
Dopo la poco felice parentesi marveliana di Doctor Strange nel Multiverso della Follia, Sam Raimi si imbarca in un progetto più contenuto, in grado di ridargli maggior controllo creativo rispetto a un complesso industriale e serrato come l’MCU. Sembrava tutto pronto, quindi, per un ritorno su lidi più horror del regista de La Casa, che mancava al genere da Drag Me To Hell del 2009, ma Send Help tradisce in parte queste aspettative. Infatti di horror c’è molto poco, e mancano del tutto quegli elementi sovrannaturali con cui spesso il regista si è divertito a creare situazioni al limite tra il grottesco e il terrificante.
Ma partiamo dall’inizio: Linda (Rachel McAdams) è un’impiegata del dipartimento “strategia e pianificazione” di una nota azienda americana, nella quale lavora da più di 7 anni con la promessa da parte del CEO di una promozione a una posizione manageriale. Quando però l’amministratore delegato muore e gli succede il figlio Bradley (Dylan O’Brien), a Linda viene precluso lo scatto di carriera, perché l’intenzione del nuovo CEO è di dare quella posizione a un suo amico. Viste le sue lamentele e la sua reputazione da gran lavoratrice, Linda però riesce a convincere Bradley a portarla con sé nel viaggio a Bangkok che deve fare per acquisire una compagnia locale, anche se quest’ultimo acconsente solamente per sfruttare la sua esperienza senza il minimo riconoscimento. A causa di una tempesta, il jet privato dell’azienda precipita nell’oceano e i due malcapitati rimangono gli unici sopravvissuti su di un’isola deserta, dove per la prima volta le relazioni di potere cambiano grazie alle competenze di Linda, grande appassionata di survivalismo.
Se la trama vi sembra anche solo un minimo familiare, non vi sbagliate. Il film riprende quasi pedissequamente Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller, e fa sorridere pensare che poco più di tre anni fa l’avesse già fatto Triangle of Sadness nel suo terzo atto. In questo caso la sceneggiatura è firmata da Damian Shannon e Mark Swift, coppia che ha esordito con Freddy vs. Jason, ha collaborato a Shark Tale, e ha curato i reboot di Venerdì 13 (2009) e Baywatch (2017). Sicuramente non un grande curriculum, nel quale nonostante tutto Send Help svetta come il progetto più riuscito. Il merito però va soprattutto alla regia di Raimi, che riesce a sbizzarrirsi nell’inquadrare i due protagonisti nei modi più particolari possibili: tra crashing zoom, angolature, cambi di fuoco arditi, tutto guadagna un ritmo che altrimenti il film si sognerebbe.
A stonare è proprio la componente horror, che sembra solamente una forzatura del regista, come se avesse voluto inserire alcuni dei suoi marchi di fabbrica in un film dove però sembrano solamente posticci. C’è una scena di caccia al cinghiale dove questo si comporta praticamente come uno Xenomorfo della saga di Alien, sfociando poi in una scena splatter al limite del ridicolo. Allo stesso modo ci sono alcuni jumpscare tipici delle opere di Raimi che però non sembrano coerenti con la natura da survival thriller della pellicola, soprattutto quando arrivano delle specie di visioni con creature “zombesche” che fanno totalmente traboccare il vaso. Queste soluzioni forzatamente orrorifiche minano la costruzione della normale tensione, facendo scaricare anche delle belle sequenze a causa di payoff totalmente poco misurati per il tipo di narrazione. Questi problemi si presentano anche nella sceneggiatura, che nell’ultima sezione prima del finale diventa praticamente un ribaltamento di Revenge di Coralie Fargeat, con una situazione molto simile a quella del film francese inserita inutilmente tramite alcune soluzioni davvero poco credibili.
Non a caso le scene più interessanti sono quelle in cui la tensione viene scaricata tramite espedienti “verosimili” per la situazione, sempre sopra le righe e al limite del grottesco in pieno stile Raimi, ma sicuramente più appropriate per il film, come ad esempio la minaccia d’evirazione che Linda rivolge a Bradley. Agganciandosi a questo elemento è interessante notare come, almeno in questo “remake non dichiarato” del film della Wertmüller, la relazione tra i due protagonisti non sfoci mai in qualcosa di romantico, ma rimanga molto più vicina a una “guerra dei Roses” dove i due continuano a odiarsi e torturarsi per tutto il tempo, cercando di fregarsi a vicenda con ogni sotterfugio possibile. Questo, insieme al finale molto simile a quello del recente Blink Twice (anche se più incentrato sulla rivendicazione di classe) sono forse gli elementi più interessanti della pellicola: Raimi disegna un mondo del lavoro totalmente corrotto, in cui queste dinamiche tossiche pervadono qualsiasi persona a cui venga concesso un minimo di potere e influenza sugli altri.
Il film però ci mette fin troppo a ingranare. L’esteso prologo riesce sì a dare un’ottima idea del contesto, ma è davvero troppo lungo per un film che vorrebbe poi concentrarsi sui due protagonisti nella situazione di pericolo. Anche il resto del film, ambientato sull’isola, risulta parecchio ripetitivo e privo di situazioni narrative interessanti. Sfoltendo una ventina di minuti fino ad arrivare a un’ora e mezza circa il ritmo ne avrebbe sicuramente giovato, perché se è vero che la regia riesce a rendere molti momenti comunque vertiginosi e avvincenti, in altri casi è proprio quest’ultima a perdersi in lungaggini utili solamente all’ego del regista e ai suoi fan più acritici, pronti a godere di ogni piccolo rimando o easter egg alle opere precedenti. I due attori rimangono comunque molto bravi, specialmente la McAdams che porta in scena un personaggio inizialmente goffo e “quirky”, che scende rapidamente nella follia del potere una volta sull’isola senza però mai abbandonare quelle caratteristiche iniziali.
Send Help rimane quindi un’occasione parzialmente sprecata per Sam Raimi, che anche qui sembra costretto in dinamiche che non riesce completamente a gestire: se per Doctor Strange erano quelle produttive del Marvel Cinematic Universe, qui è la nostalgia per quei segni distintivi del suo cinema che i suoi fan vorrebbero vedere in ogni suo film. Nonostante ciò, la visione rimane sicuramente piacevole soprattutto se amate il cinema del regista, e gli spunti tematici sono comunque abbastanza interessanti da giustificare il prezzo del biglietto per un paio d’ore di intrattenimento, a patto che soprassediate sulla completa prevedibilità dell’intera pellicola e delle sue dinamiche narrative.
Un ringraziamento speciale a The Walt Disney Company Italia







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