Good Luck, Have Fun, Don’t Die – La fantascienza passatista di Verbinski

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È strana la collocazione di un progetto come Good Luck, Have Fun, Don’t Die in uno spazio come quello della 76ª edizione del Festival del cinema di Berlino. In linea con gli eventi speciali delle altre grandi manifestazioni europee sulla settima arte, anche la Berlinale sembra aver aperto le porte al mainstream, nonostante questo sia relegato a pochissimi eventi rispetto agli altri festival per mantenere comunque l’integrità arthouse che l’ha sempre caratterizzata. In questo caso, si tratta comunque del ritorno di un autore molto atteso, che mancava al cinema da quasi dieci anni, e che ha sempre navigato a metà tra blockbuster hollywoodiani e autorialità pura: Gore Verbinski.

Dopo il flop de La cura dal benessere sono naufragati parecchi progetti che lo vedevano coinvolto, a partire dallo spin-off su Gambit degli X-Men, passando per i film d’animazione Cattywumpus e Sandkings (quest’ultimo tratto da un’opera di George R.R. Martin), fino a quando non gli è stato proposto proprio questo film. Scritto da Matthew Robinson (Love & Monsters), originariamente con il titolo Don’t Trust Anyone Under 30, era stato concepito come pilot per una serie televisiva mai realizzata e trasformato poi in questo lungometraggio dal budget contenuto (per una produzione americana di fantascienza) di 20 milioni di dollari.

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Sam Rockwell interpreta un viaggiatore del tempo, che una notte arriva in un diner di Los Angeles barricandone le porte e chiedendo aiuto a tutti i presenti per salvare il mondo. I clienti sono ovviamente spaventati e credono che sia più il delirio di un pazzo o una rapina, essendo poi l’uomo vestito apparentemente come un clochard. È la 117ª volta che torna in quel luogo e in quel tempo, perché crede che sia proprio lì, con quelle persone, che si possa formare la squadra giusta per salvare il futuro dall’apocalisse che lui ha vissuto. Un’apocalisse causata da un’IA che verrà messa online proprio durante quella notte, in quella città, e che lui insieme al suo gruppo di volenterosi dovrà fermare. Dopo varie colluttazioni e minacce alcuni si convincono ad andare, tra cui la giovane Ingrid (Haley Lu Richardson), che inizialmente l’uomo sembrava proprio non voler tenere in considerazione, ma della quale si convince grazie a quello che sembra un segnale inequivocabile del destino.

Il film si snoda quindi tramite uno dei più classici intrecci, in cui la sgangherata squadra deve affrontare minacce crescenti sempre diverse fino all’arrivo nel luogo designato, passando per scontri con la polizia o con criminali locali, fino alle minacce più “tech” mandate dall’IA per difendersi dai potenziali assalitori. Una struttura molto “videogiocosa” confermata non solo dal titolo (una frase tipica dei videogiochi online, inserita anche diegeticamente), ma anche dall’elemento del loop temporale, una sorta di respawn per il protagonista che può riprovare la sua missione più e più volte.

Il tutto viene sempre stemperato dal tono da commedia che pervade l’intero progetto, e che si ispira prepotentemente a quello usato nella “trilogia del cornetto” di Edgar Wright. Verbinski si conferma un ottimo tecnico, con delle idee visive spesso originali e sicuramente, in questo caso, sopra le righe, soprattutto nelle abominazioni create dall’IA che sembrano davvero fuoriuscite da un LLM che rielabora stimoli preesistenti. Dati questi elementi, è comunque da segnalare una CGI di buon livello, soprattutto considerando il budget risicato per una produzione del genere, che essendo volutamente digitale e artificiale riesce a non stonare mai col mood del film e creare un effetto uncanny molto apprezzabile.

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Il problema principale del film però è il suo totale e insostenibile passatismo. Se per la forma abbiamo già constatato l’ispirazione ai classici scanzonati degli anni ’80 (anche Love & Monsters, dello stesso sceneggiatore, andava in questa direzione), è il contenuto a risultare davvero respingente per chiunque non appartenga a quella generazione che pensa che i “giochi elettronici” e i “telefonini” abbiano rovinato il mondo. Lungi da me fare un’apologia dello smartphone e delle dinamiche social, anzi, sarei il primo a voler vedere rappresentata una critica di questi elementi ormai cardine della nostra contemporaneità in modo interessante e pregnante, ma in Good Luck, Have Fun, Don’t Die tutto quello che compare a schermo sembra solamente una grandissima fantasia per boomer.

Da orde di persone-zombie con la faccia incollata allo schermo dello smartphone, fino alla ragazza con una fantomatica “allergia alla tecnologia” che si rivela l’unica salvezza dell’umanità, qualsiasi cosa abbia quantomeno a che fare con la tecnologia digitale viene completamente demonizzata. Non a caso il viaggiatore del tempo utilizza praticamente quasi solo congegni analogici. Il massimo della follia viene raggiunta quando un personaggio pronuncia la frase più emblematica dell’intero film: “Fuck you, future!

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Se possiamo anche essere d’accordo che il futuro nelle attuali condizioni in cui versa il mondo non sia dei più rosei, non è sicuramente con il rifugio nel passato che si riuscirà a cambiare effettivamente le cose. L’idea che l’unico modo in cui l’umanità possa salvarsi sia attraverso l’abbandono totale della tecnologia digitale non è solo un’idiozia, ma anche un messaggio pericoloso dal punto di vista etico. Prendendo ad esempio proprio l’IA, tanto demonizzata nel film quanto sulla cresta dell’onda nel nostro mondo, sembra quasi ovvio, soprattutto a causa di tutte le controversie generate per quanto riguarda il copyright, schierarsi dalla parte dell’opera. Ma una volta che il genio è fuori dalla bottiglia, non c’è modo di eliminarlo totalmente.

Così è stato internet e qualsiasi altra scoperta tecnologica. Non si può più cancellare ormai, e proprio per questo bisogna fare in modo che questi strumenti vengano utilizzati per il bene dell’umanità e non per il male. Aborrendo totalmente determinati strumenti, non si fa che lasciarli nelle mani dei potenti che già ora, in questo momento, li sfruttano solamente per i propri scopi. La regolamentazione di determinati strumenti è l’unico modo in cui si potrebbe riuscire a convivere con la tecnica, a sfruttarla per il bene comune invece di lasciare che ci divori insieme ai suoi padroni, che siano l’Elon Musk o il Sam Altman di turno.

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In questo senso il film si dimostra non solo passatista negli intenti, ma anche terribilmente arretrato in tutto ciò che mostra, che alla fine non si rivela altro che una versione scialba e derivativa di Terminator, nella quale si possono davvero unire tutti i puntini del film di Cameron: Skynet, John Connor, la dinamica Kyle Reese-Sarah Connor che, anche se leggermente diversa, dà comunque lo stesso risultato… manca solo Schwarzenegger. Good Luck, Have Fun, Don’t Die sembra quasi una rielaborazione da LLM di quel cult, e se fosse stato effettivamente questo il punto del film poteva anche essere un’idea interessante, vista anche la vena ironica e dissacrante, ma purtroppo tutto ciò è solo involontariamente banale.

Dispiace veder legato il nome di un regista tanto amato a un progetto come questo, soprattutto quando si tratta di un ritorno dopo quasi dieci anni di attesa, ma purtroppo è difficile far brillare un film su commissione così tanto ancorato a stilemi vetusti e banali. Anche la follia del finale, che vorrebbe ribaltare completamente le aspettative tramite l’idea di una sorta di Matrix inevitabile, un simulacro eterno in cui è intrappolata l’umanità, viene distrutto dal messaggio che porta con sé, che vede nel ritorno al passato l’unica vera rivoluzione possibile.

La celebrazione della vita offline qui è una totale demonizzazione dell’online, che viene vista non come tentatrice dell’individuo a causa della bruttezza del mondo reale – come poteva essere anche per Ready Player One – ma proprio insita nella natura di quella tecnologia, costruita unicamente per annichilire l’uomo. Qui chi si lascia abbindolare dalla facilità dello schermo è un idiota, chi si rifugia nel passato un eroe (mai un escapista) e chi cerca di mediare uno stronzo. Ci sono solamente categorie definite, caratteristiche di una scrittura compiaciuta e giudicante che non vuole tanto cercare di far riflettere, quanto sparare a zero su qualsiasi nuova generazione. L’equivalente filmico di quel cinquantenne che pensa che la musica si sia fermata ai Pink Floyd, che ora faccia tutto schifo, ma l’ultimo disco che ha comprato è dell’84.

Lorexio Articoli
Professare l'eclettismo in un mondo così selettivo risulta particolarmente difficile, ma tentar non nuoce. Qualsiasi medium "nerd" è passato tra le sue mani, e pur avendo delle preferenze, cerca di analizzare tutto quello che gli capita attorno. Non è detto che sia sempre così accurato però.

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