
Se avete frequentato La Taverna di Mezzanotte, sapete già che Yaro Abe è un maestro nel cucinare storie di squisita quotidianità. Ma cosa succede quando il cibo non è più il centro del racconto? La risposta si trova in quella parte della sua produzione rimasta più in ombra nel nostro Paese, ma non per questo meno brillante o densa di significato.
Opere come Maldestro dalla nascita e Mimikaki – Un piacere per le orecchie contengono il DNA più puro della sua narrazione. In queste pagine non ci sono eroi in cerca di riscatto o parabole di crescita obbligata. Al contrario, Abe esplora il diritto di rimanere imperfetti: i fallimenti scolastici, le piccole meschinità, i gusti bizzarri che ci fanno scegliere uno strumento musicale insolito. Sono tutti elementi che creano una narrazione quotidiana palpabile, che ci interessa tutti da vicino.
Yaro Abe celebra la normalità, quella che non ha bisogno di essere aggiustata o camuffata per “piacere agli altri” a tutti i costi.
Lo sguardo di Abe: una rivoluzione minimalista
Per comprendere a pieno i suoi lavori, è necessario fare una breve premessa sul suo stile. Nel panorama del fumetto giapponese contemporaneo, dominato da ritmi serrati e narrazioni iper-espressive, il tratto di Abe si muove in controtendenza. Il suo è un disegno essenziale, che eredita lo stile del gekiga (il manga drammatico e d’avanguardia nato alla fine degli anni ’50) e la declina nel genere slice of life, il racconto della quotidianità così com’è.
Non ci sono sfondi dettagliati a distrarre il lettore, né virtuosismi anatomici. L’autore si concentra sui volti, sulle posture stanche dei personaggi, sui piccoli gesti che compiono quando pensano di non essere visti. Questa sintesi visiva rispecchia perfettamente la nudità emotiva delle sue storie: la tavola, priva del superfluo, ci lascia liberi di concentrarci sulle azioni e i sentimenti dei personaggi.
Maldestro dalla Nascita: l’elogio del fallimento quotidiano
In quest’opera, dal forte sapore autobiografico, Yaro Abe ci porta indietro nel tempo, nella provincia giapponese della sua infanzia, ma lo fa rifiutando qualsiasi filtro nostalgico. Al centro del racconto, insieme a lui, c’è il padre, un uomo tutt’altro che perfetto: burbero, disattento e lontano anni luce dallo stereotipo del padre saggio nipponico.
Maldestro dalla Nascita ripercorre uno spaccato di vita quotidiana impietoso eppure estremamente tenero. Il protagonista prende “votacci” a scuola, fa scelte strambe che irritano gli adulti e si perde su dettagli apparentemente insignificanti come il momento in cui Abe bambino cerca di aprire la mano della sorellina neonata. Ossessionato da cosa potrebbe contenere quel pugno chiuso per serrarlo a quel modo. Per poi scoprire una amalgama bianca di sudore e borotalco alquanto comica.
In questa sequenza si racchiude tutto il suo talento: la capacità di catturare lo stupore del mistero della vita, senza caricarlo di retorica. I personaggi vivono emozioni vere, non sempre edificanti, ma che ci strappano un sorriso perché richiamano la quotidianità di ogni essere umano.
All’interno del racconto, gli episodi non sono tutti “divertenti”, c’è anche il racconto della malattia e della paura vissuta attraverso gli occhi di un bambino, ma anche della famiglia che deve ricalibrare tutti i suoi equilibri per continuare a funzionare. Permettendo a ognuno di noi di fermarsi insieme a loro a tavola, o durante un noioso giro di bucato, e osservare cosa succede senza caricare il momento né di gioia né di dolore. È come se l’autore volesse dirci di fermarci e aspettare con lui che la tempesta emotiva passi.
Mimikaki: l’intimità dell’assurdo
Lo stesso identico concetto viene ripreso in Mimikaki – Un piacere per le orecchie. Qui l’attenzione si sposta su una pratica tradizionale giapponese, quasi sconosciuta in Italia: la cura e la pulizia del condotto uditivo con un bastoncino di bambù, ci porta in delle vere e proprie “sedute psicologiche”.
Un gesto estremamente specifico, quasi respingente per un pubblico occidentale (non nego di aver storto il naso nel capire di cosa si trattasse), diventa nelle mani dell’autore uno sblocco emotivo che permette ai clienti di questa strana attività di lasciarsi andare alle proprie sensazioni.
Esattamente come succedeva ne La Taverna di Mezzanotte, dove l’ordine di un piatto specifico dava accesso a ricordi d’infanzia e desideri mai realizzati, il rito del Mimikaki diventa un pretesto per esplorare la solitudine urbana. Chi si rivolge alle professioniste di questa pratica non cerca solo igiene, ma soprattutto una vicinanza che non sa trovare altrove, un momento di abbandono e cura.
Il rifiuto dell’eroe e l’anti-melodramma
C’è un elemento tecnico e strutturale che unisce le opere di Yaro Abe, un filo conduttore che attraversa Maldestro dalla Nascita, Mimikaki e La Taverna di Mezzanotte. Tutti e tre rifiutano il melodramma. Nella narrazione classica, sia occidentale che nipponica, i difetti di un personaggio servono da catalizzatore per il conflitto che deve risolversi con una catarsi. Abe rifiuta questa narrazione e ci lascia lì. In una situazione magari non conclusa, senza una parabola o una grande lezione di vita.
Ci aspettiamo che il ragazzino maldestro trovi il suo talento, o che il cliente solitario che ha bisogno di contatto umano trovi l’amore. Abe sabota sistematicamente queste aspettative. Nelle sue tavole la quotidianità non è però vissuta come un limite, una gabbia che non permette di respirare, ma come una cornice neutra che può contenere un bel quadro o un dipinto orribile. Ma in fondo, non è così la nostra esistenza?
L’eredità di Taniguchi
È impossibile non citare a questo proposito anche un maestro del fumetto giapponese come Jiro Taniguchi, dal quale Abe sembra ereditare più di quello che racconta visivamente nelle sue opere. Entrambi gli autori condividono il rifiuto per l’azione frenetica, preferendo concentrarsi sui tempi morti, sui dettagli del giorno per giorno. Tuttavia dove Taniguchi si muove con un lirismo quasi filosofico, Abe sceglie una strada diversa.
Nel celebre L’uomo che cammina di Taniguchi il protagonista trova la pace nella contemplazione, nella ricerca introspettiva di un senso che lo rende però distante dalle altre persone mentre Abe con la sua produzione sceglie la via della comunione delle speranze: quello che in italiano si potrebbe esprimere con il detto “mal comune mezzo gaudio“. La Taverna di Mezzanotte, Mimikaki e Maldestro dalla nascita trovano, o cercano di accettare, la realtà attraverso la condivisione. Entrambi gli autori raccolgono i cocci delle esistenze dei loro personaggi con la stessa dignità narrativa.
La bellezza delle vite “storte”
Riscoprire i lavori meno celebri dell’autore ci permette, prima di tutto, di tirare un sospiro di sollievo. Ci lascia entrare a far parte di quella fetta di persone che si sentono sempre fuori posto con le loro passioni strambe, con i loro tempi lenti o i loro fallimenti collezionati in anni. Ci accoglie con una nuova consapevolezza: ovvero che va bene così. Ci restituisce una libertà enorme, oggi più che mai necessaria: il diritto di non essere la versione migliore di noi stessi.
In un’epoca ipercompetitiva, che ci bombarda di performance, riscatto sociale e riscritture costanti della nostra immagine pubblica, l’autore ci ricorda che possiamo trovare noi stessi esattamente lì, in quella normalità così magnificamente storta, che è forse la nostra parte più bella.





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