Richard Corben, l’artista che ha innovato il fumetto mondiale disegnando muscoli

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“Dai rigogliosi e ingarbugliati cespugli di questa selva, è sorto un gigante che, avanzando incerto nella nebbia delle sue proprie origini ha raggiunto la luce del sole del sistema. Quel gigante è Richard Corben.” Will Eisner

Avevo vent’anni quando scoprii Richard Corben. Il volume era su Bruce Banner, una storia ripubblicata della collana 100% Marvel, e il suo stile mi folgorò come Saulo di Tarso sulla via di Damasco. Ancora oggi non credo di aver mai visto un ritratto così brutale e schietto del gigante verde, una furia così selvaggia ma allo stesso tempo poetica. Potrei paragonarlo alla prima volta in cui da bambino vidi un film su Godzilla. Parliamo solo di estetica, di regia e messinscena, la storia non era di Corben ma di Brian Azzarello e trattava di una delle tante crisi affrontate dal dottor Banner mentre la bestia verde si faceva strada dal suo subconscio. Una gran bella trama, ma non è questo l’importante, bensì le tavole. Non avevo mai visto nulla del genere, e in quel momento capii cosa significava trasformare un’estetica in un manifesto.

Muscoli e mostri

Richard Corben Hulk

Cosa suscita in voi un bicipite oliato e venoso? Un trapezio che sembra scoppiare accanto a un collo taurino? Un pettorale striato e largo quanto uno scudo? Questa domanda, quando si parla di Richard Corben, è l’alfa e l’omega. Parte tutto dai muscoli e finisce nei muscoli, rendendo queste forme tondeggianti, erotiche e violente, un’intera epica che caratterizza il passato e il futuro dei personaggi. Quando pensiamo a Conan il cimmero, personaggio di cui ovviamente Corben si è occupato, la prima immagine che ci si palesa davanti agli occhi è proprio Arnold Schwarzenegger che, pompato con litri di anabolizzanti, fa volteggiare una spada con sguardo rivolto verso l’orizzonte. Quella è un’immagine del 1982, pochi anni prima Richard Corben cominciò ad affermarsi nel mondo del fumetto e allo stesso tempo ad appassionarsi al culturismo. Come potete vedere tutto proviene da lì, da quella voglia di trasformazione del proprio corpo in qualcosa di così virile e gonfio da sembrare una parodia della realtà, che nel fumetto però può essere perfettamente plausibile, creando un parallelo che tutti possono riconoscere: muscolo e potenza sono lo stesso concetto.

Richard Corben si affermò nel mondo del fumetto a metà degli anni settanta, quando cominciò a lavorare con Moebius e Druillet per la rivista Métal Hurlant. Prima ebbe un percorso piuttosto travagliato: piccole storie pubblicate con la sua fanzine Fantagor, qualche lavoro come illustratore per la Warren Publishing e un apprendistato come colorista su Spirit di Will Eisner. In sintesi non solo si fece le ossa lavorando come un ossesso e perfezionando la sua tecnica in maniera maniacale ma puntò sempre sull’underground, rifiutando parecchi ingaggi per colossi come la Marvel o la DC. Sapeva che una volta entrato dentro il mainstream sarebbe stato difficile uscirne fuori e avere la libertà che, paradossalmente, in quel momento già possedeva.

Da qui in poi, un ventennio abbondante di comunione con Heavy Metal, nonostante gli alti e bassi, le rotture con la parte redazionale della rivista fondata da Leonard Mogel e le aperte polemiche sulla natura della sua arte. Le collaborazioni di tutti i tipi (copertine per album, locandine, poster e così via) costellano la sua carriera, ma ciò che a noi interessa è il cuore dell’artista Richard Corben, che ci porta proprio davanti alle domande fatte nello scorso paragrafo. Avete una risposta? Cosa suscitano in voi questo tipo di muscoli super umani? Nel mio caso, essendo figlio degli anni novanta, richiamano machismo, violenza ed estetismo. I tre concetti chiave delle opere partorite da Corben, atte a esaltare e parodiare tali aspetti umani.

Richard Corben Den primo volume

Corben è anche uno di quegli artisti che sul lungo termine ha avuto un’evoluzione più radicale. Come tutti gli artisti ha cominciato sotto l’influenza degli stilemi della sua epoca, di ciò che l’ha affascinato da bambino e ciò che ha imparato a fare meglio. Pur indugiando sull’erotismo dello scontro, fino agli anni novanta non si è mai spinto dentro la violenza più estrema. Se dovessimo guardare tutta la sua carriera con un grandangolo potremmo vedere che il suo punto di non ritorno è segnato dall’horror, a cavallo dei primi 2000, dove lo vediamo radicalmente cambiato. In tanti si chiesero il perché, soprattutto dal punto di vista sperimentale, però la verità è sempre stata di fronte agli occhi di tutti: Richard Corben aveva portato un primo esempio di modifica corporea (il culturismo) nel fumetto underground e ora ne stava portando un altro (la mostruosità).

A mio parere è proprio il post-duemila il periodo più interessante della sua carriera, diciamo pure quello più completo, dopo essere sbocciato in qualcosa di completamente nuovo. Dal momento in cui Corben metterà mano all’horror, niente sarà più lo stesso, creando uno spazio inarrivabile tra lui e gli altri illustratori di genere. Non solo: da un certo punto di vista sarà proprio questo suo ultimo periodo artistico a mettere in ombra la sua precedente carriera, creando una frattura tra le schiere di appassionati. I primi, quelli che amavano il Corben psichedelico e dalle pensate folli, e i secondi incantati dagli incubi su carta dei suoi ultimi lavori.

Il rinascimento del fumetto

Per capire l’evoluzione di Corben, però, bisogna partire dal contesto in cui si riuscì ad affermare. Oramai si pensa che artisticamente si sia già dato tutto, che l’assenza di spazio per i novizi sia frutto della saturazione del mercato fumettistico. Non c’è nulla di più sbagliato, perché mai come adesso è in corso una democratizzazione del fumetto e tantissimi esempi cominciati sul web (Zerocalcare, per citarne uno nostrano) sono riusciti a ritagliarsi la propria fetta di pubblico. Sono presenti piattaforme, social e spazi appositi, in grado di dare visibilità a titolo gratuito e far spiccare gli artisti che hanno davvero qualcosa da dire. Il mercato è sì saturo, ma di mediocrità, e per quanto la soglia dell’attenzione si sia abbassata, per quanto la gente legga molto di meno, non c’è mai stato un periodo più florido di questo per portare al pubblico un nuovo nome e un nuovo stile. Ciò che manca è la pazienza nel coltivare il proprio orticello e avere un contatto vero con i lettori, fissare uno standard elevato e non scendere a compromessi per due lire vigliacche. Niente di più lontano dal rinascimento del fumetto mondiale, ovvero gli anni settanta e ottanta.

Richard Corben Den fine primo volume

Immaginate il pleistocene, una giungla perigliosa e pronta a sguinzagliare i suoi predatori apicali sulla tua carcassa inerme. Questo era il rinascimento del fumetto, dove i bei soldi in palio (frutto delle vendite stellari) creavano una selezione naturale talmente brutale da far risaltare solo i migliori. Anche solo avere a che fare, per un ruolo di poco conto, con l’élite del fumetto underground era sinonimo di talmente tanta gavetta, sudore e lacrime da scoraggiare pure i più volenterosi. In ogni paese c’era la sua dose di super artisti, ogni scena era così politicizzata da rischiare una scomunica per una vignetta sbagliata o una collaborazione infelice. Non esisteva, come oggi, il concetto “tra una settimana sarà tutto dimenticato” perché se il nome importante parlava male del tuo lavoro, potevi tranquillamente appendere matita e china al chiodo. Nessuno scendeva a compromessi con l’industria, tanto da piegare le leggi editoriali al volere degli artisti creando, vignetta dopo vignetta, movimenti culturali in grado di smuovere persino la politica. Da spettatore, da lettore, da pubblico, quello era il paradiso in terra perché potevamo star certi che se qualcosa arrivava in edicola sarebbe stato di qualità. Da artista, invece, era una battle royale di pennini e inchiostro in grado di forgiare nel fuoco una generazione geniale e folle allo stesso tempo.

Nonostante questo panorama, l’apertura mentale verso l’alto tasso erotico presente nelle opere di Richard Corben fu, per sua stessa ammissione, un darsi la zappa sui piedi con solerzia e costanza. Ricordiamoci che parliamo pur sempre della fine dei settanta e l’inizio degli anni ottanta, dove il sesso e l’erotismo costituivano ancora una macchia nel curriculum degli artisti che provavano a ritrarne un aspetto. La stangata più pesante per Corben fu quella ricevuta per mano del redattore Brad Balfour, durante una lunghissima intervista che scatenò la rottura definitiva dell’artista con Heavy Metal.

Riassumendo andò così: Balfour era appena entrato come redattore in collaborazione con la testata e aveva la necessità di farsi notare con un contributo atipico. Prese la palla al balzo intervistando Corben e suddividendo il tutto in tre parti, precisamente nei numeri di giugno, luglio e agosto dell’81. La prima parte dell’intervista era la classica chiacchiera riguardo l’uso dell’aerografo, il fumetto underground, le tecniche pittoriche di Corben e il successo della saga di Den. Nella seconda parte arriva la vera trappola, con domande sempre più insistenti sulle donne ritratte da Corben e il loro essere prosperose, la nudità e la violenza esasperata. Nella parte di agosto, l’ultima, invece vi è ciò che non ho più visto in nessun magazine del fumetto, cioè un tentativo di psicanalizzare Richard Corben riguardo le sue turbe sessuali, l’uso della pornografia nella sua arte e uno strano tentativo di dipingerlo come un individuo problematico… una sorta di personalità maniacale, sessuomane e con tendenze al feticcio più estremo. Corben costringerà Heavy Metal a pubblicare la sua risposta di fuoco per intero, in cui chiaramente si lamentava di Balfour e del suo metodo giornalistico. Attualmente, gli storici del fumetto considerano l’intervista di Brad Balfour a Richard Corben come una delle peggiori mai avvenute durante la vita della testata.

Il credo di Richard Corben

Richard Corben rat god

Dai suoi lavori e pure dalla famigerata intervista sopra citata, possiamo notare che il modo di essere di Richard Corben viaggiava su binari differenti rispetto a molti altri artisti dell’epoca e totalmente opposti rispetto agli artisti di oggi. Se volessimo ridurlo a una massima perché rimanga impresso, sarebbe qualcosa del genere “fai sempre e solo ciò che ti piace, a qualsiasi costo”. Credo che sia uno dei motti di libertà più intensi, e allo stesso tempo snervanti, che un artista possa rivolgere al suo pubblico: quando Corben si scontrò con l’integralismo dell’epoca, decise che lui lo sarebbe stato il quadruplo per la sua arte. Non solo riuscì a non piegarsi mai, ma venne implorato per accettare determinati lavori con l’industria più mainstream, portandoli ad eccezioni e cambi di regime quasi totali.

Hulk: Banner, Ghost Rider: Vittime di Guerra, Luke Cage: Colori di Guerra, The Punisher: The End furono una dichiarazione di totale resa da parte della Marvel e lasciarono una porta aperta anche agli autori della stessa che volevano sperimentare dentro sceneggiature più crude. Il suo Hellblazer: Tempi Duri della Vertigo invece lo possiamo vedere come una riconciliazione con il mainstream, ma resta comunque una delle opere su John Constantine migliori di sempre, forse seconda solo ai numeri in cui partecipò Garth Ennis (da Abitudini Pericolose in poi). Fu proprio Corben a ispirare più di tutti Grant Morrison, che in seguito avrebbe preso la direzione di Heavy Metal e rimesso completamente a nuovo la rivista che fino a quel momento aveva avuto un tracollo non da poco. Seguire gli insegnamenti di Corben significa portare oltre ogni limite la propria arte, fare ciò che istintivamente diverte la propria vena artistica e magari vedere il mondo scandalizzarsi perché troppo puritano o forse troppo indietro per ciò che ha davanti.

Un universo di colori

Richard Corben copertina fantasy

Dietro la figura del Richard Corben sperimentatore visionario però si è sempre nascosto un professionista in grado di innovare l’arte del fumetto come pochi altri. A parer mio sono due le tecniche più interessanti da descrivere, però prima farei un piccolo excursus riguardo il suo modo di realizzare una tavola. Perché ogni vignetta era unica nel suo genere quando si parla di Corben? La risposta sta nell’uso magistrale delle ombre e della tridimensionalità dei soggetti illustrati. Riassumendo al minimo, Corben usava le luci per illuminare la figura in tre punti: luce principale che proiettava le ombre da ritrarre, luci di rimbalzo che davano sostanza ad anatomie corpose (cariche di muscoli, grosse e voluminose) e le superfici riflettenti. Per ottenere questo risultato utilizzava una linea minima, priva di tratteggio nella silhouette dei suoi soggetti e colori super intensi e in grado di risaltare nell’ambiente dentro cui avrebbe infilato la figura ritratta. Questo tipo ricerca del realismo e del grottesco allo stesso tempo ha portato Corben a dettare legge nel campo dell’illustrazione, ma le vere chicche arrivano adesso: come otteneva i suoi famigerati colori?

L’aerografo era la sua arma primaria. Per chi non conoscesse questo strumento trattasi di un compressore regolabile che nebulizza il colore variando d’intensità a seconda del getto. Più il getto è leggero più il colore sarà poco e sfumato, più il getto è pesante più sarà aggressivo. Corben studiava la sua tavola con lo stesso occhio di un fotografo, ruolo che gli apparteneva anche perché i suoi soggetti prima venivano ritratti in fotografie con campi luce ben delineati a seconda della tavola che stava costruendo. Dunque lo studio della luce era già annotato anche sugli appunti delle tavole e il procedimento, di cui rimangono ancora alcune parti lacunose perché un mago non rivela mai l’intero trucco, proseguiva in questo modo: disegno a matita con poche linee guida ma fisse, prime passaggio di aerografo con velature leggerissime e nuovo studio per le luci sulla tavola a seconda delle differenze emerse rispetto alla fotografia. Poi cominciava con decine di passaggi in modo da creare un volume reale. Se ad esempio avesse dovuto ritrarre un bicipite, i passaggi avrebbero compreso il tono base, la mezzatinta, ombra e ombra profonda, i riflessi, la luce calda e quella fredda. Stessa cosa per una schiena o una coscia. Infine, per i bordi netti utilizzava una mascheratura e ritoccava con i pennelli o matite colorate.

Richard Corben Ragemoor

La seconda tecnica (e preparatevi perché questa è assurda) è molto vicina al desueto, almeno nel panorama del fumetto mondiale perché assorbita dal digitale. Ebbene sì, Richard Corben è colui che creò la tecnica dell’overlay per aggirare i limiti tecnologici degli anni settanta e ottanta. Il fumetto di quel periodo era vessato da determinati problemi nel momento della stampa che partivano dalle pochissime tinte disponibili, arrivavano all’assenza di sfumature e culminavano nell’appiattimento del colore tramite i retini. Quindi Corben decise di porre rimedio alla cosa in questa maniera: china definitiva per i disegni, fogli di acetato trasparente sopra (l’overlay) da dipingere in scala di grigi mediante l’aerografo o i pennelli e poi via verso la vera e propria magia. Ogni foglio di overlay (e potevano essere anche decine) veniva fotografato a parte e sviluppato come negativo ad alto contrasto in modo da ricavare una pellicola di separazione che poi sarebbe servita per creare delle lastre offset molto più ricche di dati riguardo i colori.

Queste lastre servivano per la stampa industriale che codificava (per riassumere il concetto) quali tipi di colori avrebbe indicato il retino fotografico a schermo e infine quali colori sarebbero usciti dalla stampante mediante le scale di grigi di cui sopra. Questo processo permise a Corben di mandare i dati dei suoi reali colori alla tipografia, con percentuali calcolate al millesimo e che rendevano le sue tavole uniche. Parliamo di un lavoro così dispendioso da richiedere settimane solo per tutta la parte dell’overlay, quindi immaginate creare ad esempio un intero fumetto in questa maniera. Per il braccio di una singola figura potevano volerci anche sette overlay che prendevano ogni possibile colore o ombra, per una schiena anche di più e per i panorami nemmeno sto a raccontarvelo. Proprio grazie a questa tecnica che Corben viene tuttora considerato un pioniere della prestampa, portando nel fumetto un tale controllo cromatico da renderlo molto più vicino alla qualità dell’illustrazione pubblicitaria.

Da dove cominciare

Richard Corben sequenza bigfoot

Il presupposto di un mostro sacro è la difficoltà nell’approcciarlo. Le scuole di pensiero sono due: cronologicamente e in modo accademico, oppure sfogliare qualche sinossi e vedere cosa ispira di più. Per quanto mi riguarda trovo che l’approccio migliore sia il secondo, in special modo per chi ha coltivato la passione per il fumetto ma non si è mai trovato un volume di Richard Corben tra le mani. Quando mi viene chiesto un consiglio al riguardo io tiro dentro sempre Bigfoot, con alla sceneggiatura niente meno che Rob Zombie: una storia horror semplicemente brutale, con una sequenza di vignette tra le più terrificanti di sempre. In questo volume Corben compie qualcosa che ha del miracoloso, ovvero far provare allo spettatore vera tensione mostrando un bigfoot, in sintesi una grossa scimmia umanoide, che insegue un quad. Detta così fa quasi ridere, ma provare per credere.

Se invece qualcuno volesse partire da qualcosa di più classico e respirare l’aria degli anni ottanta, dovrebbe assolutamente recuperare Den: si tratta della storia di un ragazzino che, tramite la magia, scopre il modo di trasferire la sua coscienza in un omaccione nerboruto e brutale, all’interno dell’ambientazione di Il Mago di Oz ma rivista in salsa sword and sorcery. Fu anche la saga che causò la sua rottura con con Heavy Metal, quindi bisognerebbe tenere a mente l’alta presenza di sessualità ed erotismo, nonché pure una dose massiccia di sangue. Partendo da questo punto e andando avanti con le altre pubblicazioni targate Richard Corben, è possibile assaporare non solo la sua evoluzione stilistica, come accennato prima, ma anche l’evoluzione dei suoi gusti nella regia delle vignette. In Den, il ritmo del racconto è molto posato, si basa su un lento incedere che comincia a prendere una piega scalpitante dal terzo volume in poi, quindi partite armati di pazienza perché ne vale assolutamente la pena.

Richard Corben bloodstar

Quelli come me, gli appassionati di calzamaglie e poteri cosmici, infine dovrebbero optare per i suoi lavori sopracitati con la Marvel. Stilisticamente, prendendo il suo celebre Hulk, vedrete una dimensione di violenza che mai si è respirata tra le pagine del fumetto mainstream. Ovviamente si tratta di un episodio estemporaneo, tanto che le uscite di Corben per la Casa delle Idee sono state poche, risicate e tutte hanno lasciato il segno. In tanti poi si sono ispirati al suo operato, ma di certo non parliamo di lavori da testata regolare (anche se Millar ci provò con Ultimate e Civil War a mantenere i toni adulti). Potrebbe interessare anche la sua bellissima serie su Hellboy: ben sette numeri in grado di stupire ma che, anche lì, sono degli episodi antologici che con la saga originale non spartiscono poi così tanto.

Richard Corben è uno di quegli autori in grado di cambiare la prospettiva artistica di ogni lettore. Chi non ha mai sfogliato i suoi lavori non ha idea di quanto la sua vita potrebbe mutare anche solo dopo una rapida lettura: si tratta di un artista in grado di portare il lettore in una dimensione tutta nuova di fare fumetto con del materiale divertentissimo. Se dovessi andare in una fumetteria a dispensare consigli alle nuove leve, il vostro fedelissimo non farebbe altro che distribuire volumi di Corben a ogni ragazzetto interessato a questo strano e magico mondo chiamato fumetto. E già che ci sono ne approfitterei per una bella rilettura, che non fa mai male.

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Sono un appassionato di fumetti, graphic novel, manga ed illustrazione da quando avevo circa dieci anni: i miei genitori mi comprarono un Dylan Dog nell'edicola di paese dopo esser stato dal dentista e l'anestesia, mischiata alle storie di Tiziano Sclavi, cambiarono in modo radicale qualcosa nel mio cervello. Forse fu in quel momento che capii che quello sarebbe stato il mio argomento preferito. Ho un santino di Hergé al collo e in battaglia solleverei lo stendardo di Alan Moore.

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