
L’assegnazione del Leone d’Oro di Venezia 82 a Father Mother Sister Brother ha spiazzato tutti, persino il regista stesso, che non si aspettava di arrivare all’ambito premio proprio con quest’opera più teorica che effettivamente cinematografica. Quest’ultimo film del maestro dell’indie americano si compone di tre mediometraggi, prodotti e girati in tre territori differenti (Stati Uniti, Irlanda e Francia), che indagano le turbe sia psicologiche che reali di tre differenti famiglie borghesi, lontane geograficamente ma accomunate umanamente dalla stessa malinconia.
Jarmusch ha già affrontato più volte i film a episodi, soprattutto con il suo famoso Coffee and Cigarettes, realizzato nel corso di quasi 30 anni e contenente tantissimi cortometraggi legati da una cornice formale molto marcata. In questo caso la cornice è testuale più che formale, nonostante una regia comunque minimale e volutamente asettica volta alla concentrazione dello spettatore su tutti i dettagli inquadrati, che siano sfaccettature dei personaggi od orpelli del mobilio scenografico.
“Father” è il primo segmento e si apre col viaggio in macchina di Jeff (Adam Driver) ed Emily (Mayim Bialik), due fratelli che stanno andando a trovare il padre (Tom Waits) che vive da solo nella campagna innevata degli Stati Uniti. In “Mother” invece le sorelle Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps) arrivano con due macchine differenti alla corte della madre (Charlotte Rampling), scrittrice in pensione la cui carriera pesa inevitabilmente sulle vite delle due figlie. L’ultimo, “Sister Brother“, è invece ambientato a Parigi e segue i fratelli Skye (Indya Moore) e Billy (Luka Sabbat) che vagano apparentemente senza meta nella vecchia auto dei genitori, da poco scomparsi in un incidente aereo.
Nei tre segmenti ci sono molti elementi circolari, e sono tanti i dettagli che legano le varie storie: ad esempio, i familiari hanno tutti inconsciamente indossato qualcosa di rosso per questo evento inconsueto; oppure torna il riferimento, in tutte le storie, ad uno strano modo di dire. Come dichiarato anche da Jarmusch, il film è nato principalmente come esercizio scritto, su carta, che poi è diventato cinema grazie all’apporto dei vari collaboratori. Si percepisce molto infatti la “letterarietà” della narrazione, in cui tutto sembra rappresentato per un motivo e incastrato anche invisibilmente ad altro. Nonostante la bravura degli attori, che sono la parte fondamentale di quest’opera, la pesantezza della sceneggiatura grava su tutto il film, in cui questa cura maniacale per i dettagli fa sembrare tutto fin troppo costruito ad hoc.
La poetica di Jarmusch sui “tempi morti” qui è più potente che mai, essendo l’intera opera un film di anti-azione, dove tutto quello che succede è tendenzialmente quello che un regista come Hitchcock avrebbe tagliato dal montaggio per passare al prossimo momento saliente della storia. Qui si lavora esattamente all’opposto: quei momenti di stallo della vita sono il cuore dell’esperienza cinematografica del regista (ultimamente soprattutto in Paterson), ma in questo caso vengono allungati ed esasperati fino a renderne la visione quasi snervante. Non c’è la freschezza o l’immediatezza di Coffee and Cigarettes, data anche dalle situazioni più surreali e anarchiche che andavano a crearsi; non c’è però neanche un filo conduttore che tenga tutto coeso per lo spettatore, lasciato alla deriva in questi oceani situazionali volutamente poco coinvolgenti.
Father Mother Sister Brother sembra quasi solamente un esercizio di stile, un capriccio registico del proprio autore che, esplorando nuovi metodi produttivi in giro per il mondo per mantenere il budget contenuto ma realizzare comunque un’opera cinematografica, si diverte a mettere in scena vecchi e nuovi collaboratori alla stregua di un ormai stanchissimo Wes Anderson. Se però quest’ultimo procede nella direzione opposta, continuando a gonfiare i propri film di budget e star senza ormai riuscire più a raccontare qualcosa di personale, Jarmusch perlomeno procede secondo la propria filosofia minimale, indipendente, nella quale è ancora presente un barlume di umanità.
Ciò che stona è forse proprio la tematica, così borghese e fuori dalla realtà da sembrare, all’esterno, più aliena e surreale perfino dei film più fantastici dello stesso autore, come ad esempio Solo gli amanti sopravvivono. È questo lo scollamento che stona, l’indipendenza produttiva rispetto a quello che viene messo in scena, quei due mondi diametralmente opposti che Jarmusch non sembra voler conciliare né criticare, ma solo mostrare nella loro totale inerzia emotiva.
L’emotività quantomeno sembra tornare nell’ultimo episodio, “Sister Brother“, ma troppo tardi per risvegliare lo spettatore dal torpore dell’ora e venti minuti precedenti. Un cinema quindi volutamente repellente, che si compiace della sua poca accessibilità e che cerca nel feticcio cinefilo l’unica attrattiva possibile.
Non basta l’ottimo lavoro svolto con gli attori o con la fotografia digitale per trasformare quello che poteva tranquillamente rimanere un divertissement da festival sperimentale in qualcosa di più grande. Non tanto per la mancanza di contenuti quanto per la fin troppa spocchia con cui si presenta e che difficilmente otterrà riscontro da un premio come il Leone d’Oro.
C’è quindi il sentore che questo premio, come spesso accade, sia stato dato più per evitare problematiche politiche che per altri motivi, prendendolo più come un premio alla carriera del maestro statunitense che effettivamente per l’opera in sé, difficile da lodare ma anche effettivamente da criticare: perfetta per non dare fastidio a nessuno.
Un ringraziamento speciale a Lucky Red



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