
Alla veneranda età di ventisette anni, dopo aver esplorato in lungo e in largo il mondo dell’animazione tra la fine degli anni Novanta e il 2010, ritengo moralmente ed eticamente giusto, nonché obbligatorio, educare un figlio facendogli recuperare la serie di SpongeBob SquarePants almeno fino alla sesta stagione. Al diavolo tablet, YouTube Kids, influencer che giocano con lo slime, brainrot italiano o TikTok: crescere in compagnia della spugna di mare più stravagante della TV è un toccasana per adulti e bambini.
Stiamo parlando di uno dei franchise per ragazzi più longevi di sempre: nato nel 1997 e ancora oggi in forze, principalmente grazie all’affetto smisurato di fan un po’ cresciuti che non hanno dimenticato Bikini Bottom, nonostante un oggettivo calo qualitativo del cartone animato. Quest’ultimo è stato registrato attorno al 2005, poco dopo l’uscita di SpongeBob – Il film, primo lungometraggio dedicato al signor SquarePants. Il suddetto film, nella sua follia, metteva bene in mostra le potenzialità comiche e spettacolari del personaggio nel pieno del suo splendore, tant’è che molti – me compreso – la considerano l’unica pellicola di pregio dell’intero franchise.
Stephen Hillenburg, creatore della serie animata, desiderava concludere lo show proprio con il blockbuster del 2004, ma le sue volontà vennero completamente ignorate in favore del lancio della quarta stagione. Di fronte a una tale sfacciataggine, Hillenburg diede le dimissioni e lasciò la sua creazione alla deriva. Ecco da dove nasce il sopracitato calo di qualità e popolarità che ha visto – e vede tuttora – continui stravolgimenti dei personaggi principali e una seccante banalizzazione delle sceneggiature. Questo processo di flanderizzazione in SpongeBob SquarePants non è mai passato inosservato, e a poco è servito il ritorno del compianto Stephen Hillenburg tra la nona e l’undicesima stagione: dopo più di trecento episodi, il mondo animato di Bikini Bottom ha ormai perso la sua magia.
Tale decadimento ha visto pochi e altalenanti tentativi di recupero: fra questi si annoverano decine di videogiochi – il buon The Cosmic Shake del 2023 è un esempio – e spin-off per Netflix decisamente sottotono (per non dire orrendi). Malgrado ciò, la nave targata Nickelodeon non vuole affondare: dopo i discutibilissimi SpongeBob – Fuori dall’acqua e SpongeBob – Amici in fuga, dal 1° gennaio approderà nelle sale italiane SpongeBob – Un’avventura da pirati, prodotto come sempre dalla Paramount Animation, divisione interna del colosso americano che ha curato anche l’interessante Transformers One.
Questa volta a tornare tra gli autori del film, in veste di regista, è un altro gigante dell’animazione: Derek Drymon, direttore artistico, sceneggiatore e story artist di numerose opere di successo come La vita moderna di Rocko, CatDog e Camp Lazlo per la televisione e la trilogia di Kung Fu Panda e Hotel Transylvania 4 per il cinema. Il suo curriculum, per nostra fortuna, brilla anche se parliamo di SpongeBob: Drymon è stato direttore creativo e sceneggiatore della serie dal 1999 al 2004, nonché sceneggiatore del primo, glorioso film. Siamo dunque in mani sicure dopo tanto, troppo tempo.
Benché la trama sia – come sempre – molto semplice, si avverte sin da subito un ritorno a quella stramberia ricca di nonsenso che caratterizzava le prime tre stagioni del cartone animato. Per la prima volta, abbiamo un piccolo approfondimento sulle origini dell’Olandese Volante, storico comprimario/antagonista nelle avventure della spugna gialla: costui era un pirata avventuroso che, a causa di una maledizione, venne trasformato in un fantasma e costretto a vagare nelle profondità del mare (proprio come nell’opera di Richard Wagner); solo l’incontro con un’anima pura può spezzare l’incantesimo che lo incatena all’oceano.
A questo breve prologo dal sapore mitico segue il vero e proprio incipit della storia: SpongeBob è diventato un “ragazzone”, alto ben trentasei vongole, e finalmente può essere ammesso alle montagne russe per i più grandi. Insieme a Patrick raggiunge il parco divertimenti dove, però, si rende conto di essere fin troppo spaventato dalle giostre per adulti; i due decidono dunque di chiedere consiglio al buon vecchio Mr. Krab per capire come far diventare SpongeBob un uomo coraggioso. Krab ne approfitta per rivelare una parte segreta del suo passato: da giovane era un intrepido pirata al servizio dell’Olandese Volante e fu proprio quest’ultimo a riconoscere il suo valore, donandogli un attestato da spadaccino, un riconoscimento per veri temerari.
SpongeBob è ammaliato da questi racconti: ottenere lo stesso attestato è l’unico modo per maturare davvero, ne è totalmente convinto. Peccato che i requisiti per riceverlo consistano in prove di audacia, coraggio, stile, sangue freddo, ardimento e… forza intestinale. Mr. Krab ritiene la missione troppo pericolosa e vieta categoricamente all’amico e a Patrick di portare avanti idee incoscienti. Ovviamente, i due cedono alla curiosità e alla voglia di avventura e riescono a evocare l’Olandese grazie a un corno magico custodito nei meandri del Krusty Krab. Lo spettro, ritenendo SpongeBob l’anima pura di cui ha bisogno, lo rapisce insieme alla stella marina per portare entrambi nel Sottomondo, un luogo mostruoso dove rompere la maledizione. Krab è a conoscenza di questo piano malefico e, tormentato dai sensi di colpa, si lancia al salvataggio insieme a Squiddi e Gary.

Nella sua onesta semplicità, Un’avventura da pirati non cerca di reinventare la formula vincente che caratterizza SpongeBob SquarePants da decenni, bensì fa ciò che ogni film o episodio della serie dovrebbe fare: lasciarsi andare alla più totale assurdità. Una volta giunti nel Sottomondo, le vicende si arricchiscono di una sequela di gag, esilaranti siparietti slapstick e cambi di rotta bizzarri che restituiscono perfettamente l’essenza del franchise, ovvero essere – in gergo – una “kitchen sink comedy”: una commedia che non smette mai di lanciare addosso allo spettatore battute e frangenti ironici (e autoironici) con un ritmo invidiabile che lascia pochi momenti di respiro.
Il montaggio serrato di Wyatt Jones (Zodiac, Tron: Legacy, Rango) è uno dei fiori all’occhiello del progetto: un insieme di situazioni ben legate tra di loro in cui non mancano persino stilettate satiriche e metacinematografiche contro la Paramount o apprezzatissimi approfondimenti sul background di Mr. Krab e sul suo rapporto con SpongeBob. Una boccata d’aria fresca che sa di casa e che riporta la mente ai fasti dei primi anni Duemila, lasciando da parte – per nostra fortuna – inserti imbarazzanti e bambineschi che sarebbero serviti soltanto a soddisfare gli iPad kid più irriducibili.
In qualità di appassionato che ha sguazzato nella “SpongeBob-mania” sin dalle elementari, non posso che adorare questa virata old-school che conferisce al film uno charme che mancava da circa quindici anni. E lo dico pur dispiacendomi della caratterizzazione di SpongeBob stesso che oramai risulta essere troppo infantile o eccessivamente molesta, così da favorire – forse – l’immedesimazione dei più piccoli. Ciò non mina tuttavia le atmosfere gioiose che pervadono quest’avventura, nella quale ogni sfida dell’Olandese Volante viene affrontata con leggerezza.
D’altronde il franchise ha sempre prosperato seguendo il mantra secondo cui il più grande superpotere di SpongeBob altro non è che la sua incrollabile bontà. In questo lungometraggio, tale idea prende forma in un messaggio semplice che risponde alla domanda “cos’è il vero coraggio?“. Ebbene, l’audacia o l’eroismo non si dimostrano essendo alti trentasei vongole o possedendo certificati pirateschi, bensì affrontando la paura in ogni sua forma, sia essa una montagna russa da capogiro o il sospetto che il mondo esterno ci consideri incapaci o immaturi.
SpongeBob SquarePants è una spugna dolce e vulnerabile, un bambino nel corpo di un adulto, e la sceneggiatura di Pam Brady (South Park – Il film) e Matt Lieberman (Scooby!, Free Guy) non prende mai in giro il suo desiderio di mettersi alla prova, dimostrando al pubblico più giovane che il valore si misura con genuini atti di cuore. Diventare un “ragazzone” significa anche non perdere mai il proprio bambino interiore. Un concetto indubbiamente toccante ma, allo stesso tempo, riciclato chissà quante volte nel corso della serie TV e in altri altri prodotti affini; un mero espediente narrativo che cade in secondo piano per lasciare spazio all’umorismo.
Nell’unire il nonsense del passato e la scrittura più accessibile del presente, SpongeBob – Un’avventura da pirati ci regala alcuni momenti davvero pregevoli e divertenti. Tra questi, una scena paradossale all’interno di un negozio di autoricambi comparso dal nulla, già entrata di diritto tra le mie preferite di sempre. A ciò si uniscono i panorami spettrali del Sottomondo, infestati da orrende creature dai design variegati e curatissimi.

Artisticamente, infatti, siamo su ottimi livelli: lo studio di animazione Reel FX Animation, seguendo le indicazioni del regista, ha evitato un look iperrealistico e soluzioni in CGI che imitassero il disegno bidimensionale o la tridimensionalità dei videogiochi più recenti dedicati alla nostra cara spugna marina. Si è deciso, invece, di rendere personaggi e ambienti più materici, come se fossero dei giocattoli di plastica degli anni Sessanta o dei modellini inseriti in diorami di plastilina. Le movenze elastiche di SpongeBob e compari sul grande schermo rafforzano questo feeling “gommoso” che si avvicina alla claymation della Aardman senza mai, però, scopiazzarla. Impreziosiscono il tutto dei fondali dipinti a mano attraverso tecniche di matte painting, degli inserti in 2D in tecnica tradizionale e alcune, immancabili sequenze in tecnica mista. Il risultato finale è uno strambo e coloratissimo matrimonio tra l’estetica frizzante de I Mitchell contro le macchine e una parodia cartoonesca di Pirati dei Caraibi.
A coronare la versione italiana del film è il doppiaggio sempre eccellente che nulla ha da invidiare alle voci originali (tra cui figura un incredibile Mark Hamill a impersonare l’Olandese Volante). Claudio Moneta nei panni di SpongeBob e Mario Zucca in quelli di Mr. Krab sono ancora le punte di diamante del cast, nonostante siano passati oltre vent’anni dalla prima messa in onda del cartone animato. Peccato, invece, per un adattamento non sempre fedele che svuota alcune battute della loro comicità e, nei casi più gravi, fa perdere completamente i doppi sensi e i giochi di parole, linfa vitale della serie (non tanto per i bambini, quanto per gli adulti).
Pur presentando dei difetti attribuibili principalmente all’inevitabile stagnazione del franchise dopo quasi trent’anni di follie, SpongeBob – Un’avventura da pirati è il suo miglior prodotto cinematografico dal lontano 2004. Certo, il primo film rimane imbattibile e imbattuto, ma questo “fratellino pirata” riesce a far centro rimanendo essenziale e, soprattutto, fedele allo spirito caotico di SpongeBob SquarePants. L’epica di Bikini Bottom non ha bisogno di reinventarsi per essere amata, deve invece credere in sé stessa e nelle sue potenzialità comiche sì datate, ma ancora efficaci. Finché ci sarà questa filosofia ad animare l’universo del caro Stephen Hillenburg, noi potremo ridere e divertirci ovunque SpongeBob andrà, in televisione e al cinema.
Un ringraziamento speciale a Eagle Pictures







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