rendere il tutto un po’ più suggestivo, giocando tra il senso di totale isolamento di un’imbarcazione in mezzo al mare e gli stretti passaggi e cunicoli, a tratti claustrofobici, di questa.
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Tornando al nostro protagonista, anche in questo caso la pellicola segue pedissequamente le regole dello Statham-movie, fornendoci una basilare caratterizzazione del personaggio attraverso il sincero legame tra Cole e il suo capo, così da motivare le sue azioni e permettere allo spettatore di provare maggiore soddisfazione per ciò che sarà inevitabile. C’è poi il momento in cui si crea un rapporto con la co-protagonista femminile, che può variare da ragazzina/figlia che il protagonista ha perso o non ha mai avuto, a coetanea con la quale sviluppare una potenziale tensione sentimentale (il nostro caso).
Altro momento immancabile dello Statham-movie, condito come i precedenti da dialoghi elementari, è quando tutti capiscono con chi hanno a che fare attraverso la classica scena delle sue foto che scorrono sul PC, mentre il tizio di turno elenca tutte le imprese passate del protagonista. Su questo di solito c’è poco che possa fare la differenza tra un film e l’altro, ma ci tenevo ad elencarlo. Il tutto, scientemente racchiuso in 90 velocissimi minuti per una storia che copre 24 ore e che probabilmente è stata scritta in un’ora. E va benissimo così. Il pezzo forte però rimane sempre lo stesso: le mazzate, come direbbe il buon Maccio Capatonda.
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La pellicola, diretta con discreta mano dal francese Jean-François Richet, riesce a valorizzare l’ambientazione marittima con una costante e accattivante atmosfera da “caccia all’uomo”, e con scontri tutto sommato coinvolgenti, che hanno anche il pregio di godere di una spiccata e variegata violenza. Infatti non sono mancati alcuni sogghigni in sala, non perché ci si trovi davanti a qualcosa di involontariamente comico, ma perché il connubio tra il tono prevalentemente serioso del film e la violenta fantasia di alcune scene genera genuinamente quel tipo di risata appagante e distensiva.
È inutile girarci attorno: film come questo sono indirizzati specificamente a chi ama un determinato tipo di cinema action, e soprattutto a chi non si stanca mai di vedere in azione Statham (IMDb gli ha persino dedicato un sottogenere tutto suo). Mutiny è il classico film “standard”, quadrato e senza troppo fronzoli a cui è impossibile voler male. Non siamo minimamente dalle parti di un John Wick e nemmeno di un Nobody, questo dovrebbe essere ormai scontato già dal suo protagonista, ma andiamo… c’è Jason Statham che picchia tutti su una nave!
Un ringraziamento speciale a Eagle Pictures







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