
Adattare l’Odissea per il cinema è un’impresa che chiunque definirebbe, se non titanica (visto che si parla più di dèi che di titani), quantomeno rischiosa; il familiare tipo di rischio che potrebbe portare a un successo senza precedenti o a un posto in prima fila negli inferi tra i superbi, dove il regista Christopher Nolan viene tra l’altro già annoverato spesso sia da alcuni spettatori che dalla critica. Una premessa pertinente, visto che secondo alcune tradizioni letterarie a peccare di hybris è lo stesso Ulisse protagonista del racconto: per Dante, superbia dimostrata nella sfrontatezza del voler scendere nell’Ade da vivo; per i critici letterari e la maggior parte dei lettori, nel voler a tutti costi rivelare il proprio nome alla fine dell’episodio con il Ciclope per attribuirsi il merito della vittoria; per Nolan, nello sfidare apertamente gli dèi con la convinzione di potercela fare da solo grazie alla propria scaltrezza.
In ogni caso, il regista anglo-statunitense non sarebbe il primo a peccare un po’ di superbia come il suo protagonista: altri tentativi di adattamento dell’Odissea sono già stati fatti, e quasi tutti di produzione italiana (come il film muto del 1911 e l’adattamento Rai del 1968); in ottica contemporanea e in periodo di piena fibrillazione cinefila, questa di Nolan può considerarsi la prima vera trasposizione moderna del poema epico, se si tralascia il film Itaca – Il ritorno (2024) con Ralph Fiennes, che racconta solo dell’incontro finale fra Ulisse e Penelope. La domanda chiave è: si tratta di una trasposizione riuscita o meno? E soprattutto, nel caso dell’adattamento di un’opera classica cardine della letteratura occidentale, cosa vuol dire effettivamente “riuscita”?
Da classicista, devo dire che l’impatto con i primi venti minuti del film ha avuto su di me due effetti contrastanti: il primo, immediato, di piacevole sorpresa quando ho sentito un insolito Travis Scott iniziare a recitare in esametri anglofoni l’inizio di un canto originale sullo stampo di quelli omerici; il secondo, di noia e fastidio quando tutti i dialoghi iniziali si sono piegati in favore di un’eccessiva esplicitazione dei personaggi e dei vari rapporti fra di loro, come a riassumere in modo meccanico tutti gli eventi antecedenti e successivi alla guerra di Troia per un pubblico-target chiaramente digiuno. Superate però le ridondanze iniziali, quando effettivamente arriva Ulisse (Matt Damon) sullo schermo e inizia la sua Odissea, non si può che restare emotivamente e visivamente catturati: si sussegue, alternata al presente di Itaca, un’apnea di episodi in flashback, da quelli più conosciuti come Circe, Calipso e Ciclope a quelli meno familiari come i Lestrigoni e l’incontro coi soldati defunti, che riesce fin da subito a comporre un’avvincente avventura per poi trasformarsi in stasi intima, emotiva e riflessiva nel momento dell’effettivo ritorno a casa.
Come epopea epica, l’Odissea di Nolan ha tutti gli ingredienti perfetti per far funzionare il genere: una potente e struggente colonna sonora grazie a Ludwig Göransson (Tenet, Sinners), una scenografia realistica e meravigliosa senza inutili sfarzi poco adatti all’epoca, inquadrature ampie e innumerevoli campi larghi, un cast attoriale perfettamente in grado di reggere primi piani e monologhi imponenti con espressività e profonda consapevolezza. Come film di Nolan quest’Odissea, assieme a Oppenheimer, si distanzia dai suoi precedenti mind-game movies per privilegiare un approccio meno basato sul plot-twist e più sullo sviluppo di un concetto ben preciso, che deve arrivare allo spettatore prima emotivamente e solo dopo razionalmente (nonostante il plot-twist ci sia anche qui, è comunque più metaforico e interpretativo del solito). Il concetto qui espresso collega i due ultimi film del regista, sovrapponendo la fine dell’età del bronzo con la fine della “innocenza” contemporanea: Ulisse aiuta a distruggere Troia col suo stratagemma del cavallo, Oppenheimer aiuta nello sviluppo del progetto della bomba atomica, entrambi contribuiscono alla fine di un’era e all’abbandono di tradizioni, riguardi e decenze sociali che, in qualche modo, ci rendevano più umani.
Risulta chiaro fin da subito che quello che a Nolan interessa veramente mostrare, con l’Odissea, è il percorso di un uomo che arriva a comprendere appieno gli errori del suo passato, e le conseguenze di essi sul suo presente e sul suo futuro, là dove l’aggettivo “suo” da personale si trasforma in collettivo: il suo passato è anche quello dei suoi compagni soldati, del suo popolo e della sua famiglia a Itaca, così come le conseguenze della sua idea del cavallo a Troia avranno un impatto sulle maggiori popolazioni del Mediterraneo e non solo su chi quella guerra l’ha direttamente combattuta. La responsabilità e la consapevolezza si fanno da individuali a collettive: sebbene sia Ulisse il protagonista indiscusso del suo viaggio di ritorno (così come dimostra la straordinaria, e forse migliore, macro-scena finale del film), le sue azioni e le sue scelte sono sempre profondamente legate alle persone che ama e a quelle che ha attorno, come la sua famiglia a Itaca e i suoi compagni guerrieri e marinai.
Al netto di quanto detto, si può cominciare a rispondere alle domande iniziali: quest’avventura epica soddisfa tutte le aspettative sul genere, sfiora i lidi della tradizione con rispetto e approda al porto natìo rendendo il ritorno carico di pathos e denso di due concetti interessanti e ben trasposti (il passaggio da individuale a collettivo e la fine delle tradizioni sociali come fine di un’umanità veramente umana e compassionevole). In questo senso, sì, si può parlare di una trasposizione riuscita, che tiene fede al genere di appartenenza, al materiale di partenza e al messaggio d’arrivo che rende originale e personale il film. Se invece si considera riuscito un adattamento che sia perfettamente fedele al testo di Omero e che rispecchi con realismo costumi, lingua e tradizioni dell’epoca, allora no, quest’Odissea di Nolan si prende fin troppe licenze poetiche per poter essere considerata una trasposizione con rapporto 1:1 rispetto all’originale (e per fortuna).
Se un notevole punto a favore sono decisamente le interpretazioni attoriali – su tutti il poliedrico Ulisse di Matt Damon, la feroce e vulnerabile Penelope di Anne Hathaway e la struggente e vendicativa Circe di Samantha Norton – l’unico forse a risultare un po’ sottotono è Tom Holland, che indossa in modo fin troppo confortevole i panni del ragazzino istintivo e inesperto che abbiamo già visto in Spider-Man per interpretare un Telemaco ingenuo e ancora sciocco; l’emotivo incrocio di sguardi con Penelope e Ulisse nella scena finale un po’ aiuta a redimerlo, ma sarebbe stato bello vedere quell’intensità anche nel resto della sua performance. Paradossalmente, gli attori che hanno ricevuto meno pubblicità sono anche quelli che appaiono più tempo sullo schermo insieme a Matt Damon, e che aiutano a portare in vita personaggi altrettanto intensi e riusciti: Himesh Patel nei panni del tenace e coraggioso Euricolo, secondo in comando di Ulisse, e un eccezionale John Leguizamo per il dolce e fedele Eumeo, il servo cieco di Ulisse.
Per essere la prima grande trasposizione post-Duemila del poema omerico, l’Odissea di Nolan si fa carico di un occhio molto critico nei confronti della modernità, là dove modernità equivale a progresso, e dove progresso equivale alla perdita di umanità e di contatto umano in favore di un qualcosa che esalta il talento individuale escludendolo dal contesto collettivo: il successo di uno per il danno di tutti non è progresso, è retrocessione e atrocità; il successo di uno al servizio della comunità è invece successo e progresso collettivo. È ciò che impara l’astuto e malinconico Ulisse di questa trasposizione ed è ciò che, forse, Nolan ha cercato di trasmettere a sua volta, in questo nostro presente più distaccato e individualista che mai.
Se siete intrigati da tutto questo, mettetevi comodi e godetevi il film (anche non in IMAX si apprezza lo stesso, giuro); altrimenti, se cercate una trasposizione più fedele e costumi più realistici, ci sono sempre a disposizione i cari vecchi adattamenti del secolo scorso.







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