
Mi ero ripromesso che avrei scritto questo articolo solo quando sarei riuscito a metabolizzare adeguatamente quanto accaduto dal 4 al 6 luglio scorsi per le strade di Roma ed eccomi qui, oggi. Ancora incredulo, stordito, ma incredibilmente felice. Un sogno costruito mattoncino dopo mattoncino, tra alti e bassi, grandi occasioni e crolli sconfortanti, è giunto a compimento nella maniera per me più inaspettata. Ma partiamo dall’inizio, dalla miccia che ha scatenato la serie di inarrestabili e fatidiche conseguenze che solo alla fine hanno portato alla realizzazione di un evento per me – e forse per Roma tutta – impensabile. Torniamo indietro nel tempo alla prima visita di Nicolas Winding Refn al Cinema Troisi, datata 15 novembre 2025.
Se seguite Nerdevil da un po’, ricorderete questo mio speciale dedicato proprio al regista danese; articolo in cui parlai molto animatamente del suo arrivo in terra romana per le proiezioni di Drive e The Neon Demon, proiezioni che lasciarono spazio a ricchi Q&A con il pubblico. Fu proprio tra una domanda e l’altra che io mi inserii a gamba tesa per lanciare una proposta ardita, un “sassolino” che avrebbe scatenato una frana (all’epoca a mia insaputa). Dato che Refn salì sul palco del Troisi esordendo con “Can I take a picture to Hideo Kojima?“, pensai di dare seguito a questo simpatico e dolce siparietto chiedendogli “Non sarebbe bello organizzare un evento con Hideo Kojima? Voi due, qui al Troisi!”.
Il feedback di Nicolas e del Cinema Troisi fu entusiasta, ma mai avrei creduto in ulteriori sviluppi. “Ottima idea! Parlerò con Hideo lunedì e gli dirò di curare un festival qui a Roma insieme!” fu la risposta che ricevetti, ma non fui subito ottimista, pensai invece a una frase di circostanza o di cortesia, detta semplicemente per portare avanti il dibattito. È stato un articolo di artnet del 5 giugno a riaccendere in me la speranza per qualcosa di grande: il pezzo giornalistico parlava del sodalizio artistico tra NWR e Hideo Kojima e, riportando all’attenzione la mia famosa proposta di novembre, affermava che i due maestri si sarebbero incontrati nuovamente a Roma a luglio. “Impossibile!“, pensai. Né il Cinema Troisi né il Piccolo America – fondazione proprietaria del cinema – avevano annunciato niente di simile… almeno non ancora.
Collezionare cinema a zonzo per le periferie romane
Quest’anno l’amatissimo e frequentatissimo festival di cinema all’aperto del Piccolo America, Il Cinema in Piazza, si è tenuto dal 28 maggio al 12 luglio e ha totalizzato ben oltre 120.000 spettatori, grazie a una risonanza mediatica nazionale e internazionale mai vista nelle precedenti edizioni. Naturalmente, la presenza di ospiti di grosso calibro come Kojima, Nicolas Winding Refn, Dario Argento e Gaspar Noé è stata una delle cause di questo successo inaspettato. Gli “Avengers” di questa rassegna, battezzati così da me e Valerio Carocci – Presidente della Fondazione Piccolo America – durante un momento di chiacchiere amichevoli, hanno benedetto la città di Roma mossi dal loro amore per il cinema e con l’obiettivo di incontrare il pubblico in svariati eventi che, a conti fatti, hanno enormemente valorizzato gli spazi culturali della Capitale, dal centro alle periferie (queste ultime mai sottovalutate dalla Fondazione).
Il sopracitato annuncio che ha coinvolto Hideo Kojima e i suoi colleghi è stato il fulmine a ciel sereno del Cinema in Piazza, giunto nei giorni più caldi della manifestazione; un annuncio che non ha tardato a fare il giro del mondo e dei social, richiamando nelle piazze di Roma fan, cinefili e appassionati da tutta Europa, passando per gli Stati Uniti e addirittura l’Australia. Piazza San Cosimato, il Parco della Cervelletta, Monte Ciocci e il Cinema Troisi si sono trasformati anche quest’anno in luoghi di condivisione, incontro e confronto; sia per accogliere i nostri Avengers, sia durante tutti i restanti, preziosissimi appuntamenti del festival.
Deadline ha rilanciato a gran voce l’evento clou di cui vi racconto in questo articolo, ovvero la sfida delle cinque Carte Blanche: una maratona cinematografica di tre giorni, in compagnia dei già citati ospiti e di cinque lungometraggi eccezionali. Per “Carte Blanche” il Cinema in Piazza intende, in gergo, un film a sorpresa scelto da uno o più ospiti; partecipare a tutte le proiezioni della challenge (tra cui una a mezzanotte!) ha garantito ai fortunati due simpatici premi esclusivi. Si è trattato di un gioco inedito per i ragazzi del Piccolo America, una stamp rally dal sapore nipponico, ideata da Kojima e Refn per catapultarci in un’avventura cinefila dove, al posto di eki stamp, abbiamo collezionato pellicole memorabili.

Hideo Kojima e Gaspar Noé hanno aperto le danze il 4 luglio a Piazza San Cosimato con un film giapponese totalmente inedito in Italia e dunque, per l’occasione, sottotitolato nella nostra lingua per la prima volta. La pellicola in questione è Jigoku di Nobuo Nakagawa che, se ricordate, fa parte dei lungometraggi preferiti del game director nipponico. Un horror bizzarro e grottesco di cui Noé ha sottolineato l’importanza storica – essendo una delle prime opere degli anni Sessanta a sfruttare una cifra stilistica gore – invitando anche i cinema e le case di distribuzione a portarlo in più sale possibili e in home video. Ai supporti fisici Kojima ha poi dedicato un’importante parentesi, esprimendo preoccupazione per la decisione di PlayStation di interrompere la produzione di dischi nel 2028: un intervento pieno di cuore in cui l’autore giapponese ha sottolineato il problema di “non possedere più nulla” delle nostre collezioni, ormai trasformate in dati digitali nelle mani di avide aziende private che possono “chiudere il rubinetto dello streaming” in qualsiasi momento.
E a proposito di orrore, il main event di questo tour de force ha avuto come film protagonista Profondo Rosso dell’inimitabile Dario Argento. Il 5 luglio il Parco della Cervelletta, ai limiti estremi della periferia romana, ha ospitato tutti gli Avengers del Cinema in Piazza per un talk unico e irripetibile. Grazie a un intreccio virtuoso, sapientemente orchestrato da Valerio Carocci, Kojima ha avuto finalmente la possibilità di incontrare dal vivo Argento, il suo idolo; il sottoscritto ha invece avuto l’onore di stringere la mano al signor Hideo. Scrivere certe parole nero su bianco ancora mi lascia sbalordito. Credetemi se vi dico che essere chiamato sul palco, a sorpresa, per stringere la mano a cinque mostri sacri del cinema (c’era anche Mathieu Kassovitz!), per poi consegnare personalmente un regalo di benvenuto al game designer più importante al mondo è stata, per ora e per molti anni a venire, l’esperienza più alta e impagabile dei miei ventisette anni di vita.
Non lo dico da fanboy o da fanatico che desidera vantarsi sui social per una stretta di mano o una foto, bensì da appassionato di arte, da persona che vorrebbe vivere di cinema e videogiochi e che finalmente, dopo anni di progetti e sogni, è riuscita a ritagliarsi un momento personale a contatto proprio con quella dimensione artistica di cui vorrebbe far parte per il resto dei suoi giorni. Se ripenso a quegli attimi così rapidi ma così indelebili, di fronte a una folla urlante di circa duemila persone, ho ancora i brividi. Certo, mi mancavano le parole e forse mi mancano ancora adesso per descrivere adeguatamente il dono immenso del Piccolo America riservato a tutta Roma, ma finché sarò in grado di condividere con voi la mia passione per la cultura pop, non smetterò mai di tenere vivo – nel mio piccolo – l’interesse per questo tipo di iniziative sempre più rare nel nostro Paese. Iniziative che possono nobilitarci come individui e che, inaspettatamente, possono riservarci persino un incrocio di sguardi e uno scambio di sorrisi con l’autore che stimiamo di più in assoluto.
Hideo Kojima dialoga col pubblico della Capitale

Dopo essere sopravvissuti a una nottata umida e a una proiezione di mezzanotte in quel della Cervelletta – l’ironia di Refn è stata quella di scegliere proprio Miriam si sveglia a mezzanotte come lungometraggio notturno – gli incontri cinefili sono ricominciati al Cinema Troisi. Una dimensione più raccolta dove Hideo Kojima è approdato per presentare, questa volta in solitaria, Female Prisoner Scorpion: Jailhouse 41, un nome che è tutto un programma. Secondo capitolo della saga Female Prisoner Scorpion, diretto da Shun’ya Itō (Lupin e le profezie di Nostradamus), racconta la rocambolesca fuga di Nami Matsushima (Meiko Kaji) dalla prigione femminile di massima sicurezza dove è stata ingiustamente rinchiusa nell’episodio precedente. Un thriller estremamente ritmato e stiloso che gode di una regia innovativa e di una direzione della fotografia di gran pregio; motivi che hanno spinto Kojima a consigliarlo caldamente a tutto il pubblico romano, con l’invito a riscoprire anche il resto della serie, di cui quest’opera rappresenta – per lui – il capitolo più riuscito ed elettrizzante.

La sessione di Q&A che la moderazione del Troisi ha gentilmente concesso mi ha permesso di porre una domanda al nostro Hideo, approfittando del frangente ben più rilassato rispetto alla follia della Cervelletta. Sapendo che tutti gli ospiti del Cinema in Piazza vengono a Roma per vivere senza filtri il loro amore per la settima arte, avevo bisogno di togliermi una curiosità: come ci si sente a sapere di poter condividere dei lungometraggi rari e inediti in Italia con il suo pubblico? Un quesito a cui è seguita questa risposta molto ricca:
È una bella cosa poter, innanzitutto, condividere questi film per la prima volta in un cinema. Questa è la cosa più importante. Tra l’altro sono film che qui in Italia potranno essere proiettati per la prima volta, però c’è da dire che anche molti giapponesi non conoscono né Jigoku né Female Prisoner Scorpion: Jailhouse 41. Quindi poter essere qui, vederli insieme e poter apprezzare queste pellicole al di là delle differenze di cultura, di lingua… in un certo senso ci stiamo imbarcando in un viaggio nel tempo, in una macchina del tempo per andare a scoprire questi classici del cinema giapponese di una volta. Farlo insieme a voi credo che abbia un grande significato.
L’attaccamento alla sala cinematografica da parte di un auteur a tutto tondo e di vecchio stampo come Hideo Kojima non deve sorprendere. Sbottonandosi con Valerio Carocci, come se non bastasse, ha anche confessato: “Ho sempre pensato che, se devo morire, voglio farlo dentro a un cinema. Mi piace il momento prima che inizi il film, quando si spengono le luci, poi cominciano le pubblicità e i trailer. È là che voglio morire: quando sta per iniziare il film”.

Nel primo incontro del 4 luglio a Piazza San Cosimato, legandosi a questo discorso, ha ribadito un concetto che è ormai la sua impronta digitale: “Sono nato nel 1963 e quindi sono cresciuto nell’era della televisione. Dai miei genitori mi è stata data un’educazione tale per cui non potevo andare a letto senza aver prima visto almeno un paio di film in TV. All’epoca, in Giappone, venivano trasmessi programmi da tutto il mondo: serie, documentari, commedie, programmi di cucina… di tutto, adattato per la nostra lingua. Accendere la televisione era un po’ come usare internet oggi: potevi comprendere le culture del globo. Per quanto riguarda il cinema nello specifico, lo sapete, il 70% del mio corpo è composto da film e, di quella percentuale, posso dirvi che il 20% è composto da cinema italiano: Dario Argento e Sergio Leone“.
E se si parla di Sergio Leone, è imperativo citare uno dei suoi più grandi capolavori, ovvero Il buono, il brutto, il cattivo, pietra miliare del sottogenere spaghetti western (noto in Giappone come maccheroni western). Gioiello conclusivo della Carte Blanche Challenge, è il film preferito in assoluto di Hideo Kojima; un capostipite della settima arte che meritava un altro ospite d’eccezione per essere presentato insieme al maestro giapponese: Luca Marinelli (Lo chiamavano Jeeg Robot, Diabolik), ormai suo grande amico dopo la realizzazione di Death Stranding 2.
“Sei il mio eroe” – ha esordito Marinelli – “giocando ai tuoi videogiochi ho capito che mi trovavo davanti a qualcosa di completamente diverso e innovativo. A distanza di anni mi è arrivato nel feed un tuo post che mi ha fatto partire verso la luna, è cominciato un sogno. Mi sembrava assurdo poter lavorare con il più grande regista di videogiochi al mondo. Quello che abbiamo fatto è semplicemente un film ed è stato emozionante essere diretto da te”. Un’introduzione del genere ha lasciato spazio a una domanda molto interessante per rompere il ghiaccio: “Hideo, cosa vuol dire per te dirigere un’opera? Cosa significa essere un regista?“.

“Il lavoro che faccio è costruire qualcosa” – ha risposto Kojima – “per farlo è importante capire cosa voglio mostrare al mio pubblico. Ci si confronta con la realtà, con le opposizioni, con le pressioni. La cosa fondamentale è rimanere sinceri con sé stessi e cercare di superare gli ostacoli“. Un discorso ribadito anche nella sua raccolta di saggi Il gene del talento e i miei adorabili meme, nonché nel documentario Connecting Worlds di Glen Milner.
Dalla filosofia artistica del nostro Hideo si è poi passati a un quesito ancora più intimo: “Sei felice?” – ha chiesto Luca Marinelli – “C’è qualcosa che vorresti fare e che non hai ancora fatto?“. Si parla dunque di sogni e un eccentrico come Kojima ha avuto carta bianca per confessarsi con il pubblico di Monte Ciocci: “Ieri sera ho incontrato Dario Argento, ora sto per guardare il film che amo più di tutti con l’attore che amo più di tutti. Come potrei non essere felice?“. Dolci sviolinate a parte, il game designer ha ammesso di essere entusiasta di rivedere Il buono, il brutto, il cattivo ben sessant’anni dopo la sua prima visione, avvenuta in Giappone quando aveva solo quattro anni. Ha fatto poi notare come nel film non ci sia una divisione netta tra bene e male; una caratteristica che si riflette anche nei suoi videogiochi. L’estrema umanità dei personaggi pone interrogativi continui allo spettatore, tra cui: sei il buono, il brutto o il cattivo? Riesci a immedesimarti in ognuno dei protagonisti?
A proposito di interrogativi e di sogni nel cassetto, Hideo Kojima ha scherzato dicendo che il suo desiderio più grande è diventare un astronauta nonostante la vecchiaia. “Con un corpo meccanizzato potrei andare su Marte o sulla Luna per fare il minatore!“, ha detto ridendo. Naturalmente il nostro kantoku – “regista” in giapponese – vorrebbe anche girare un film perché “fare giochi è faticoso“. Negli ultimi dieci anni di lavoro indipendente, ha ricevuto tante offerte per firmare dei lungometraggi – anche con ottimi budget – ma a suo dire avrebbe dovuto abbandonare la Kojima Productions per un paio d’anni e ciò avrebbe portato la compagnia alla bancarotta.

È stato l’affezionato collega Guillermo del Toro (La Fiera delle Illusioni, Cabinet of Curiosities) a chiarirgli le idee: “Hideo, tu fai già film e va bene così!“. Una rivelazione da cui è nata una riflessione sui generis: “Voi tutti avete un sogno che vorreste realizzare. Io voglio andare nello spazio per esempio. È bello avere dei sogni, ma meno esaudirli! Il sogno deve rimanere un obiettivo che ci spinge ad andare avanti: magari possiamo fermarci quattro o cinque passi prima di raggiungerlo. Dunque, probabilmente per un po’, invece di andare nello spazio continuerò a fare giochi”.
Un Cinema in Piazza all’insegna della speranza e delle aspirazioni, insomma. Un’edizione che Valerio Carocci ha definito “la più ambiziosa finora” e si è visto. Portare dei mostri sacri dell’arte nelle piazze e nelle periferie di Roma deve essere stata un’impresa titanica. Per questo motivo, una delle più meritate soddisfazioni è vedere un autore sfuggente come Kojima profondamente coinvolto durante gli eventi del suddetto festival, tanto da aver annunciato di voler tornare al Piccolo America il prossimo anno, come solo lui sa fare, ovvero con una simpatica gag che ha citato apertamente l’horror Obsession di Curry Barker.
Hic sunt leones: la filosofia del Piccolo America

Nel romanzo Il nome della rosa, Umberto Eco scrive: “Ci sono dei confini al di là dei quali non è permesso andare. Dio ha voluto che su certe carte fosse scritto: hic sunt leones“. Questa locuzione latina è diventata il motto della Fondazione Piccolo America e affonda le sue radici nell’identità del rione Trastevere: una vasta zona fuori dal centro cittadino, un cuore pulsante e selvaggio che il fiume Tevere, appunto, separa dal resto della metropoli. Gli stessi grandi registi italiani, che Il Cinema in Piazza offre al pubblico, hanno raccontato Trastevere e i rioni vicini come luoghi complessi e lontani dalla “norma”. Bolle di reietti dove, tuttavia, sono proprio gli ultimi degli ultimi a riqualificare le strade e le piazze.
Trastevere che ospita il Piccolo America è una giungla nella giungla urbana, un’enclave, un posto affascinante e proibito da riscoprire “distanti” dalla città. Un’immagine cinematografica su tutte per averne un assaggio: le sponde del Tevere dove Walter Chiari tenta di circuire Anna Magnani con un imbroglio nel film Bellissima di Luchino Visconti. Un territorio che, come suggerisce la sopracitata frase latina, non può essere conquistato e che merita rispetto e particolare attenzione. E noi come cittadini e spettatori possiamo garantire tutto questo attraverso l’impegno civico comune e consapevole, in nome della cultura e del miglioramento dei territori. Quegli stessi territori – o poeticamente “non luoghi” – che, come il Casale della Cervelletta a Tor Sapienza, hanno ospitato e ospitano iniziative irripetibili per la cittadinanza tutta.

La missione che anima la Fondazione sin dalla sua nascita – avvenuta oltre dieci anni fa – è rendere la cultura accessibile gratuitamente a tutti, riportarla negli spazi pubblici e nelle periferie sin troppo sottovalutate, così da favorire la rigenerazione urbana e il rilancio del cinema come mezzo di coesione sociale, costruzione e trasmissione del sapere. In un clima di tensioni, censure, disgregazione e isolamento sociale, le battaglie a favore dei territori portate avanti da Valerio Carocci – nato e cresciuto a Colli Aniene – e dai suoi compagni evidenziano un bisogno estremo di umanità nelle piazze e nelle strade metropolitane. Il desiderio di costruire una Roma diversa, al pari delle altre capitali europee; un desiderio che, oggi più che mai e mattone dopo mattone, procede sulla strada per raggiungere la sua piena realizzazione.
Cos’è la politica? La polis: vivere collettivamente lo spazio pubblico. La cultura è politica. Perché ci consente di confrontarci, perché ci consente di stare insieme, perché ci consente di unirci, di incontrarci, di vederci, di farci uscire dalle nostre case, di alzare lo sguardo… stare insieme, abbandonare il divano, vivere empaticamente e collettivamente gli spazi pubblici della città – Valerio Carocci
Un ringraziamento speciale a Valerio Carocci e a tutti i ragazzi del Piccolo America


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