Ducks – Tra le sabbie bituminose con Kate Beaton

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Quando presi per la prima volta in mano Ducks, non mi aspettavo di certo una lettura così intensa. Avere a che fare con Kate Beaton, soprattutto approcciando il suo più noto memoir, è molto simile a rivivere ciò che tutti noi abbiamo visto almeno una volta nella nostra vita. Ducks trae la sua forza proprio da questo, oltre ad essere una storia dolorosamente vera e priva di fronzoli.

Kate Beaton tratta di lavoro, di molestie, racconta un mondo privo di scrupoli in cui le aziende multimilionarie sfruttano centinaia di disperati. Narra in primis cosa succede a una donna in un impiego a prevalenza maschile. E io non ero pronto, perché tutto questo l’ho visto e l’ho vissuto durante la mia spensierata gioventù… che in fin dei conti, così spensierata, non lo è per nessuno.

ducks kate beaton fabbrica

Prima di addentrarci nel volume e raccontarvi perché dovreste (o non dovreste) leggerlo, facciamo una rapida panoramica sulla scrittrice. Kate Beaton ha vinto tutti i premi più importanti nel mondo del fumetto e graphic novel. E sì, sto parlando di due Eisner. Proprio Ducks è stato inserito nell’American Library Association, venendo premiato come uno dei libri da salvaguardare per le generazioni future.

Andando nello specifico della sua carriera, ha cominciato con dei web-comic in striscia utilizzando lo spazio digitale per le vicende di tutti i giorni che caratterizzavano la sua vita da artista in erba: il tutto è stato raccolto in Step Aside, Pops: A Hark! A Vagrant Collection, dentro cui potrete trovare le sue pubblicazioni web. Come tantissimi artisti comincia a disegnare per sé stessa, poi si specializza sempre di più nello stile che la contraddistingue (di cui parleremo tra poco) e studia storia dell’arte e antropologia alla Mount Allison University, laureandosi nel 2005.

Ducks parla proprio del periodo successivo alla sua laurea. La trama che ci viene raccontata fin dall’inizio è qualcosa di molto vicino a chiunque viva in una qualsiasi provincia del mondo: Cape Breton è un’isola del Canada in cui c’è poco lavoro e, come tanti suoi parenti, conoscenti, cugini e amici, Kate deve lasciare la sua terra natia per cercare lavoro altrove. Nonostante il conseguimento di una laurea, nonostante gli sforzi fatti dalla famiglia per darle un futuro migliore e vicino a ciò che Kate ama, ovvero l’arte, è costretta a vivere un’esperienza che in tantissimi di noi hanno provato sulla loro pelle. L’unica zona che dà lavoro sono i campi petroliferi in Alberta, zona colma di siti da cui si esegue la lavorazione delle sabbie bituminose.

ducks kate beaton protagonista

Ma come funziona questa pratica? Premetto che i dati non sono certi, ma molto probabilmente la multinazionale per cui ha lavorato Kate è l’Athabasca Oil Sands, proprio grazie al fatto che i suoi siti di estrazione sono nelle zone che la stessa Beaton descrive all’interno di Ducks. Dalle sabbie bituminose, queste multinazionali estraggono una forma di petrolio grezza che viene in seguito raffinata in immense vasche di smistamento: prima gli escavatori frantumano il terreno, il materiale viene caricato su camion enormi, immense quantità di acqua calda vengono consumate per creare nella “miscela” delle bolle d’aria da cui risale il bitume mentre la sabbia resta sul fondo, il bitume poi viene trattato con dei solventi per separare i residui rimanenti e infine può diventare un petrolio sintetico molto più semplice da raffinare. Un altro modo per estrarre il bitume è con dei pozzi dentro cui sono collocati dei tubi che sparano vapore bollente in grado di sciogliere il materiale e farlo risalire in superficie.

Kate parte per cercare lavoro proprio in questo tipo di occupazione, esattamente come tantissimi nostri amici (o noi stessi), conoscenti e compaesani sono partiti per fare la “stagione” in qualche ristorante o magari all’estero per riuscire finalmente a crearsi un futuro. Ciò che la attenderà è una vita parecchio diversa da quella bucolica che aveva sperimentato nella sua cittadina d’origine. Il posto di lavoro è costellato di individui grigi, uomini e donne normali così assuefatti a un ambiente completamente maschile e machista da contagiare in parte anche il suo pensiero. Le molestie sono all’ordine del giorno e se all’inizio sembrano passare in sordina, come una banale battuta o un tentativo maldestro di corteggiamento, col passare del tempo aprono la scena a una domanda ben precisa: perché tutti gli uomini che lavorano nello stabilimento, si comportano in questa maniera?

ducks kate beaton conversazione

La domanda si fa sempre più assordante dopo degli episodi di violenza avvenuti mentre Kate non è lucida. Quelli sono i momenti emotivamente più toccanti, in grado di far immedesimare il lettore nella protagonista di Ducks, benché mantengano anch’essi uno stile non esacerbato dalla crudezza o dall’efferatezza. Perché se il cinema ci ha illuso che certe cose avvengano a rallentatore, o siano caratterizzate da pathos e una musica di tensione, dobbiamo ricordarci che la vita non va in questa maniera e il momento di realizzazione della violenza appena subita arriva col tempo. Arriva ripensandoci, uscendo dal meccanismo di difesa che il cervello ha eretto come una barriera.

Fuori dai meccanismi della vita e del lavoro, che devono andare avanti sempre come delle “pulegge“, il proprio io si scontra con gli strascichi che queste violenze portano e che sembrano aleggiare in ogni istante della giornata. Qui Kate casca all’interno della voragine della dipendenza, per poi scoprire di non esser la sola. Anzi la maggior parte degli uomini attorno a lei ha lo stesso, identico, problema. C’è chi si tira su con gli psicofarmaci, chi con la cocaina, chi utilizza l’alcol per andare avanti, chi si droga di negazione pura. Avete mai lavorato in una cucina? Prima trovi il cuoco che ti maltratta, che ti ridicolizza, che ha un fare minaccioso, e in seguito scopri la sua severa dipendenza da cocaina per reggere dodici ore di turno e mantenere quattro figli a carico. Infine cominci a empatizzare con lui, a vederlo come un individuo in difficoltà e ad avere paura di finire nella stessa maniera. Anche un carnefice può essere una vittima.

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Kate scoprirà che il primo tiranno è un sistema capace di spingere verso l’alto una multinazionale senza scrupoli, a discapito dei cittadini costretti dai ribassi dell’economia a lavorarci dentro. La stessa multinazionale che continua a mettere in giro volantini che recitano “se avete bisogno di una mano, noi siamo qui”, ma che con i tagli al personale e la sicurezza praticamente assente, crea bestie umane. L’altro gran messaggio di Ducks è che l’ambiente imbruttisce. Lo sappiamo tutti, l’abbiamo visto tutti, e io stesso l’ho sperimentato sulla mia pelle.

Stare dentro un lavoro, un quartiere, una scuola, un gruppo di amici, può portarti a essere un estraneo/a anche ai tuoi occhi per paura di soccombere alle dinamiche che ti circondano. La riflessione diventa ancor più profonda nel momento in cui la testimonianza di un’amica di Kate viene messa su un blog giornalistico, trovando solo commenti di entusiasti riguardo le opportunità di lavoro fornite dall’azienda. Parliamo di un periodo in cui nessuno si sarebbe sognato di pensare “questi sono bot di questa o quella click farm”, rendendo il tutto ancor più tragico perché in grado di condurre a un altro interrogativo: la malattia di questo ambiente è visibile solo ai nostri occhi? E infine arriva l’evento che dà il nome a questo memoriale.

ducks kate beaton stop the sands

Il titolo dell’opera, Ducks, deriva proprio da un episodio che la stessa Beaton vede con i suoi occhi: alcune anatre, dopo essere atterrate nelle vasche colme di scorie tossiche, prodotto di scarto della raffinazione delle sabbie bituminose, muoiono. Durante l’episodio è chiara la reazione sommessa e la depressione comunitaria degli addetti ai lavori. Il lettore ci può vedere diverse metafore al loro interno, con dei livelli di lettura più o meno profondi, però ciò che Kate Beaton vuole mostrare è un aspetto piuttosto chiaro della vicenda. Per questo genere di operato, quando un’azienda danneggia un territorio incontaminato, è naturale che la fauna e la flora vengano meno.

In genere, almeno gli stati che hanno legiferato a tal proposito obbligano la suddetta azienda a bonificare la zona volta per volta. Trattasi di un teatrino, una sorta di recita che avviene da entrambe le parti: la bonificazione deve avvenire in dieci anni pur sapendo che ce ne vorrebbero cento, magari anche di più, per smaltire tutti quei prodotti di scarto e rendere l’ambiente nuovamente salubre. Queste bonifiche, a tutti gli effetti, non possono avvenire per un motivo ben preciso e che ci governa da sempre: i soldi. All’azienda non interessa fare qualcosa che non produce guadagno, dunque si appellerà a tutti i cavilli e i vizi di forma che la legge permette e che i governi creeranno appositamente. Continuerà a mettere in bilancio spese i costi per delle cause legali infinite, che permetteranno al suo operato di protrarsi nel corso del tempo e, in caso di sconfitta, cavarsela con un risarcimento.

Aziende così grandi possono permettersi di perdere centinaia di milioni di dollari in questo modo e comunque sarebbe paragonabile al ricevere una multa per divieto di sosta per un qualsiasi lavoratore. Non influisce minimamente nel loro bilancio. Quanti terreni resi inagibili, paradisi tramutati in una vera e propria cloaca tossica, conoscete? Quante multinazionali del petrolio, del carbone, dell’estrazione di idrocarburi, raffinerie della plastica e così via, hanno operato nella medesima maniera? Questa è la vicenda madre di Ducks: un lavoro infame, che schiaccia in diverse maniere gli operai, uomini e donne che siano, distruggendo il bello attorno. Kate Beaton racconta tutto questo e anche di più.

ducks kate beaton volo

Lo stile di disegno di Beaton, restando dentro i confini di Ducks e non spaziando nella sua costante evoluzione di artista, è un classico ligne claire. A differenza del tratteggio pulito e minimale di Hergé (inventore di questo stile), non trae la forza dalla palette varia e
luminosa che si poteva trovare in Tin-Tin o in tantissimi altri disegnatori della scuola franco-belga, bensì esprime il suo pieno potenziale con toni monocromatici. Tavola dopo tavola, il tono espresso dalla scelta stilistica di una palette che varia dal grigio al blu, trasmette un senso di malinconia e nostalgia costante. La solitudine potrebbe avere questo tipo di colori se dovessimo fare un’associazione di ricordi.

In tanti hanno parlato di uno stile minimalista ma non sono d’accordo, perché il dettaglio c’è eccome: in ogni tavola dentro cui è rappresentata una macchina, un motore, una ruspa o un camion, il particolare di questi mezzi, l’ampiezza della griglia, il gutter tra una vignetta e l’altra, sono elementi impossibili da tralasciare. Sono dettagli di una scelta stilistica ben precisa. La carica emotiva di alcune tavole è resa al suo massimo gradiente dallo stile semplice di ritratto dei volti. Esacerbata dall’espressività, facciale e gestuale, che l’autrice riesce a inserire quando la storia lo richiede, crea un mezzo perfetto per questo tipo di narrazione. Per stile, Kate Beaton è associabile a tantissimi disegnatori (Tom Gauld, lo stesso Hergé, Kate Evans, Lynda Barry), ma se dobbiamo riconoscere un uso della palette simile, ovviamente ci salterà in mente Scott McCloud in Lo Scultore.

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Tirando le somme riguardo Ducks e l’enorme bagaglio emozionale che è in grado di scaricare sul lettore, penso che non sia una graphic novel adatta a tutti. Non dovrebbero prendere in mano questo volume i lettori che vogliono semplicemente distrarsi, quelli allergici alle tematiche sociali riguardanti la sfera femminile, chiunque non sia in grado di discernere un lavoro a fumetti dal concetto di puro intrattenimento. Se vi ritrovate tra questo genere di lettori, può darsi che Ducks non faccia per voi… per ora. Sì, perché tutti noi cambiamo e i nostri gusti evolvono nel corso del tempo, modificandosi periodo per periodo o radicalizzandosi quando siamo stanchi di sperimentare.

Ducks dovrebbe essere letto da chi è nel periodo giusto della propria vita, quello in cui sente di voler qualcosa di impegnato. O chi è stanco di pugni e calci dati da eroi in calzamaglia ma non vuole allontanarsi dal medium fumetto. Tutti noi siamo stati dentro questo genere di storia e non vi nego che farà male rivedersi negli occhi tristi di Kate, nella faccia sprezzante di una delle comparse o nella figura malinconica di uno dei tanti capi-reparto delle sabbie bituminose.

    Ipercube Articolo
    Sono un appassionato di fumetti, graphic novel, manga ed illustrazione da quando avevo circa dieci anni: i miei genitori mi comprarono un Dylan Dog nell'edicola di paese dopo esser stato dal dentista e l'anestesia, mischiata alle storie di Tiziano Sclavi, cambiarono in modo radicale qualcosa nel mio cervello. Forse fu in quel momento che capii che quello sarebbe stato il mio argomento preferito. Ho un santino di Hergé al collo e in battaglia solleverei lo stendardo di Alan Moore.

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