Desolation Jones – Il figlio perduto di Warren Ellis

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Desolation Jones di Warren Ellis è sia una graphic novel a carattere ucronico, sia un noir dalle tinte fantascientifiche. Questa del 2026 è una riedizione a cura di saldaPress per l’Italia e Image Comics per gli USA (con il titolo “The Biohazard Edition”): raccoglie i numeri dall’1 a 6, ovvero l’arco principale denominato Made in England. Forse una pubblicazione futura raccoglierà anche il secondo arco narrativo dell’agente segreto Michael Jones, ma non è scolpito nella pietra.

Warren Ellis lo conosciamo tutti, sia per i suoi lavori più riusciti che per quelli più commerciali con la Marvel e la DC Comics. In entrambi i casi non siamo davanti a un autore privo di mordente, basti ricordare la favolosa epopea di Doom 2099 o il suo Constantine, Transmetropolitan e la marea di personaggi creati nella WildStorm di Jim Lee (in seguito DC Comics). Stare a elencare tutto ciò su cui ha lavorato Ellis sarebbe una perdita di tempo perché è, in pratica, uno degli autori più prolifici del fumetto americano. Se però dovessi associare il personaggio che dà il titolo all’opera, Desolation Jones, si tratta di una rivisitazione in chiave disperata di Spider Jerusalem, ovvero il protagonista di Transmetropolitan. Uomini allo sbaraglio in un costante turbinio di emozioni negative, cuori spezzati e una vita al collasso.

Desolation Jones vignetta occhi

Michael Jones è un agente dell’MI6, i servizi segreti britannici, e ha un brutto problema di alcolismo. Viene affidato alle cure di mamma governo, che lo spedisce come cavia umana in una sorta di esperimento mengeliano. Gli viene fatto di tutto, tra cui una deprivazione del sonno della durata di un anno che, in effetti, gli fa perdere qualche rotella. Anni dopo si trova a Los Angeles, con ancora gli strascichi dei vecchi esperimenti e un cervello che va dietro fin troppo spesso alle allucinazioni che lo tormentano da anni.

La città non è altro che una sorta di zona di confine, in cui vengono appunto confinati ex agenti segreti con passati scomodi e una brutta reputazione alle spalle. Dentro questa sorta di Tortuga odierna girano personaggi dalla morale degna dei peggiori serial killer, altri spezzati come Jones e una florida industria porno che sembra mandare avanti gran parte delle figure femminili dentro questo arco narrativo. Ed è proprio qui che la storia si infittisce, quando a Michael Jones viene affidato il ritrovamento dei filmini hot di niente meno che Adolf Hitler, spariti dalla collezione di un ricco cliente.

Tra varie peripezie si scoprirà che pure la morale di questo antieroe è torbida come il fondale di una palude, finendo con un mostruoso numero di morti ammazzati e il caso risolto per il rotto della cuffia. In Desolation Jones non esiste un personaggio buono e in genere, l’altra faccia della medaglia dei buoni è l’ingenuità. Anche questo lavoro di Ellis, come tutti i suoi hard-boiled a tinte noir, rientra nell’ambito del “non affezionarti a nessun personaggio” perché fortemente ispirato ai romanzi degli anni ’60, dove l’investigatore lasciava dietro di sé una scia di morte lunga chilometri.

Desolation Jones vignetta primo piano

Eppure ciò che intriga di più di questo primo arco narrativo di Jones è proprio l’ambientazione, che la fa da padrone: abituati alla narrazione che si ha di L.A., la metropoli del sexy e oliato, dei V.I.P. che passeggiano lungo le vie più glamour della città, riscontriamo invece un cinismo tipico di chi un posto lo detesta con tutte le sue forze. E questo crea una delle ambientazioni più intriganti dai lavori di Ed Braubaker e Sean Philips. Vediamo una forte componente Milleriana nel delineare una sorta di giungla urbana con i suoi predatori e le sue povere prede, dentro cui potenzialmente perdersi in saghe infinite e cicli degni di Sin City. Ed ecco il punto dolente.

Questo arco narrativo è del 2005, rimesso insieme e ristampato per la prima volta da Image nel 2024. Sicuramente vi sarà il ciclo di storie conclusivo, To Be in England, che magari verrà reso disponibile in un nuovo formato proprio come in questo caso. Però vorrei pure riflettere su qualche aspetto: non esiste continuo, non esiste finale a queste storie e Warren Ellis non naviga in buone acque. Attualmente si trova dentro una diatriba legale accusato di comportamenti problematici verso più donne e nessuno sa come potrebbe evolvere la cosa, quando verrà scaricato dalla macchina del fumetto americana e a cosa questo porterà. Ricordiamoci che Ellis è uno sceneggiatore e, quando il tuo nome diventa uno spauracchio, è proprio in quel momento che i disegnatori se la squagliano (direi pure giustamente). In quel caso, quindi, non esisterebbero pubblicazioni indipendenti che tengano. Attaccarsi a un lavoro che potrebbe non vedere mai la fine è discretamente rischioso ma, in questo caso, sento di dire che ne vale la pena.

Desolation Jones combattimento

L’illustratore di Desolation Jones è James H. Williams III, vincitore di quattro Eisner Awards nelle categorie Painter, Inker e Cover. Dunque stiamo parlando di un pezzo da novanta che chiunque abbia bazzicato anche solo per curiosità dentro una fumetteria, avrà visto in copertina per la DC e per la Marvel. Benché, a parer mio, questo non sia esattamente il suo lavoro più ispirato (per quello basti guardare le tavole che realizzò per Promethea di Alan Moore), bisogna specificare che la tecnica utilizzata è parecchio interessante e in simbiosi completa con uno dei coloristi migliori al mondo. Jose Villarubia mette in atto una tecnica di colore che passa da pagine interamente desaturate e monocromatiche a esplosioni di rosso, tenendo una grana che è difficile trovare nei lavori dell’epoca (il periodo d’oro della digitalizzazione), pur non scostandosi dall’ambito digitale.

Accompagnando questi accorgimenti a delle chine dal tratto sporco e sperimentale, possiamo vedere che Williams III sperimenta parecchio con il disegno graffiato e fa dell’asimmetria il principale punto di forza delle tavole. La regia interna, composizione e sequenzialità, riescono a essere sia asciutte sia oniriche tra un balloon e l’altro. Se dobbiamo cercare una vera differenza tra Transmetropolitan e Desolation Jones, è proprio il taglio grafico quello che salta più all’occhio. Pur non essendo un lavoro maturo come quelli firmati da questi due straordinari professionisti, però, credo che ogni amante dei fumetto hard-boiled si troverà ad amare un tipo di illustrazione simile, proprio perché differisce enormemente da tutto ciò che potrebbe trovare sul mercato. In sintesi: questo non è solo un grande esperimento di due artisti del fumetto ma qualcosa che potrebbe sia suscitare la curiosità, sia aprire la via a chi si approccia per la prima volta allo stile grafico di Williams III e Villarubia.

Desolation Jones vignetta desaturata

Ritornando a una visione complessiva di Desolation Jones, credo che la storia abbia un mucchio di potenziale e mi auguro per davvero che finalmente Ellis ci rimetta le mani per degli eventuali continui (e che non si fermi ai soliti dodici numeri, di cui in questo volume ne vediamo la metà). Non solo per l’ambientazione esplorata prima ma proprio per la natura stessa di un personaggio come Michael Jones. Trattasi di un eroe d’azione stroncato nel fisico, al limite del fine vita, con una mente scissa dal trauma e resa cinica dal mondo.

Quanti sono gli eroi del fumetto moderno che riescono a soddisfare questa condizione? Pochi, si contano sulle dita di una mano e quasi sempre tradiscono le aspettative mentre Desolation Jones non lo fa. E solo il fato sa quanto abbiamo bisogno di eroi del genere in un mondo di epicità vuota e conseguenze assenti, violenza e paura accennate ma mai portate a termine.

Consiglio la lettura di questo volume a tutti quelli che amano il pulp, le storie che traggono radici dal degrado e il noir. Lo consiglio caldamente a chi ha letto e amato l’hard-boiled degli anni ’60 e ’70. E lo straconsiglio a chi di questo genere non ha mai approcciato nulla perché, in fin dei conti, bisogna aprirsi al mondo e sperimentare.

Un ringraziamento speciale a saldaPress

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Sono un appassionato di fumetti, graphic novel, manga ed illustrazione da quando avevo circa dieci anni: i miei genitori mi comprarono un Dylan Dog nell'edicola di paese dopo esser stato dal dentista e l'anestesia, mischiata alle storie di Tiziano Sclavi, cambiarono in modo radicale qualcosa nel mio cervello. Forse fu in quel momento che capii che quello sarebbe stato il mio argomento preferito. Ho un santino di Hergé al collo e in battaglia solleverei lo stendardo di Alan Moore.

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