
Trovo che i bestiari siano tra le opere letterarie più affascinanti di sempre. Il loro bizzarro modo di rappresentare gli animali, oltre che essere un’inesauribile fonte di meme, ci permette di immergerci in un modo di vedere il mondo che non esiste più, in cui non c’erano confini tra scienza e magia, e il simbolismo nelle rappresentazioni era più importante dell’attinenza alla realtà. Ma oggi come sarebbe fatto un bestiario e come apparirebbe agli esseri umani del futuro?
È la domanda che probabilmente si sono posti l’antropologo Nicolas Nova (venuto purtroppo a mancare nel 2024) e il collettivo Disnovation.org, quando hanno pensato di realizzare Bestiario dell’antropocene, pubblicato in Italia da Moscabianca. In realtà il libro non parla solo di animali, ma anche di rocce e piante, il che lo rende bestiario, erbario e lapidario tutto insieme, fornendo così una panoramica più ampia dell’epoca in cui ci troviamo, da molti definita ufficiosamente atropocene a causa dell’impatto profondo che l’essere umano sta avendo sul pianeta.
Prima di proseguire con il contenuto del libro, è impossibile non rimanere ammaliati dal colpo d’occhio che offre. È interamente nero, pagine comprese, con testi e grafiche in un grigio argenteo, che in copertina presentano anche dei dettagli in rilievo. Lo si potrebbe definire un libro in negativo, anche se a me piace più l’idea di una dark mode applicata alla realtà. Carta e stampa hanno una qualità sensibilmente alta, si nota l’attenzione che l’editore ha riposto in questo volume per mantenerne un costo accettabile, ma farne comunque un piccolo gioiellino da conservare con cura e capace di durare nel tempo. Magari non esattamente fino a un futuro remoto in cui potrà essere riscoperto dall’umanità, ma poco importa, dal momento che se i messaggi che comunica non vengono recepiti ora, forse un domani non troverebbe comunque nessuno che possa sfogliarlo.
Penso che la miglior definizione che si possa dare di Bestiario dell’antropocene è contenuta al suo stesso interno ed è “un utile archivio di conseguenze“. La sensazione che si ha leggendolo è davvero destabilizzante: sebbene parli del presente, sembra quasi di trovarsi nel futuro e avere tra le mani un vero bestiario proveniente da un lontano passato, pieno di cose che nessuno di noi ha mai visto e probabilmente mai vedrà con i propri occhi, e che descritte così si direbbero frutto di una fantasia fin troppo vivace. Tra gli aspetti che differenziano questo bestiario da quelli medievali, però, c’è proprio il fatto che qui tutti gli “esemplari” riportati sono reali, non c’è niente di inventato.
Chi è esperto o comunque appassionato di certi settori, infatti, non si stupirà davanti a esempi come quello della mucca fistulata, alla quale viene applicato un foro chiuso da un tappo di plastica che consente di accedere al rumine (uno dei quattro compartimenti gastrici dell’animale) per ricerche veterinarie e agronomiche; o anche della fordite, “l’agata dei motori”: un materiale nato come residuo dell’industria automobilistica del ‘900 dall’accumulo e l’indurimento di strati di vernice smaltata, fino a formare delle pseudo-rocce. Io che invece ignoravo l’esistenza di queste cose ho provato una sensazione di meraviglia quasi fanciullesca nello scoprirle.
Ma al di là di questi esempi particolari, in Bestiario dell’antropocene in realtà si parla anche di cose molto comuni, che magari abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni, come il prato sintetico, i frangiflutti costieri, o persino le banane. Già, le banane: sapevate che quelle normalmente in commercio, le Cavendish, sono tutte dei cloni? Ecco, alla pari degli antichi bestiari anche questo vuole trasmetterci dei messaggi, ma non ha bisogno di alterare la realtà per farlo: gli basta raccontarcela in tutta la sua apparente banalità per ricordarci quanto l’essere umano abbia plasmato ciò che lo circonda, a volte anche a fin di bene, ma più spesso in maniera irrispettosa e orientata allo sfruttamento. Si parla di antropocene proprio perché mai come in questi ultimi secoli il pianeta Terra è andato incontro a cambiamenti così rapidi e impattanti indotti dalla nostra specie, con conseguenze che purtroppo tendiamo sempre a prendere sottogamba, tra cui l’attuale crisi climatica.
Tutti questi aspetti vengono approfonditi meglio nella seconda parte del libro, che completa e dona corpo a quella precedente dove troviamo il bestiario vero e proprio. Attraverso articoli firmati da Pierre-Olivier Dittmar, Matthieu Duperrex, Benjamin H. Bratton, Aliens in Green, Alexandre Monnin, Anna Lowenhaupt Tsing, Michel Lussault, Centro per la Gastronomia Genomica, Pauline Briand e Geoffrey C. Bowker, abbiamo modo di addentrarci meglio in tutti i discorsi inerenti al rapporto tra essere umano e natura, nonché al pensiero dietro la realizzazione stessa di un Bestiario dell’antropocene.
Trovo l’inserimento di questi contenuti fondamentale per elevare il volume da una semplice raccolta di curiosità a un saggio in grado di introdurre un pubblico più ampio al tema dell’attività antropogenica. Questo grazie anche alla sua impostazione più accessibile e un comparto grafico molto accattivante curato da Maria Roszkowska, co-fondatrice di Disnovation.org.
In tanti non conoscono la parola antropocene, oppure l’hanno vagamente sentita da qualche parte e non hanno precisamente idea di cosa significhi. È proprio a queste persone che consiglierei maggiormente Bestiario dell’antropocene, che è un ottimo punto di partenza per iniziare a comprendere l’argomento. Se invece ci siete già dentro, vi divertirà (con un po’ di amarezza) provare il brivido di essere catapultati nel futuro per riscoprire il presente, e in ogni caso rimane un gran bel pezzo da collezione da sfoggiare nella propria libreria.
Un ringraziamento speciale a Moscabianca Edizioni



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