
Quando DC Comics svelò al mondo il suo nuovo universo Absolute, per tutti sembrò una mossa in risposta all’universo Ultimate Marvel, annunciato proprio a poco tempo di distanza, e infatti in un certo senso lo era. La differenza tra le due iniziative, almeno all’inizio, non sembrava poi così marcata e parevano girare entrambe intorno al concetto di universo alternativo fine a sé stesso: storie nuove con personaggi vecchi in situazioni diverse. Ma sottovalutare DC Absolute è stato un errore madornale.
A due anni dall’uscita della serie di punta, Absolute Batman, vediamo come quest’ultima abbia superato di gran lunga le più rosee aspettative: albo singolo più venduto del 2024 e top 9 nel 2025, nonché decima ristampa qualche mese fa. Tra le serie Absolute però ce n’è una che in silenzio e senza stare sotto i riflettori ha segnato, per me, uno dei picchi massimi di creatività e libertà artistica del media, una serie che ha settato uno standard di qualità narrativa e di maturità che difficilmente verrà eguagliato in tempi brevi: Absolute Martian Manhunter.
Con la sua recente conclusione al numero 12 negli USA (atteso in Italia a settembre), questa perla del fumetto supereroistico è diventata una colonna portante del mio gusto in fatto di arte e narrazione, un underdog che però ha saputo dimostrarsi più grande di qualunque gigante del settore.
Scritto da un magistrale Deniz Camp (Ultimates del 2024) e disegnato da uno splendido Javier Rodriguez (Daredevil di Mark Waid), Absolute Martian Manhunter segue le vicende di John Jones, un agente dell’FBI recentemente trasferitosi a Middleton con la moglie Bridget e il figlio muto Tyler, che si ritrova vittima di un’esplosione innescata durante un tentativo di suicido, sopravvivendo. Da quel momento in poi John non sarà più lo stesso, non vedrà più la realtà come la vedeva prima: delle visioni simili a fumo bianco proveniente dalle persone che lo circondano lo renderanno capace di leggere e sentire, chiari come frasi pronunciate ad alta voce, i pensieri e le sensazioni provate da ogni individuo che incontra.
Il “Marziano verde” che ha preso rifugio nella mente di John gli permette di percepire le emozioni e di vivere i ricordi delle persone, e questa incredibile capacità sarà protagonista dei successivi casi di cui si occuperà l’agente dell’FBI, giocando un ruolo chiave nel disinnescare situazioni pericolose proprio interagendo con suddetti ricordi.
Durante la pubblicazione regolare mi sembrava di essere davanti a un poliziesco quasi procedurale, dove ogni mese mi sarebbe stato proposto un nuovo caso per John da risolvere con l’aiuto dell’alieno e dei suoi poteri; mai mi sarei aspettato di essere così tanto in errore. I primi numeri hanno infatti costruito delle fondamenta solidissime, facendomi credere che fosse tutto lì, ma solo dopo aver fatto la conoscenza del “White Martian” ho capito che Camp stava indicando la luna, e io stavo guardando il dito.
Questo villain viene percepito dalle persone come un’improvvisa scarica di nichilismo e un’irrefrenabile voglia di violenza e decadimento che si concretizza nella definizione del suo obiettivo: l’equazione dell’anti-vita, una formula che appare nei fumetti DC Comics per la prima volta nel 1971, sulle pagine di Forever People, dalla mano (e mente) dell’immortale Jack Kirby. Questa formula renderebbe possibile, per chi la scopre, il controllo dell’intera umanità e deve il suo nome proprio da una citazione di Forever People n. 5: “Se sei sotto il completo controllo di qualcuno, non sei veramente vivo!”
L’apparizione del villain porterà 24 individui, sconosciuti tra loro, a dare fuoco ad altre 24 persone senzatetto. Dopo questo evento una visione mostra a John un palazzo che prende fuoco, e qui si rende conto che il fine ultimo del Marziano Bianco è distruggere il concetto stesso di casa. La battaglia tra il bene e il male viene quindi traslata a un concetto più alto e meno tangibile, e i due alieni si combatteranno usando pensieri e idee al posto delle armi, con le emozioni e i ricordi come armature, mentre John evacua l’edificio prima che sia troppo tardi.
Proseguendo con la lettura l’opera mostra a poco a poco tutta la sua sensibilità, elevando la narrazione e legandola indissolubilmente alla resa grafica: la forma e il contenuto si uniscono perfettamente modellando sulle pagine una rappresentazione plastica di ciò che provano i personaggi e, allo stesso tempo, del tumulto provato dal lettore. Il fumetto diventa quindi uno strumento comunicativo atto a manifestare visivamente emozioni indescrivibili e altrimenti indecifrabili, lasciandosi però influenzare allo stesso tempo, rendendo la lettura non più un’azione passiva in cui ci si appropria delle idee degli autori e basta, ma uno scambio continuo di pensieri che culmina quando, con alcuni espedienti creativi, sarà il lettore stesso ad essere protagonista dell’opera che sta leggendo.
Dall’invito a sfruttare la luce della finestra per attivare la “Martian Vision” e rivelare un disegno, alla gabbia da completare unendo i puntini con una matita, vediamo come un passo alla volta i due autori ci abituano a interagire fisicamente con l’opera, ci rendono familiare perturbare il fumetto per poi, quando meno ce lo aspettiamo, usare quello stesso stratagemma per farci carico del dramma provato da John. Le pagine che fanno da palcoscenico a tutto questo sono vere e proprie esplosioni di forme e colori, silhouette caotiche che si intrecciano tra loro in una danza di corpi e suoni, i rumori diventano musica e le persone diventano idee. Rodriguez è stato magistrale nel rendere incredibilmente fedele ogni passaggio che leggiamo, ha superato il concetto stesso di disegno per accompagnare la scrittura a braccetto, come fossero nati insieme, come se fossero stati partoriti dalla stessa mente, aperta per riversarne il contenuto su un foglio.
Camp e Rodriguez hanno giocato con noi in quanto lettori e ci hanno lasciato giocare con la loro creazione finché non è arrivato il momento di sbatterci in faccia la crudeltà dell’essere umano. In una delle sequenze visivamente più incredibili ed emotivamente forti che abbia mai letto in un albo a fumetti, il villain noto come Despair-the-Zero ci chiede di strappare un pezzo della pagina per evitare a John di vedere le conseguenze delle sue azioni.
È proprio Despair-the-Zero che affiancherà il Green Martian nella mente di John, come suo nuovo partner. Ricoprirà, nell’ultimo arco narrativo, il ruolo di antieroe disilluso e cinico e sarà il pretesto narrativo per esplorare ancora una volta i lati più bui della psiche umana. La paura di perdere le persone a noi care, il dolore della vita e il pensiero che sia più facile e meno doloroso abbandonarla, piuttosto che continuare a soffrire. L’idea stessa di dolore viene svuotata di significato e messa al centro del racconto per esorcizzare ogni demone interiore, dalla voglia di fuggire per non tornare più a quella di farsi del male. Come un fulmine a ciel sereno sentiamo che è proprio la voce di Despair-the-Zero che farà luce sulla vita di John, rivelando la verità su tutto ciò che ha vissuto finora.
Senza scendere in dettagli che ne rovinerebbero la lettura, il finale di Absolute Martian Manhunter mi rende ancora oggi, a distanza di settimane dalla lettura, il cuore pesante ogni volta che ripenso a questa incredibile opera. Parlare di un fumetto del genere non è facile, come non è facile raccontare il dolore e il trauma. Camp e Rodriguez ci sono riusciti alternando delicatezza e vulnerabilità a estremo e grottesco realismo, lasciando una voragine al posto del petto durante la lettura. Ma esorcizzare è spesso utile per superare le difficoltà, e si spera che quella voragine abbia almeno coperto una ferita ben più grande.







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