
Dopo averci fatto aspettare quasi davvero 28 anni e aver apparentemente decanonizzato il 28 Settimane Dopo del 2007, il duo composto da Danny Boyle e Alex Garland ha ripreso in mano la saga iniziata nell’ormai lontano 2002 con quel gioiello di 28 Giorni Dopo. L’obiettivo dichiarato è quello di realizzare una nuova trilogia ambientata quasi un trentennio più tardi nella isolata e infetta Gran Bretagna, e dopo il primo convincente capitolo del 2025 (eletto Miglior Sequel nel nostro Hell of a Year) ora è il turno de Il Tempio delle Ossa, per il quale si è deciso di affidare la regia alla giovane Nia DaCosta.
Eravamo rimasti con Spike (Alfie Williams) salvato dalla gang satanista de “Le dita”, capeggiata dal folle Sir Lord Jimmy Crystal (Jack O’Connell), che lo accoglie e lo costringe a sottostare alle disdicevoli regole dei suoi compagni. Parallelamente, seguiamo ancora le vicende del solitario dottor Kelson (Ralph Fiennes) nel suo tempio delle ossa, mentre interagisce con un infetto “alfa” da lui nominato Samson (Chi Lewis-Parry). Due mondi agli antipodi che tuttavia finiranno inevitabilmente per incontrarsi.
Nonostante gli iniziali timori dovuti all’inaspettato cambio di regia (sebbene io sia tra i pochissimi a non aver disprezzato The Marvels), la scelta di Nia DaCosta si è rivelata pressoché perfetta, dal momento che è riuscita a mantenere una certa continuità narrativa, pur differenziandosi (come ovvio che sia) dal suo illustre predecessore. Non ritroviamo il dinamismo frenetico tipico di Danny Boyle, così come altre sue peculiarità, ma nulla qui fa rimpiangere la sua assenza dietro la macchina da presa; anche un paio di jumpscare piuttosto telefonati, inseriti in questo determinato contesto, riescono nell’impresa di non risultare fastidiosi. Alcune sequenze poi sono persino memorabili e la sceneggiatura di Garland contribuisce a rendere questo capitolo più violento, folle e splatter, aggiungendo inoltre una dose di azione che però non toglie assolutamente spazio a tutta la componente emotiva e introspettiva della saga. La domande che ci vengono poste sono sempre le stesse: cos’è il male? Chi rappresenta il vero pericolo?
Le risposte vengono da sé, osservando i protagonisti, mentre gli infetti vengono relegati a un mero contorno. Certo, non manca qualche sequenza di attacco da parte di questi, ma tutto passa in secondo piano, soprattutto davanti alla follia e all’efferatezza di Jimmy e i suoi seguaci, con un Jack O’Connell volutamente schizzato e sopra le righe, cresciuto con il trauma di un mondo in rovina e rimasto aggrappato al mito dei Teletubbies. A lui si contrappone l’innocenza di Spike che, contrariamente a quanto potesse far pensare il finale di 28 Anni Dopo, non è affatto il protagonista della storia bensì un osservatore in balia degli eventi, che però si rivelerà l’ago della bilancia in più di una circostanza.
Se la parte malvagia del mondo è rappresentata dalla follia umana e in particolare dall’invasamento religioso, dall’altra parte nel dottor Kelson troviamo la rappresentazione della scienza e della laicità, attraverso un montaggio alternato che farà collidere in maniera naturale le due storyline.
Interpretato da Ralph Fiennes (che risulterebbe convincente anche recitando la lista della spesa seduto su un water) questo dottore solitario, buono e intriso di un’ostinata speranza è uno dei personaggi più interessanti visti negli ultimi tempi al cinema; il suo rapporto con l’infetto “Samson” (un Chi Lewis-Parry ottimo nella sua piccola ma significativa parte) è stupendo, reso a metà tra il dolce e il grottesco attraverso immagini, inquadrature, sguardi, pochissime linee di dialogo, senza alcuna necessità di irritanti spiegoni.
Inoltre è proprio da loro che otteniamo nuove informazioni sul virus e su ciò che realmente stimola gli infetti, aprendo a scenari impensabili e inaspettati. A voler essere puntigliosi, in realtà è piuttosto improbabile che le conclusioni a cui arriva il dottor Kelson (con scarsissimi mezzi) non siano state formulate molto prima anche al di là della Manica, ma è una questione che per cifra stilistica e intenti della saga è facilmente accantonabile.
Oltre alla già citata regia e il montaggio di Jake Roberts, impossibile non menzionare una sceneggiatura arricchita da dialoghi stimolanti, mai banali, pronunciati da personaggi non solo ben scritti e tutti funzionali all’evoluzione della storia, ma anche tutti egregiamente interpretati. Infine la colonna sonora di Hildur Gudnadòttir e i brani di Radiohead, Duran Duran e Iron Maiden, perfettamente coerenti all’interno della narrazione, contribuiscono a rendere i 100 minuti già esaustivi della pellicola ancor più gradevoli.
Alla luce di questo film, il precedente assume sempre di più le sembianze di un capitolo di passaggio, un ponte tra il passato e tutto ciò che la saga ha iniziato e continuerà a dirci nel terzo capitolo. Sarà difficilissimo aspettare il film conclusivo della trilogia, dal momento che l’emozionante epilogo de Il Tempio delle Ossa (che avrà scaldato i cuori di tutti i fan della primissima ora come il sottoscritto) mette una gran voglia di vederlo immediatamente. Siamo forse di fronte al punto più alto della saga? È presto per dirlo, solo il tempo potrà rivelarcelo, ma intanto la pellicola diretta da Nia DaCosta rappresenta non solo un’ulteriore evoluzione di questo franchise, ma anche una coraggiosa e poetica evoluzione per l’intero genere zombie movie.
“Si fa così? Così si fa!”







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