The Last Viking – Mio fratello è un vichingo

the last viking mio fratello è un vichingo recensione

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La Danimarca è il terreno fertile in cui scovare numerosi film con protagonista l’amatissimo Mads Mikkelsen (Un altro giro, La Terra Promessa), attore poliedrico e di gran talento che, soprattutto negli ultimi anni, sorprende per la varietà di ruoli che riesce egregiamente a interpretare. E se vi dicessi, dunque, che esiste un lungometraggio danese in cui il nostro Mads veste i panni di John Lennon e tenta di riunire i Beatles? Ci credereste? Quest’opera, scritta e diretta dal regista e sceneggiatore Anders Thomas Jensen (Le mele di Adamo, Riders of Justice), si chiama The Last Viking (Mio fratello è un vichingo in Italia).

Dopo un’ottima accoglienza all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è finalmente arrivata nelle sale italiane qualche giorno fa, il 26 marzo, distribuita da Plaion Pictures. Il regista, ex autore per il Dogma 95, non è nuovo a sceneggiature con protagonista Mikkelsen; potremmo infatti definire quest’ultimo il suo attore feticcio. Oltre ai già citati La Terra Promessa, Le mele di Adamo e Riders of Justice, nella filmografia di Jensen troviamo le commedie The Green Butchers e Men & Chicken, nonché The Salvation di Kristian Levring e Open Hearts di Susanne Bier.

In questo The Last Viking si torna alle stramberie di Le mele di Adamo: un’idea semplice e molto carina, in cui Mads Mikkelsen interpreta un personaggio ambiguo ma irresistibilmente tenero. La sua parabola dolceamara – simile al curioso Swiss Army Man di Daniel Kwan e Daniel Scheinert – offre agli spettatori una commedia nera in bilico tra uno stile sofisticato e il pulp più grezzo: un esperimento tanto buffo quanto stratificato e tutto da scoprire.

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Il film inizia con un’accattivante sequenza animata che, prendendo spunto dal mito norreno di Baldur, affronta il tema dell’emarginazione sociale e del valore che noi attribuiamo a chi ci circonda basandoci solamente su sterili pregiudizi. Le atmosfere fiabesche vengono presto interrotte dalle vicende nel mondo reale: Anker Andersen (Nikolaj Lee Kaas) è un rapinatore affetto da gravi problemi di gestione della rabbia che riesce a mettere le mani su ben 47 milioni di corone danesi, per poi farle nascondere in un bosco dove viveva da piccolo, insieme alla sorella Freja (Bodil Jørgensen) e al fratello Manfred (Mads Mikkelsen).

La madre dei tre è morta di vecchiaia, mentre il padre ha da tempo abbandonato la famiglia senza spiegazioni. Quindici anni dopo l’incredibile furto e una volta scontata la pena in carcere, Anker torna dai suoi fratelli determinato a ritrovare il denaro; solo Manfred infatti conosce l’ubicazione della preziosa valigetta contenente l’ingente somma. C’è un grosso problema però: durante la prigionia di Anker, Manfred ha sviluppato un disturbo dissociativo dell’identità e pare non ricordare più la posizione esatta del bottino.

Non è tutto: ora vuole essere chiamato “John”, John Winston Lennon, perché crede di essere il celeberrimo cantautore. La malattia, come se non bastasse, lo porta ad avere tendenze suicide – scatenate dal nome “Manfred” – o a rapire i cani delle persone che incontra. Confuso e ferito per l’abbandono di Anker, Manfred/John riusciva a gestire la sua seconda identità in assenza di conflitto, ma il ritorno del fratello lo ha fatto entrare in forte crisi. Ciò crea non pochi problemi, dal momento che i 47 milioni di corone vanno recuperati anche per saldare dei debiti con un altro criminale instabile e pericoloso di nome Flemming (Nicolas Bro), che è sulle tracce della famiglia Andersen.

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A seguito dell’ennesimo tentato suicidio dell’aspirante John Lennon, Anker si rivolge allo psichiatra Lothar Nielsen (Lars Brygmann) per trovare aiuto. Quest’ultimo suggerisce un piano così bizzarro che potrebbe effettivamente curare il disturbo dissociativo, ovvero riunire i Beatles per immergere Manfred/John nella sua realtà. Dopo alcune ricerche, Lothar trova due pazienti psichiatrici, perfetti per lo scopo: Anton Wulf Espersen (Peter Düring) crede di essere Ringo Starr, mentre Hamdan Falk (Kardo Razzazi) veste i panni di Paul McCartney e George Harrison allo stesso tempo (oltre ad avere una manciata di altri alter ego paradossali e divertenti che si alternano a loro volta).

Orchestrare questo esperimento sui generis potrebbe far tornare Manfred in sé e giovare sia alle ricerche dello psichiatra, sia al recupero della refurtiva. Purtroppo tra i due protagonisti – rimasti separati troppo a lungo – regna l’incomunicabilità; è il ritorno alla vecchia casa dei genitori a far riaffiorare in entrambi i brutti ricordi della loro famiglia profondamente disfunzionale che era meglio lasciare sepolti. In questi frangenti, che includono tristi flashback, si concentrano i momenti più drammatici del film: la sceneggiatura firmata dal regista alterna agilmente comicità e tensione, mostrando gli ostacoli che tutti i personaggi devono affrontare per ultimare il ritorno dei Beatles.

Questa rimpatriata di gente folle e imprevedibile dà il via libera a punti di svolta inaspettati, ben inseriti nel contesto generale, spesso in bilico tra grottesco e tragico. Anders Thomas Jensen dimostra una classe nella scrittura e nella direzione degli attori che molte opere di autori ben più blasonati si sognano. La sua formazione come sceneggiatore si palesa nella grande capacità di rendere gli avvenimenti perfettamente credibili nonostante una storia assolutamente e volutamente sopra le righe.

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Hamdan Falk: tutto fuorché un membro dei Beatles.

Tra le tante letture possibili, The Last Viking è – prevedibilmente – un lungometraggio sul concetto di fratellanza che porta spesso a chiedersi chi sia il vero pazzo tra Manfred e Anker. A questo proposito, è interessante vedere il racconto scivolare nel pulp, dopo essere partito come una commedia dell’assurdo. Il trasformismo continuo di script e personaggi è l’aspetto più pregevole della pellicola. Il tutto culmina in un epilogo ritmato, emotivamente coinvolgente e costellato di sorprese non scontate, specialmente per il background di Manfred che, per quanto la gente intorno a lui possa crederlo, stupido non è mai stato.

Lo strambo “John Lennon” portato in scena da Mads Mikkelsen è un uomo bonariamente infantile che, suo malgrado, presta involontariamente il fianco alle prese in giro altrui. Uno scambio di battute fondamentale per carpirne l’essenza avviene durante uno dei flashback che mostrano l’infanzia dei fratelli Andersen: “I vichinghi non esistono” – dice Anker; “Ma io esisto” – risponde Manfred. L’importante, dunque, è essere accettati per ciò che si è. È sciocco utilizzare etichette uniche e immutabili per vivere il rapporto con il prossimo.

“Volevo raccontare una storia sull’identità e su quanto siamo più di un’unica definizione” – ha dichiarato il regista – “Siamo il risultato di come ci vedono gli altri, ma anche di chi vorremmo essere. Se accettiamo di contenere molte versioni di noi stessi, forse diventiamo più indulgenti, più liberi. E anche più capaci di amare“. Viene dunque incoraggiata una visione più olistica del mondo che tenda al perdono anziché al giudizio. L’idea per il film nasce, invece, dalla riflessione di Jensen su come la società ha cambiato le sue prospettive: in passato, infatti, le persone concentravano la loro attenzione sul mondo che li circondava; oggi, invece, la priorità viene data all’individualità, perdendo di vista il senso di comunità che ci contraddistingue da sempre come esseri umani.

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Freja e Flemming (a destra).

A proposito di umanità, una delle domande che sorge durante la visione è proprio: l’identità è la nostra memoria storica o ciò che ci raccontiamo?Se vado in giro sostenendo di essere Napoleone” – teorizza Lothar – “l’ambiente circostante mi prenderà per uno stupido e ciò avrà un impatto negativo sulla mia immagine. Ma se inizio a vivere in una copia di Versailles e assumo duecento servitori, se mi danno un esercito, dei cavalli e mi insegnano il francese, dire di essere Napoleone non sarà poi così strano e la mia immagine rimarrà intatta“. In poche parole, nell’economia del lungometraggio, se l’ambiente circostante accetta che Manfred sia John Lennon, tutto può rimanere in equilibrio. Ognuno ha il diritto di vivere nella propria, unica realtà.

La pellicola restituisce esteticamente questo discorso unendo la classica fotografia fredda dei prodotti nordici – qui spesso virata verso i toni del blu – alla radiosità scanzonata del micromondo di Manfred. With a Little Help from My Friends dei Beatles diventa il leitmotiv della sua avventura: come ricorda Hideo Kojima in Death Stranding 2, nessun uomo è un’isola e non si è mai soli; c’è sempre qualcuno di cui fidarsi.

Così come “il tocco di Lubitsch” impreziosiva il cinema della Hollywood classica con un’indefinibile impronta, un sigillo di grazia e unicità, simbolo di opere sottratte al tempo in uno stato di perfetta vivezza, il tocco di Anders Thomas Jensen infonde nelle sue sceneggiature un pizzico di pathos che serpeggia silenzioso e che ci avvolge insieme alla bizzarra fragilità dei suoi personaggi.

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Mads Mikkelsen, attore estremamente dotato ed espressivo, abbraccia con facilità tale strada e riesce egregiamente a recitare come se fosse un bambino innocente, timido e paranoico nel corpo di un adulto. Alternando spensieratezza a momenti di inquietudine e delirio, delinea un protagonista singolare, con mille risorse e di cui è impossibile non innamorarsi. Lo stesso non si può dire, purtroppo, di Nikolaj Lee Kaas (Riders of Justice, Frankenstein): un buon interprete che, però, il più delle volte ho trovato monoespressivo.

Tirando le somme, The Last Viking ribadisce la lezione più importante in assoluto per il cinema di ieri e oggi, ovvero che “per fare un grande film servono tre cose: la sceneggiatura, la sceneggiatura e la sceneggiatura“. Una massima attribuita all’immortale Alfred Hitchcock e rielaborata a partire da svariate interviste, tra cui le conversazioni contenute nel libro Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut.

In questo specifico caso, un’ottima sceneggiatura può indubbiamente sorreggere una regia discreta e, nell’insieme, offrire alle sale una commedia che non solo funziona perfettamente, ma che si distingue abilmente nel mare di uscite dell’ultimo paio d’anni.

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Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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