
A sette anni da quello che fu un buon successo commerciale (più di 50 milioni di dollari incassati a fronte di un budget di 6 milioni) e accantonata la saga di Scream, il duo Radio Silence formato da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett torna a mettere le mani su Finché morte non ci separi.
Il sequel riprende esattamente da dove si era concluso il primo capitolo, con Grace (Samara Weaving) che non solo dovrà fare i conti con la giustizia, ma si renderà conto che questo è sicuramente meglio di avere a che fare, ancora una volta, con i seguaci di Mr. Le Bail. Ebbene sì, perché la famiglia Le Domas non era l’unica, e adesso ce ne sono ben quattro che reclamano e si contendono il Posto D’Onore nel Consiglio che controlla il mondo.
Finché morte non ci separi 2 è a tutti gli effetti un sequel “more of the same” in perfetto stile anni ’80/’90: una co-protagonista, più cattivi, un’ambientazione più estesa e una posta in gioco molto più alta, ma fortunatamente oltre a questo c’è qualche spunto interessante di cui vale la pena parlare.
Al fianco di Grace troviamo la sorella Faith (Kathryn Newton), coinvolta fortuitamente in questo sanguinoso gioco e con la quale la protagonista dovrà risolvere più di qualche disguido famigliare rimasto in sospeso. Le due attrici senza dubbio funzionano e, nonostante le dinamiche e gli scambi di battute siano parzialmente infarciti da una vena sboccata e comedy, per il resto costituiscono l’unico vero appiglio emotivo della storia, a dimostrazione che l’alchimia tra le due riesce ad essere credibile anche nei momenti distensivi.
Dall’altra parte della barricata troviamo invece la quattro famiglie che, ovviamente, nel loro immenso resort (non più la tenuta di famiglia) dovranno uccidere le due ragazze. Le famiglie sono costituite da vari personaggi tra cui spiccano principalmente Sarah Michelle Gellar e Shawn Hatosy nel ruolo dei fratelli Ursula e Titus, seguiti da Nestor Carbonell, Olivia Cheng e altri ancora. Inutile dire che questi personaggi non godano di chissà quale approfondimento, ma con poche linee di dialogo, bizzarre interazioni e uno stile che richiama a tutti gli effetti quello di un fumetto (anche per ambientazioni e dinamiche), riescono ad avere quel minimo di sostanza più che sufficiente per la tipologia di pellicola.
Al centro di tutto, nel ruolo di quello che a tutti gli effetti potrebbe essere definito “L’avvocato del Diavolo”, troviamo Elijah Wood: l’Avvocato (non viene rivelato il suo nome) è l’arbitro imparziale di questo nuovo gioco, e con l’aria sorniona e divertita che lo contraddistingue, il vecchio Frodo si rivela oltretutto un’ottima scelta di cast. Al di là del ricordare le regole ai giocatori, l’Avvocato fornisce alle due protagoniste (e a noi spettatori) nuove informazioni sulle famiglie, la loro storia e il loro scopo nel mondo, andando a tutti gli effetti a delineare l’universo narrativo in cui si muovono i protagonisti.
Un po’ come successo per il secondo capitolo di John Wick (con cui c’è attinenza anche per lo stile da graphic novel) in questo sequel si ha un vero e proprio worldbuilding, un’espansione di tutto ciò che nel primo capitolo era solamente accennato e lontanamente percepito, che non solo permette di soprassedere sulla sensazione di “già visto” di cui potrebbe risentire il film, ma potrà essere ancor più ampliato se il pubblico dovesse richiederlo.
Come per il suo predecessore, anche qui si ha una critica sociale (neanche troppo velata) evidenziando come siano i ricchi e i potenti a governare e a decidere a tutti gli effetti le sorti del pianeta, con il male in persona che mette nelle loro mani il controllo totale. Un male che sceglie tali soggetti sulla base di giochi sanguinari… ovviamente in cambio delle loro anime. Insomma, una visione del mondo cinica e spietata, rappresentata al meglio nelle prime battute dal cameo di nientemeno che un tenebroso e malconcio David Cronenberg, che con una chiamata riesce immediatamente a porre fine a un conflitto.
Nonostante i pregi è anche doveroso segnalare come alcuni risvolti finali, man mano che la narrazione fornisce nuovi elementi, possano risultare prevedibili, a dimostrazione di una scrittura tutt’altro che perfetta, ma che certamente non aveva chissà quali pretese di grandiosità. Ciò che non manca per fortuna è la giusta dose di violenza, inseguimenti, armi e morti “creative” (coadiuvate da un’altrettanto soddisfacente dose di splatter), che senz’altro non deluderanno gli estimatori del primo capitolo, del genere di riferimento e di questa coppia di registi.
Infatti, come per i loro Scream o per Abigail, questi elementi da commedia horror grottesca (nonostante delle sceneggiature non esattamente sopraffine) sono ormai padroneggiati con buona mano, come anche la regia che tutto sommato risulta moderna, dai tratti quasi videoludici, ma mai caotica e con una fotografia satura e densa ma non patinata.
Con Finché morte non ci separi 2, i Radio Silence riescono non solo a rinvigorire ciò che avevano fatto sette anni fa, con un sequel intelligente, divertente e assolutamente scorrevole, ma probabilmente anche a introdurre nel mondo del cinema quella che potrebbe essere definita una nuova “Sposa”. Senza scomodare La sposa in nero o La sposa di Frankenstein, nel suo piccolo la Grace magnificamente interpretata da Samara Weaving, col suo carico di rabbia, frustrazione e disperazione (e continuando a chiedere una sigaretta in stile Jena Plissken) potrebbe essere un’erede moderna della Beatrix Kiddo di tarantiniana memoria.
Significativo e quasi iconico il momento in cui, per necessità e non per diletto, Grace reindossa l’abito da sposa sporco di sangue del primo capitolo con converse gialle, come se fosse un costume da supereroe. Solo il tempo potrà stabilire se questa azzardata previsione sarà andata a buon fine, ma nel frattempo ci spero, e spero di non dover aspettare altri sette anni per un nuovo capitolo.
Un ringraziamento speciale a The Walt Disney Company Italia







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