Hideo Kojima – Il gene del talento e i miei adorabili meme

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Hideo Kojima è una figura così poliedrica e influente – soprattutto al giorno d’oggi – che potrei scrivere articoli su decine di argomenti che lo riguardano. Oggi, per i nostri lettori appassionati di libri, ho il piacere di parlare de Il gene del talento e i miei adorabili meme, raccolta di saggi e ricordi di Kojima in persona, scritta di suo pugno per rendere partecipi curiosi e appassionati del suo rapporto con la cultura pop. Un volume interamente basato sul concetto di “meme” teorizzato dal biologo evolutivo Richard Dawkins e alla base di Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty, ovvero idee, valori e temi ricorrenti all’interno di opere letterarie, musicali o artistiche in generale. Elementi che formano, mattone dopo mattone, la cultura di una persona e che possono essere condivisi con il prossimo per creare connessioni significative e tramandare la conoscenza.

Davide Campari, il traduttore del libro, ne sintetizza efficacemente il nocciolo: “Così come i geni contengono in sé le caratteristiche psicofisiche di un individuo, allo stesso modo i meme ereditati da ciò che abbiamo amato vanno a creare il DNA della nostra mente e della nostra anima. Kojima, in quanto egli stesso creatore, ci racconta con la sua consueta arguzia come gli insegnamenti che traiamo dalle opere che hanno lasciato un’impronta dentro di noi possano aiutarci a sentirci migliori, più vicini gli uni agli altri, e anche più umani. Quasi come se i meme fossero il patrimonio genetico dell’umanità nel suo insieme”.

Prima di addentrarsi nei pensieri del buon Hideo, è bene fare una piccola precisazione: questa curata da J-POP è una nuova edizione, identica nei contenuti a quella precedente targata 451 (ora fuori stampa). A cambiare sono principalmente il formato, la veste grafica – che regala al tomo un’accattivante sovraccoperta – e la grammatura della carta. Per quanto riguarda i sopracitati contenuti, entrambi i volumi offrono una versione rivista de I meme che amo – Ciò di cui abbiamo bisogno ora sono storie che diano energia agli esseri umani, opera pubblicata da Media Factory nel febbraio del 2013. Per questo Il gene del talento e i miei adorabili meme, la prefazione e i capitoli 3 e 4 sono stati omessi, e sono stati invece aggiunti una nuova introduzione, una nuova conclusione e un dialogo-intervista con il cantautore Gen Hoshino. Tanta carne al fuoco – proveniente dalle due riviste di settore Da Vinci e Papyrus – da sviscerare attraverso flussi di coscienza sui generis.

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Il finale di Metal Gear Solid 2, in cui sentiamo il famoso monologo “Life isn’t just about passing on your genes”.

Per parlare di questo libro, è interessante partire dalla sua introduzione in cui, guarda caso, Kojima parla proprio del suo amore per i libri e per la lettura. Vagare per le librerie del suo quartiere, quando non è invischiato in qualche progetto segreto, è il suo hobby preferito; un rituale che è anche un suo tratto distintivo e che gli permette di lenire la solitudine che lo attanaglia sin dall’infanzia. La morte del padre, Kingo, ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella vita del game director nipponico e il ricercare dei modelli da seguire negli scrittori e nei personaggi dei suoi libri preferiti è un’attività preziosa e irrinunciabile.

“I libri ci permettono di visitare il passato e il futuro, altrimenti inaccessibili, di esplorare mondi lontani, e perfino di diventare individui di un’etnia e un genere diversi. Anche se leggere è un’attività solitaria, possiamo comunque condividere la storia che si dispiega di fronte a noi con tantissime persone che neppure conosciamo. Siamo isolati, eppure uniti. È stata proprio questa sensazione a tenermi a galla fin da quando ero bambino” – confessa Hideo Kojima, costatando come ogni libro, divorato, sfogliato o persino ignorato, sia stato utile per arricchire la sua persona. Espandere il proprio bagaglio di esperienze con incontri pregni di significato è un’abitudine che non dovremmo mai perdere, consci del fatto che non tutto può far centro nel nostro cuore. Idealmente, solo nel 10% delle opere che assorbiamo possiamo trovare degli autentici capolavori e l’obiettivo nel nostro Hideo è proprio dar vita a creazioni che rientrino in questa piccola percentuale.

Ecco un altro aspetto utile della lettura: affinare i propri gusti e sviluppare un sistema di valori unico, lasciandosi guidare anche da quello stimolo che porta a incuriosirsi di volumi fuori dalla propria zona di comfort. Oggi come in passato, le librerie restano il luogo dove si concentrano le informazioni più recenti sul nostro mondo. Un giro fra gli scaffali aiuta a farsi un’idea generale di ciò che è popolare a livello globale. Le librerie sono lo specchio della società. “Chi afferma di poter ottenere lo stesso tipo di informazioni online mente, perché lì esistono necessariamente dei filtri e si finisce per vedere solo ciò che già si apprezza” – sottolinea Kojima, ben conscio della dura legge degli algoritmi – “In una libreria, invece, anche argomenti verso cui non si ha il minimo interesse entreranno comunque nel vostro campo visivo, creando un microcosmo particolare che su Internet semplicemente non esiste“. Le influenze presenti in perle videoludiche innovative come la Metal Gear Saga o Death Stranding provengono proprio da pagine e pagine di letteratura e non è un caso.

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Hideo alla Cinémathèque française, a gennaio di quest’anno.

Alla luce di ciò, si può dire che scegliere cosa leggere – attraverso una selezione cosciente e virtuosa – ha un impatto decisivo sulle nostre esistenze; è un gesto che ci fornisce la saggezza, la sensibilità e le conoscenze necessarie ad affrontare la realtà. Il gene del talento opera la sua selezione, mettendo in mostra il sostrato che ha formato Hideo Kojima come persona e che, di conseguenza, ha impreziosito le sue creazioni. Condividere la cultura è il sale della vita, insomma, ma cosa accade quando ci si scontra con i fan più accaniti? L’autore parla anche di questo, tirando in ballo la cosiddetta “psicologia del fan“. In parole semplici, si tratta di quel desiderio smodato di consumare senza sosta nuove storie con protagonisti i propri beniamini – Sam Porter Bridges per Death Stranding o Solid Snake per Metal Gear Solid per citarne un paio – un desiderio che, però, non sempre può essere esaudito.

La famosa affermazione di Kojima “Questo sarà l’ultimo Metal Gear a cui lavoro” che ha accompagnato ogni capitolo della serie fino a The Phantom Pain, trova il suo senso se la leghiamo a questo comportamento degli appassionati: ogni autore spera di concludere le proprie opere nella maniera che preferisce, quindi perché mai continuare a lavorarci incessantemente? Perché, purtroppo o per fortuna, un racconto non finisce se il sopracitato desiderio dei fan non smette di ardere. E chi è Hideo Kojima per voltare le spalle ai propri ammiratori? La fame di storie, per molto tempo, ha intrappolato lui e il suo fandom.

Esplorare i ricordi del papà di Metal Gear attraverso queste riflessioni raffinate pone il lettore al cospetto di una lunga antologia di prodotti artistici da scoprire o riscoprire e che possono stimolare ogni tipo di pubblico. Io, per esempio, mi sono divertito a evidenziare i nomi di romanzi e autori mai sentiti o mai arrivati in Italia così da poterli recuperare in futuro (per mio diletto o in occasione di studi e ricerche accademiche). In questo, Il gene del talento si dimostra approcciabile da chiunque, nonostante la sua densità di argomenti. Allo stesso tempo, tuttavia, è un peccato che risulti poco accessibile nella scrittura di certi passaggi.

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Il cameo di Kojima in Metal Gear Solid V: Ground Zeroes.

Non so quanti processi di revisione abbia subito questa collezione di saggi, ma senza dubbio i flussi di coscienza di Kojima possono essere leggermente ostici da decifrare. Anche nelle interviste si lascia spesso andare a lunghi cappelli introduttivi, dietrologie, incisi e discorsi difficili da seguire per chi vuole entrare nella sua mente creativa e, a volte, dà fastidio ritrovare tali arzigogoli in forma scritta. Questo problema nella sintassi si acuisce soprattutto quando vengono trattati prodotti mai usciti dal Giappone e che quindi risultano sconosciuti ai più. Non tutto funziona a dovere, dunque; specialmente se parliamo di alcuni passaggi che sembrano banali riempitivi, atti a svelare ai fan delle curiosità che oscillano tra l’interessante e il dimenticabile. Chi conosce bene il game director, riconoscerà poi alcune opere da lui citate come Ascensore per il patibolo, presente da anni tra i suoi film preferiti in assoluto.

Alla convoluta sintassi kojimiana segue un difetto simile che può essere più o meno grave a seconda dei vostri gusti letterari e del vostro livello di curiosità: i saggi che discutono di romanzi, anime e manga molto di nicchia sono certamente ricchi di trasporto e dettagli, ma – ripeto – respingenti e fiacchi per il pubblico occidentale che, per forza di cose, non può conoscere a menadito ogni opera della cultura pop del Sol Levante. Volendo fare una divertente iperbole, è come se io scrivessi un libro per parlare della rilevanza sociale di Striscia la notizia o dei film di Checco Zalone, per poi destinare il volume al mercato mondiale. Non credo che a Tokyo troverei molti lettori capaci di comprendere appieno le mie analisi. Fortunatamente viene in aiuto un piccolo glossario intitolato “Chi è Chi“, utile per ricevere le coordinate adatte a orientarsi, come se ci trovassimo all’interno di un videogioco targato Kojima Productions (questa volta su carta).

Tutto può essere un meme, un’idea da tramandare ai posteri e proprio Kojima stesso ce lo dimostra attraverso i suoi racconti di vita, spesso assai intimi, dove anche il ricordo più apparentemente insignificante può scatenare un curioso effetto domino. Come ci ricorda il romanzo Il giorno della resurrezione di Sakyō Komatsu – a cui viene dedicato un saggio bello denso – è necessario utilizzare il passato come guida per evolversi e capire dove si è sbagliato per non ripetere gli stessi errori, come società, come specie, come umanità. “Personalmente, non sono né un anarchico né un libertariano: sono soltanto qualcuno che crede nel rock” – scrive Kojima – “Il rock è un modo di vivere che ripudia le regole, una forma di resistenza che impedisce al passato di trascinarci a fondo con sé, un terrore serpeggiante che distrugge il sistema creato dai nostri predecessori“.

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Nel suo libro, Kojima parla spesso del suo grande amore per la fantascienza.

A proposito di racconti intimi, la parte più bella e commovente dell’intera raccolta arriva durante la trattazione del romanzo La voce dello Hoshiyadori di Ryō Asai: assistiamo a una narrazione in prima persona della morte del già citato Kingo Kojima, già trattata da Fabio Di Felice nel libro Hideo nasconde qualcosa. La dimostrazione inaspettata che persino un evento tragico e tremendo può trasformarsi in un’occasione di riflessione, in questo caso per comprendere cosa significa davvero “passare il testimone“.

Famiglia e genitorialità sono elementi che ritornano a più riprese anche in altri saggi davvero interessanti: Kojima ne discute approfonditamente prendendo come esempi programmi televisivi che guardava da giovane come Vita da strega, La casa nella prateria e Shin-chan. Si tratta di spaccati della vita e della cultura giapponesi in cui è possibile trovare persino un articolo dove il nostro autore parla del suo “Federico Frusciante” personale; una guida alla scoperta del cinema occidentale.

L’uomo in questione è Nagaharu Yodogawa, critico e storico del cinema che, come i nostri Enrico Ghezzi e Gianni Canova, commentava i film in televisione, prima e dopo la loro messa in onda, istruendo i telespettatori. Trasmissioni come Il cinema straniero domenicale erano appuntamenti fissi e imperdibili per i giapponesi nati alla fine degli anni Sessanta; occasioni preziose per arricchire il proprio bagaglio culturale, pendendo dalle labbra dei commentatori più esperti. Esatto, commentatori e non critici, ovvero persone che non miravano a plasmare in anticipo il gusto del pubblico ma, anzi, introducevano quest’ultimo a prodotti sconosciuti per il puro piacere della scoperta. Delle figure oggi scomparse che dovrebbero tornare alla ribalta.

Nelle sue parti più dense, Il gene del talento e i miei adorabili meme spende molte parole per rispondere alla domanda “Che cos’è la creatività per Hideo Kojima?” e lo fa attraverso riflessioni più che mai attuali o persino profetiche (visto che tutti i saggi sono stati scritti tra il 2007 e il 2013). “Se si vuole essere creativi è necessario ricevere stimoli da tutto ciò che ci circonda, rimuginare su ciò che ha colpito i nostri sensi e cercare una forma così da poterne rendere partecipe il resto del mondo” – afferma il buon Hideo, osservando la realtà e esprimendo le sue considerazioni su fenomeni odierni come la mancanza di interesse per la lettura da parte delle generazioni attuali o l’assenza di profondità e di messaggi seri nelle opere artistiche.

A ben vedere e con sorpresa di nessuno, il capitalismo è il colpevole principale di questa lenta decadenza. Basti porre attenzione, per esempio, a tutti quei romanzetti young adult da booktoker o a quei brevi slice of life fatti con lo stampino e dal valore culturale rasente lo zero (Sarah J. Maas e Satoshi Yagisawa sto guardando proprio voi). Urge andare in controtendenza e tornare ad avere una considerazione molto più alta dell’arte per evitare che quest’ultima si imbastardisca divenendo un mero passatempo. Per Hideo Kojima “creare” vuol dire vivere una sfida, vuol dire fare cose mai viste – possibilmente prima di chiunque altro – ma senza scannarsi con il prossimo (paradossalmente). L’unica competizione possibile avviene con il proprio io, così da salvaguardare i rapporti umani e mantenere vive quelle connessioni che stimolano la creatività stessa, salvandoci dalla solitudine che caratterizza la società contemporanea.

Kojima è un autore sì solitario, ma ricco di immaginazione – come evidenzia il documentario Connecting Worlds – e da sempre sfrutta le storie come bussola per allungare la sua visione del mondo e migliorare la sua sensibilità. “Grazie alle esperienze maturate in passato” – ci dice – “sono certo che sarò in grado di stabilire nuove connessioni. È per questo che leggo libri, guardo film e ascolto musica. Per questo frequento musei e gallerie d’arte, e per questo incontro persone. Imparare dalla storia e creare il futuro, dopotutto, non è altro che una continua stratificazione di azioni di questo tipo“.

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Hideo Kojima ha spesso utilizzato i Lego per lavorare al design delle mappe del primo Metal Gear Solid.

Imparare dalla storia e creare il futuro” è una nozione propria della cultura orientale, un modo di pensare e raccontare la realtà molto diverso dalla maniera occidentale. In Occidente la cultura si è formata sulla filosofia greca e sul cristianesimo; da qui nasce l’idea del tempo come una linea retta che ha un inizio, una direzione chiara e una fine. In sostanza, guardando indietro, si leggono gli eventi come il risultato delle azioni di singoli individui. Per l’estremo Oriente, il taoismo e il buddismo, invece, la storia è vista come un cerchio, un insieme di grandi processi che tendono a ripresentarsi. Nel pensiero confuciano, l’identità di una persona è definita dalle relazioni che ha all’interno della società. Tutto è dunque ricondotto alla collettività, dove le cose accadono perché le condizioni maturano naturalmente.

Non devono sorprendere, quindi, certe affermazioni di un giapponese doc come Hideo Kojima che, parlando del suo amore per i Low Roar scoppiato per caso in Islanda, dice: “Cose alle quali normalmente non presteremmo attenzione possono collegarsi fra loro all’improvviso. Anche se può sembrare frutto di una mera coincidenza, ho capito che in realtà si tratta di incontri inevitabili e pianificati. Leggendo e incontrando opere e storie con un’attitudine attiva, finiamo per attrarre e creare le nostre personali connessioni”.

Sono proprio queste connessioni intime – o strand per dirla con il lessico di Death Stranding – ad aver portato all’apice del successo il nostro signor Hideo e, che ci crediate o no, leggere Il gene del talento e i miei adorabili meme è oggi uno dei pochi modi per sentirsi più “vicini” a lui. L’aura mistica da star inarrivabile è ciò che lo caratterizza di più negli ultimi tempi ed è una cosa che fa storcere il naso a me e a molti appassionati, impossibile negarlo. I fan hanno sempre il piedistallo pronto per lui, e ciò acuisce la divisione tra estimatori e detrattori che, a sua volta, obbliga la Kojima Productions a “proteggere” il suo fondatore manco fosse il Papa (la bolgia presente al Lucca Comics & Games di quest’anno è il tornasole di tutto questo discorso).

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Hideo Kojima insieme al suo Ludens, la mascotte di Kojima Productions.

Per chiare questioni di marketing, l’hype alle stelle male non fa, ma chissà se questa strategia avrà ancora vita lunga. Anche perché, ripeto, è a tutti gli effetti un’arma a doppio taglio che crea genuina confusione in noi fan: Hideo Kojima si atteggia da divinità inafferrabile, apparendo di rado a eventi super esclusivi, ma al contempo parla tanto di “connessioni vere con il suo pubblico”. Qual è il senso dietro questo doppio gioco? Forse non lo scopriremo mai, ma certamente si tratta di qualcosa che alimenta un fanatismo non indifferente che, purtroppo, ammazza il pensiero critico intorno alla sua figura. Un andazzo che andrebbe combattuto con coscienza.

Il biglietto da visita di Mr. Kojima riporta la dicitura “regista” (監督, kantoku), poche lettere che mettono in mostra la voglia incessante di rompere i canoni dell’industria videoludica, evolvendosi senza fermarsi mai. Il suo ruolo non è ingabbiato nelle mansioni di un game director: il desiderio è quello di farsi portavoce di una nuova forma di autorialità fluida e mutevole. Per capire davvero Hideo Kojima bisogna adottare un pensiero fortemente ibrido, libero da categorie preesistenti e predefinite. Abbiamo di fronte un auteur che non smetterà mai di ideare videogiochi a modo suo, un auteur che creerà finché non sarà morto e che, come il suo Ludens, punterà sempre allo spazio inesplorato.

I meme vengono trasmessi collegando le persone fra loro. Ogni persona e ogni cosa ha la sua storia da raccontare. E il sistema per collegare i vari “me” attraverso il tempo e lo spazio è l’atto di leggere, raccontare e comunicare quelle storie. Io credo nel potere delle storie e dei meme. È qualcosa che rende più ricche le persone e il mondo intero. Ecco perché voglio raccontare storie e lasciarle in eredità a tutti. Voglio raccontarne il più possibile… Storie che collegheranno gli individui fra loro, e il mondo a quest’epoca e alle successive – Hideo Kojima

Un ringraziamento speciale a J-POP

Nefasto Articoli
Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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