Return to Silent Hill – Adattare, tradire e narrare l’incubo

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Voto:

Tutto ci si poteva aspettare da Konami, fuorché un ritorno sulla retta via dopo un lungo periodo di scelte sbagliate e investimenti nel gioco d’azzardo. Di ritorni si parla anche in questa recensione, dedicata a Return to Silent Hill di Christophe Gans, sequel indiretto di Silent Hill, adattamento cinematografico dell’omonimo e amatissimo videogioco creato da Keiichirō Toyama e dal Team Silent. Gans, talentuoso regista francese già autore del buon horror Il patto dei lupi (fonte di ispirazione per Bloodborne di FromSoftware), era riuscito nel 2006 a portare a termine con successo la difficile missione di tradurre per il cinema un’opera complessa e delicata, offrendo alle sale una delle migliori trasposizioni da un videogame mai fatte.

A seguito di una gestazione travagliata durata quasi dieci anni, il cineasta – grande fan della saga – ha finalmente trovato il modo di dare corpo alle sue idee per questo seguito. Il film ha ottenuto il benestare di Konami e di Motoi Okamoto, il “SILENT HILL Series Producer” (vale a dire il produttore esecutivo dietro l’intera IP). La grossa spinta dietro al progetto è probabilmente dovuta anche alla voglia di cavalcare l’onda del rinnovato successo della serie, specialmente a seguito dell’ottima ricezione del remake di Silent Hill 2, gioco che Return to Silent Hill desidera riadattare per filo e per segno.

Lasciandosi felicemente alle spalle il fallimento totale e insensato che fu Silent Hill: Revelation 3D – lungometraggio firmato da MJ Bassett (Altered Carbon) – questo ennesimo ritorno a Silent Hill rinuncia a soluzioni action e alla spettacolarizzazione eccessiva del 3D per riportare il tutto a una dimensione ultraterrena più fedele alla saga, ovvero quel limbo fatto di ossessioni, paure e sensi di colpa che incatena e non lascia scampo.

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La trama del film non riserva tante sorprese, essendo questa volta una riproposizione perlopiù pedissequa – e decisamente più asciutta – dei momenti salienti del videogioco. Non mancano, però, licenze poetiche sparse in nome della coerenza interna e della grossa operazione di sintesi attuata per rientrare in 1 ora e 45 minuti di pellicola. James Sunderland (Jeremy Irvine) è un pittore dal carattere difficile che durante un viaggio in auto, a causa di un incidente, incontra Mary Crane (un’affascinante Hannah Emily Anderson). Quest’ultima è in procinto di lasciare la sua città natale, Silent Hill, ma la comparsa di James le rovina i piani. I due hanno un colpo di fulmine, si innamorano e decidono di andare a vivere insieme nel paesino della ragazza. La loro relazione va avanti non senza problemi, per colpa di alcune stranezze nella vita di Mary e del brutto temperamento di James.

Dopo qualche anno, quest’ultimo vive lontano dalla donna che lui stesso definisce “l’amore della sua vita” e segue un percorso di terapia psichiatrica che dovrebbe aiutarlo a dimenticarla. Tutto cambia con l’arrivo di una lettera scritta da Mary che invita il protagonista a tornare a Silent Hill, “il loro posto speciale“, per rivedersi e riappacificarsi. Tuttavia c’è qualcosa che non torna: Mary dovrebbe essere morta ormai da tempo. Lo shock convince James a fare ritorno in quella misteriosa città, deciso a ritrovare l’ex fidanzata e a comprendere il significato delle sue parole criptiche.

Con grande sorpresa di James, Silent Hill è diventato un paesello abbandonato, sporco, mangiato dalla ruggine e avvolto da una nebbia onnipresente che gli conferisce un aspetto spettrale. A quanto pare una serie di disastri, tra cui degli enormi incendi che continuano a bruciare nel sottosuolo e a contaminare l’aria con la loro cenere, hanno segnato il collasso della piccola, idilliaca comunità. Eventi che strizzano l’occhio a Centralia in Pennsylvania, una vera città fantasma dalla storia inusuale che ha ispirato le ambientazioni del primo film del 2006 e che continua a fungere da base ideale per i luoghi lugubri di Return to Silent Hill.

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A fornire indizi su quanto è accaduto sono alcuni comprimari, presenti anche nel videogioco originale: Angela, Eddie Dombrowski (Pearse Egan), Laura (Evie Templeton) e Maria. Quattro figure molto diverse e confinate nell’incubo per ragioni che, purtroppo, vengono poco approfondite o stranamente rimaneggiate dalla sceneggiatura. Sceneggiatura che fa perdere nella nebbia la loro complessità del passato, togliendo spazio a evoluzioni concrete: dispiace tanto per Eddie e Laura in particolare, in quanto il primo viene facilmente messo da parte dopo una breve scena autoconclusiva, mentre la seconda agisce spesso e volentieri come semplice plot device che conduce James – con cattiverie e dispetti – nel suo viaggio interiore. Un viaggio molto, forse troppo ritmato, che passa in rassegna diversi eventi cardine del videogame senza però lasciare il tempo allo spettatore di assorbirne le tematiche più delicate (sulle quali sono state scritte pagine e pagine di saggi, qui impossibili da riassumere a dovere).

Nello specifico, la narrazione viene portata avanti attraverso flashback delle vite di James e Mary che si alternano al cammino del protagonista attraverso gli orrori di Silent Hill. Come accade in Silent Hill f, il montaggio di Sébastien Prangère (Il patto dei lupi, Silent Hill, Martyrs) costruisce un puzzle fatto di pezzi di ricordi, visioni, momenti reali e falsità, lasciando al pubblico il compito di capire cos’è realmente accaduto e perché. Proprio in tale costruzione si cela uno dei difetti più grandi del film, poiché da un lato i fan più accaniti possono prevedere con facilità il percorso della trama (essendo un riassunto del gioco), dall’altro i neofiti potrebbero avere difficoltà a ricollegare i fatti senza conoscenze pregresse.

La fedeltà a tutti i costi che Return to Silent Hill ricerca è, quindi, un’arma a doppio taglio: Silent Hill 2 è un titolo denso e cerebrale che, per forza di cose, non può essere compresso in soli 106 minuti; allo stesso tempo, però, non si può pretendere di portare nelle sale un lungometraggio che includa ogni piccolo dettaglio della vastissima lore. Realisticamente, se dovessimo inserire all’interno dello script ogni elemento riportato nel celebre Book of Lost Memories – immensa guida enciclopedica sui primi tre capitoli della saga – o nel ricco fan site Silent Hill Memories, forse non basterebbe un film-fiume da cinque ore di Lav Diaz. Christophe Gans e la sua squadra ci hanno provato, inserendo in montaggio alcune trovate mutuate da questi materiali ufficiali e fan-made, come ad esempio una scena nell’epilogo del film che mostra una delle possibili (tristi) conclusioni della parabola di James e Mary, riallacciandosi così ai finali multipli del videogioco. Naturalmente in una pellicola cinematografica il finale può essere solo uno, e sorprende vedere una chiusura inedita non presente nel canone del 2001.

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Maria, insieme ad Angela, è un’altra comprimaria che soffre di una semplificazione eccessiva.

Per evitare di essere a uso e consumo esclusivo di chi conosce già la serie videoludica, Return to Silent Hill tira nuovamente in ballo la dimensione del fanatismo religioso, assente in Silent Hill 2. Così si giustificano l’Otherworld e, in parte, gli avvenimenti paranormali della storia, collegando poi quest’ultima al precedente capitolo del 2006. Tale continuità diretta va a impattare anche sul travagliato destino di Mary, legato a doppio filo con una setta che vuole ricordare l’Ordine, organizzazione antagonista introdotta nel primo Silent Hill e la cui ultima comparsa effettiva si registra in Silent Hill: Homecoming. Una scelta azzardata che ha fatto e farà storcere il naso ai puristi, visto anche l’inserimento di un personaggio inedito – Joshua Crane – che fa da padre alla povera Mary e che ha un ruolo – non canonico – nella fondazione di Silent Hill.

Chiudendo un occhio sulle numerose libertà che la sceneggiatura si è concessa, i fan potrebbero rimanere soddisfatti e persino stupiti in positivo dagli elementi che assottigliano il confine tra film e videogioco. In particolare, la direzione consapevole e di alto livello di Gans ripropone al millimetro molte delle cutscene viste nel 2001, seguendone passo passo la regia e le inquadrature. Un lavoro encomiabile che non si limita a incollare in successione i “best of” della storia originale – come la scena dei videotape – per esibire banali easter egg, ma al contrario dimostra sia coerenza con la sceneggiatura del film precedente, sia amore e rispetto – quasi filologici – per il franchise (cose sottolineate anche dal compositore Akira Yamaoka).

L’abilità e le idee registiche si percepiscono chiaramente dietro l’utilizzo di crane, dolly, droni e, probabilmente, overhead camera rig per riprendere le camminate di James da lontano, rimpicciolendo la sua figura e dando dunque peso agli spazi ampi e deserti di Silent Hill. Si viene immersi in un micromondo contorto che perseguita il protagonista con i suoi ricordi atroci, mostrando il tracollo della sua mente in maniera ammirevole. La città in decadimento è visibilmente marcia e trascina il pubblico in luoghi solitari e atmosfere paranoiche che sono quasi la copia carbone delle controparti videoludiche; un risultato favorito anche dalle minuziose scenografie e dagli arredamenti di scena di Jovana Mihajlovic, Mina Buric e Jovana Grahovac. Dal Lakeview Hotel al Brookhaven Hospital, passando per il labirinto di Rosewater Park, è garantito che i fan si sentiranno “a casa”.

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Questa inquadratura vi ricorda qualcosa?

L’Otherworld e le transizioni da incubo a suon di sirene che catapultano protagonista e comprimari in un inferno brulicante di mostri rappresentano le componenti più accattivanti e, al contempo, più altalenanti della messa in scena. Da un lato, gli effetti visivi complessi affidati a vari studi – tra cui figura anche One of Us (Fallout, John Wick 4) – funzionano nel proporci soluzioni grottesche e stranianti che aumentano la sensazione di uncanny valley, dall’altro vi sono inserti in CGI assai grezzi che avvicinano il film a un’estetica videoludica a volte forzata che richiama sì gli anni Duemila, ma che alla fine risulta raffazzonata.

Return to Silent Hill è un lungometraggio oscuro che affida la sua componente horror al sound design disturbante e ai silenzi anziché preferire i soliti jumpscare da quattro soldi. Una scelta che giova alle atmosfere e che è impossibile sottovalutare quando si adatta per il cinema una saga del genere. Sono poi le ottime musiche dell’insostituibile Akira Yamaoka – tra cui figurano anche tracce “bonus” come Letter – from the Lost Days – e la direzione della fotografia di Pablo Rosso (Rec, La settima musa) a nobilitare tutto l’impianto scenico.

A proposito di fotografia, questa riesce ad adattarsi bene alla storia con la sua dinamicità: nelle aree più buie gioca con colori accesi e saturi, quasi fosforescenti, come il verde, l’arancione e il blu; si restituisce così quell’aspetto da horror old-school proprio di Silent Hill 2. Nello specifico, il blu ceruleo della città immersa nella nebbia mi ha ricordato l’ondata artistica del Gen X Soft Club, nata tra i Novanta e i Duemila per l’appunto. Si parla di tinte fredde, contrastate dai toni caldi della ruggine sparsa ovunque e presente nelle sequenze più movimentate o splatter.

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Credo che questo simpatico signore non abbia bisogno di presentazioni.

Insieme al lavoro di Pablo Rosso, le altre cose che ritengo inattaccabili dal punto di vista artistico sono gli effetti speciali pratici supervisionati da Adam Keenan (Prometheus) e da Patrick Tatopoulos (Batman v Superman, Zack Snyder’s Justice League) che, in continuità con l’adattamento del 2006, sono una combinazione di trucchi prostetici, danza e recitazione del corpo. Gli Armless Men ispirati alle Lying Figures, ad esempio, sono attori dentro tute integrali in lattice con, al centro del petto, una pompa che spruzza liquido nero. Le irrinunciabili infermiere, invece, sono ballerine e acrobati che si muovono quasi alla cieca, coordinati dall’eclettico coreografo italiano Roberto Campanella (La Fiera delle Illusioni, Avatar: Frontiers of Pandora).

C’è una visione creativa che sostiene il film, c’è uno studio – approvato da Konami – che dimostra l’attenzione al dettaglio di un Christophe Gans che ha voluto girare il suo film. C’è pensiero. E ciò separa nettamente Return To Silent Hill da altri prodotti affini, ma ben più mediocri, come Five Nights at Freddy’s 2 o Un film Minecraft (a mani basse, un insieme di corporate slop senza rivali). Per questo non mi spiego la furia incontrollata e cattiva del fandom.

Come è accaduto con il recente Superman di James Gunn, c’è molta soggettività in ballo nel discutere di questo adattamento e adattare non vuol sempre dire fotocopiare il materiale di partenza, pur rimanendo in una zona di comfort, familiare per gli appassionati di lunga data. Ci sono centinaia di persone che hanno spolpato Silent Hill 2, che hanno indagato quelle tematiche che il film stesso esplora: il rimorso, l’abbandono, il significato del perdono, l’accettazione del lutto, le conseguenze dell’egoismo… e oggi ci sono altrettanti nuovi spettatori che non conoscono tutto questo e che hanno bisogno di qualcosa di diverso ma solido per approcciarvisi. Dei cambiamenti – riusciti o meno – che accolgano quanto più pubblico possibile. Non possiamo rendere dei prodotti commerciali simili un regalo destinato a pochi eletti (per quanto la saga Konami sia, in effetti, cervellotica).

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Un Armless Man.

Onestamente ho apprezzato Return to Silent Hill, probabilmente perché riesco ancora ad ammirare una squadra di creativi che cerca di costruire un lungometraggio con passione. La pellicola di cui ho parlato non vuole sostituirsi al videogioco di partenza; possiamo trattarla, infatti, come una sua integrazione, come una rilettura parziale dell’eredità del franchise. Fosse uscita negli anni Duemila, tanto citati in questo articolo, sono sicuro che oggi – complice il fattore nostalgia – l’avremmo gradita di più, perdonando più facilmente i suoi svariati difetti.

Bisogna saper tarare le aspettative. Una capacità che manca sempre più in un mercato saturo che vive di contrasti accesi, polemiche, tifoserie e fan sul piede di guerra per ogni sciocchezza. In medio stat virtus, non perché serva essere democristiani (non sia mai), ma perché forse abbiamo dimenticato che un prodotto cinematografico può anche essere, appunto, nella media e non solo qualcosa da celebrare o, viceversa, cestinare senza appellarsi allo spirito critico.

In conclusione, quest’ultima fatica di Christophe Gans può dire di aver preservato il cuore di Silent Hill 2, avendo perso per strada però gran parte della sua anima. Una trasposizione così ardua, d’altronde, è un salto in un limbo da cui è difficile, se non impossibile, uscire totalmente vincitori.

Un ringraziamento speciale a Midnight Factory

Nefasto Articoli
Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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