
“Holmes è la creatura scettica che, quando sente odore di soprannaturale, sbuffa. Non per arroganza, ma per igiene mentale […] Holmes nasce proprio come desiderio di ordine: un mondo dove ogni traccia conduce a una causa e dove l’osservazione vince sull’illusione” – scrive Massimo Polidoro – divulgatore scientifico, giornalista e docente universitario – per riassumere in poche parole il profilo del detective più famoso al mondo, al quale quest’anno ha dedicato una personalissima raccolta di racconti: I fantasmi di Sherlock, edita da Feltrinelli.
A differenza della creatura nata dalla penna di Arthur Conan Doyle, sintetizzare la carriera di Polidoro non è cosa facile, essendo quest’ultimo uno studioso estremamente prolifico e poliedrico. Vi invito, quindi, a scoprirne le opere sul web e non solo, grazie al suo sito internet. Per questa recensione, vi basti sapere che Massimo – da grande curioso e indagatore di misteri quale è – nel 1989 ha contribuito a fondare, con Piero Angela, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Umberto Eco, Silvio Garattini, Umberto Veronesi e altri, il CICAP (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze), di cui oggi è Segretario nazionale.
Dunque, non sorprende vedere una figura di questo calibro scrivere un libro ispirato alle gesta dell’investigatore per antonomasia; un libro nato dalla sua passione incrollabile per l’eredità di Conan Doyle che già nel 1995 lo aveva portato a cimentarsi nella composizione di un apocrifo sherlockiano, a cui poi ne sono seguiti altri, tra ripensamenti e riscritture. È stato poi l’incoraggiamento di Tiziano Sclavi – sì, proprio il padre di Dylan Dog – a convincerlo a raccogliere tutti gli scritti e a pubblicarli. A Sclavi, forse, si deve anche la deriva horror che la maggior parte di questi apocrifi inediti assumono; otto storie brevi, cariche di fascino per l’impossibile e del desiderio di mettersi sempre alla ricerca del perché.

I fantasmi di Sherlock, ufficialmente, fa parte della collana Feltrinelli Up, dedicata a bambini e adolescenti. Non è la prima volta che Massimo Polidoro si cimenta in volumi per ragazzi, anzi la sua bibliografia annovera numerosi titoli per i più giovani, come: Figli delle stelle, 50 misteri da risolvere (prima dei tuoi genitori) o La libreria dei misteri. Questa sua ultima fatica è “un invito a farsi domande, a non accontentarsi della prima spiegazione“, un regalo che invogli i lettori – grandi o piccini che siano – “a esplorare il mondo animati dalla curiosità e dallo spirito critico“; due valori, ahinoi, sempre più rari al giorno d’oggi.
La prefazione chiarisce subito le premesse dell’opera che, vista la natura fan-made, sono assai giocose: come fece Alessandro Manzoni con I promessi sposi, l’autore immagina di rinvenire un plico di storie vergate da nientedimeno che John H. Watson, fedele assistente di Sherlock Holmes. Racconti mai pubblicati perché, stando alla spiegazione di Watson stesso presente come seconda prefazione, si tratta di eventi paranormali e fuori da ogni logica che avrebbero potuto risultare sgraditi a Sir Arthur Conan Doyle, amico di lunga data nonché fervente sostenitore dello spiritismo.
Una “Nota dell’Editore” sottolinea l’autenticità del manoscritto e aggiunge, purtroppo, che i segni del tempo hanno reso necessarie alcune “modeste integrazioni” da parte di Polidoro che ha portato avanti un lavoro di ricostruzione il più possibile fedele allo stile del dottor Watson. Oltre a questo certosino processo di contestualizzazione, esteticamente parlando le pagine del volume sono state invecchiate artificialmente per simulare, al tatto e alla vista, un vecchio fascicolo recuperato dalla polvere dopo un secolo. Un fascicolo contenente “i più celebri enigmi dell’occulto e del meraviglioso del nostro secolo” che solo la mente geniale di Holmes, in una fumosa Londra di fine Ottocento, ha saputo districare.

I puristi che disdegnano gli apocrifi di Sherlock Holmes sono a centinaia e nemmeno io, personalmente, riesco ad apprezzare i prodotti “non ufficiali”. Eppure, nonostante la forza ineguagliabile di Arthur Conan Doyle, di tanto in tanto spuntano fuori esperimenti degni di nota, come Arsène Lupin contro Herlock Sholmes, seconda raccolta di racconti dedicata al ladro gentiluomo, ad opera dell’intramontabile Maurice Leblanc. Ora, non voglio arrivare a paragonare Polidoro a Conan Doyle o Leblanc, ma posso dire con sicurezza che sa il fatto suo. La narrazione è in prima persona, affidata a Watson, come sempre accade nelle storie originali. Per il suo giocoso autore, anche queste indagini da brivido fanno quindi parte della biografia del detective, vissuta attraverso gli occhi – spesso increduli – del suo più fido compagno.
Certo, per poter affermare concretamente se e quanto Polidoro si avvicini allo stile di Doyle, dovremmo far riferimento agli scritti in lingua originale e non tradotti in italiano o, viceversa, il nostro Massimo si sarebbe dovuto cimentare nella prosa inglese. Le traduzioni italiane delle opere di Sherlock Holmes variano per qualità e fedeltà: ve ne sono alcune di pregio (tra cui quelle Einaudi e Feltrinelli) e altre che sarebbe meglio evitare. In merito a queste ultime, potrei quasi redigere uno speciale a parte, viste le mie molteplici avventure in libreria. Per questa breve parentesi filologica vi basti sapere che, soprattutto le case editrici che puntano al mercato dei prodotti low cost, tendenzialmente propongono traduzioni dei classici risalenti agli anni Trenta o Cinquanta, in quanto versioni storiche non più protette da copyright. In linea di massima, il risultato – unito a revisioni all’acqua di rose – è un italiano desueto, ostico e, di tanto in tanto, grammaticalmente o sintatticamente sporco; ben lontano, se parliamo delle avventure di Holmes, dalla freschezza dell’inglese britannico.
Per quanto riguarda il lavoro di Massimo Polidoro, siamo su ottimi livelli: l’uso di un lessico aulico e, qua e là, di termini desueti, ben restituisce il linguaggio elegante e generoso di descrizioni che un borghese di Edimburgo avrebbe potuto utilizzare tra Ottocento e Novecento. E a proposito del papà di Sherlock, Polidoro prende bonariamente in giro la sua vicinanza allo spiritismo, tendenza dalla quale ha probabilmente preso ispirazione per la creazione di questo volume. Al centro del primo racconto, per esempio, c’è una curiosa seduta spiritica, pratica a cui lo stesso Arthur Conan Doyle dava molto credito. “La nostra realtà” – afferma Sherlock Holmes – “ci dà già sufficienti preoccupazioni senza che a ciò aggiungiamo i problemi dei fantasmi“.

L’ironia che l’autore riserva alle indagini sherlockiane si nota anche in piccole stilettate che inserisce per scherzare sulla storia del personaggio: “Degli ultimi venti e più casi ci ricordiamo soltanto di Baskerville proprio per la straordinarietà dell’episodio; il resto sono solo piccolezze” – sostiene lo stesso Sherlock, mettendo in evidenza come le sue peripezie più apprezzate, ricordate, citate e omaggiate – nel mondo reale – sono sempre le solite, spesso perché assai spettacolari (quando anche i casi più piccoli in realtà possono celare piacevoli sorprese).
La prima storia breve, L’enigma della stanza Paradol, affonda le sue radici in una “untold story” citata nel racconto I cinque semi d’arancio. Polidoro ha deciso di approfondirla e di scriverci su: al termine del caso dà personalmente una visione scientifica e critica di quanto narrato, in paginette decorate ad hoc come se fossero appunti sparsi dell’autore, proprio come accade nei suoi video su YouTube che smentiscono i fenomeni paranormali più conosciuti. L’impostazione scientifica e rigorosa che emerge in questi “dietro le quinte” in chiusura di ogni indagine differenzia I fantasmi di Sherlock dalle centinaia di altre opere fan-made (guarda caso, molte sono dedicate alla sopracitata stanza Paradol).
L’avventura dell’uomo volante si basa sulle gesta storicamente appurate di Daniel Dunglas Home, spiritista e medium scozzese. La sua figura viene analizzata con dovizia di particolari, donando al caso una cornice realistica molto apprezzata. Un messaggio dall’aldilà ha, invece, chiari riferimenti a Il banchiere cieco, episodio della serie TV Sherlock, a sua volta basato su L’avventura degli omini danzanti, quest’ultima inserita ne Il ritorno di Sherlock Holmes. Come vedete, quando ci si avventura nel vasto mondo letterario di Sherlock Holmes, specialmente nei prodotti collaterali, è naturale ritrovarsi al cospetto di tante matrioske che celano tributi su tributi, nonché rimandi – più o meno fedeli – all’eredità di Conan Doyle. Un gioco divertente e divertito – noto come “big game” tra gli appassionati – che cita sé stesso e in cui il lettore si può immergere per tentare di scovare tutti gli easter egg (uno dei meccanismi che ha decretato il successo della serie TV targata BBC).

Nel sopracitato caso del “messaggio dall’aldilà”, Polidoro coinvolge il rivoluzionario cinese Sun Yat-sen, mescolandone la storia vera con la finzione sherlockiana, così da ottenere un giallo breve ma intenso, che stuzzica la curiosità. Tra i titoli che ho preferito di più in questo I fantasmi di Sherlock. Una bella lezione di storia e politica, i cui dettagli più interessanti provengono dal saggio Kidnapped in London del 1897, scritto da Sun Yat-sen in persona.
Il quarto racconto, La misteriosa Alga del Caucaso, poggia le basi su La villa dei glicini o Il caso di Villa Glicine, episodio della serie televisiva Le avventure di Sherlock Holmes, andata in onda dal 1984 al 1994. Il suo elemento di fascino è il dare spiegazioni scientifiche a certe antiche pratiche vudù che, prese di per sé e senza ragionarci sopra, sarebbero solo elementi folkloristici, ricchi di pericolosa superstizione. A questo proposito, una delle massime più belle del libro: “Spesso non è il male in sé a colpire più duramente, ma l’incomprensione fra gli uomini. Quella può essere fatale quanto la lama più affilata”. A dipanare ulteriormente i punti interrogativi dietro riti arcani, interviene il nostro Massimo, armato di nozioni scientifiche. Quella dell’Alga del Caucaso, in definitiva, è una novella sui generis molto molto interessante.
Com’è piacevole constatare, i riferimenti storici ne I fantasmi di Sherlock riempiono le pagine: La Società degli Accattoni Dilettanti, riportando nuovamente alla memoria I cinque semi d’arancio, narra di una setta esoterica che ha molti punti di contatto con il Priorato di Sion, che ha influenzato anche Dan Brown nella stesura del suo celeberrimo Il codice da Vinci.

“Non è ragionevole credere che ognuno di essi abbia sempre dato a Holmes l’opportunità di applicare appieno le straordinarie doti d’istinto e osservazione che mi sono costantemente sforzato di mettere in risalto in queste memorie” – scrive Watson riferendosi alle numerose disavventure dei due – “A volte egli doveva faticare per raccogliere il risultato delle sue intuizioni, altre volte esso gli piombava tra le mani come un frutto maturo. Ma spesso, nei casi in cui erano minori le opportunità che facevano risplendere i suoi talenti deduttivi, si racchiudevano le più terribili tragedie umane“. Queste parole introducono L’orrore della casa stregata, anch’essa un’indagine entrata tra le mie preferite, proprio per le sue atmosfere macabre e adrenaliniche.
Non è tutto: viene persino menzionato il temibile Jack lo Squartatore. Il serial killer, infatti, è stato visto combattere contro lo stesso Sherlock Holmes in altri apprezzati prodotti collaterali; tra questi, l’avventura grafica del 2009 Sherlock Holmes contro Jack lo Squartatore – sviluppata dall’amatissima Frogwares – o il cortometraggio parodico dei Looney Tunes Lo Squartatore Selvaggio (Deduce, You Say) del 1956, diretto da Chuck Jones e con Daffy Duck e Porky Pig come protagonisti assoluti.
I riferimenti alla cultura pop ritornano anche per L’incredibile caso del regalo sbagliato, avventura che ricorda Il segno dei quattro per ingegno e complessità e che tira in ballo la triste storia di Joseph Merrick. Noto come Uomo elefante, la vita del giovane viene narrata nel romanzo del suo medico Frederick Treves e analizzata nel volume The Elephant Man: A Study in Human Dignity dell’antropologo Ashley Montagu, opera da cui è stato tratto lo straordinario film The Elephant Man di David Lynch.

Curiosamente, Merrick appare anche nel lungometraggio La vera storia di Jack lo squartatore – From Hell, liberamente tratto dal romanzo a fumetti From Hell di Alan Moore e Eddie Campbell. In un’altra occasione, più precisamente in uno spin-off di Martin Mystère noto come La donna che visse in due mondi, compare al fianco di Holmes per aiutarlo in un momento di difficoltà. Tutto ciò a dimostrazione di come i tropi e le figure cardine del mistery si amalgamino sempre egregiamente tra loro.
L’incredibile caso del regalo sbagliato è carico di tenerezza ed emotività; spezza brevemente il tenore serio della maggior parte delle investigazioni, ma non per questo risulta scevro da tensione ed enigmi. L’unico neo è un’inutile immagine decorativa di cattivo gusto, generata e rielaborata con la pessima IA di ChatGPT, che ritrae Joseph Merrick, Sherlock e Watson. Una nota di colore, certo, ma era davvero necessario “crearla” con l’uso di un prompt anziché pagare qualche bravo artista per illustrare qualcosa di ben più dettagliato e accurato, visto il contesto a cavallo tra Ottocento e Novecento? Da segnalare, oltretutto, che anche altri contributi visivi presenti verso la fine del volume sono stati ritoccati con ChatGPT: l’editore si è premurato perlomeno di avvisare, ma ciò non cambia il risultato posticcio.
Se si ha la forza di chiudere entrambi gli occhi dinnanzi all’uso incosciente dell’intelligenza artificiale – sfruttata ormai persino da Alberto Angela nel suo “saggio immersivo” Cesare – si giunge a L’ultima fiaba, una chicca per gli appassionati: un epilogo nostalgico e dal finale poetico in cui Sherlock Holmes si è ritirato a vita privata e vive la stessa routine mostrata nel film Mr. Holmes con Ian McKellen. Le vicende si ricollegano poi, per forza di cose, al racconto conclusivo della raccolta L’ultimo saluto di Sherlock Holmes. Sir Arthur Conan Doyle stesso fa un cameo in veste di agente letterario di Watson, in un buffo gioco delle parti.

Il nocciolo di questa chiusura nasce da un vecchio video per YouTube di Massimo Polidoro, dedicato al fenomeno delle “fate di Cottingley“: un giallo realmente accaduto che nel 1917 scosse il vero Conan Doyle e che l’autore affida a Holmes per trovarne la spiegazione, da scrupoloso e imparziale ricercatore della verità quale è. Nella finzione con cui Polidoro espande il suo video-saggio, Arthur Conan Doyle è un personaggio credibile ed esilarante, dipinto prestando la massima attenzione alla sua biografia: un uomo saggio, ma cocciuto e spesso credulone, nonché – lo ripetiamo – appassionato di spiritismo. Nonostante la genialità e il grande bagaglio culturale, riesce a farsi abbindolare dagli accadimenti e dalle teorie più irrazionali e apparentemente soprannaturali. Una persona che, per dirla con le parole di Holmes stesso, “guarda, ma non osserva” né dubita, affondando da capo a piedi nella sua credulità.
“Il caso dimostra come anche le menti brillanti possano essere ingannate dal desiderio di credere, dimenticando il metodo critico sostenuto dallo stesso Sherlock Holmes e riassunto nell’invito del filosofo Bertrand Russell a coltivare non la volontà di credere, ma il desiderio di scoprire” – ci dice Massimo Polidoro, spiegando meglio le idee e le convinzioni di Conan Doyle nella sua postfazione. Caduto il velo del gioco, si parla con serietà della figura dello scrittore scozzese, evidenziando i punti salienti della sua vita, così da fornire anche ai lettori più giovani o inesperti delle coordinate per scoprire il genio del papà di Sherlock Holmes.
Ottima, in questo senso, la presenza di una nutrita bibliografia di riferimento, piena di scritti di Sir Arthur Conan Doyle stesso, corredati di interviste, racconti apocrifi e saggi di James Randi, il mentore di Polidoro. Malgrado il target espressamente giovanile, questa raccolta è pertanto un prodotto curato e nobile che può benissimo destare l’interesse di ogni tipo di pubblico.
Nella sua scorrevolezza, I fantasmi di Sherlock vive in perfetta continuità con le opere originali del detective più amato del mondo, forte delle sue narrazioni brevi e autoconclusive, forse meno “epiche” rispetto ai grandi casi che tutti conosciamo, ma comunque intrise di elementi esotici e ingegnosi per stuzzicare la mente.
Un tributo perfettamente riuscito, ricco di passione e affetto che non dimentica mai il nucleo vero e proprio della creatura di Doyle: l’elogio alla razionalità e al metodo scientifico. Strumenti che possono scongiurare la paura umana della sospensione e dell’incertezza; un sentimento che spinge sempre a darsi risposte con metodo, logica e pazienza.
Doyle, con tutte le sue contraddizioni, ci ha regalato un personaggio che non si limita a risolvere enigmi: ci insegna un atteggiamento. Ci ricorda che il mistero è bellissimo, ma che non va riempito a nostro piacimento. Che le storie sono meravigliose, ma non devono sostituire i fatti. Che la curiosità è un motore, e il dubbio è il volante – Massimo Polidoro
Un ringraziamento speciale a Feltrinelli



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