L’uovo dell’angelo: narrazione dissolta e vertigine del simbolismo

Nella filosofia è sempre richiesto un certo tipo di accorgimento filologico, che segua una sorta di ragionamento sillogistico, altrimenti l’intera esposizione perde di efficacia e di mordente. Non è affatto sufficiente richiamare alla mente del lettore delle immagini evocative affinché si tratti di un buon saggio, invece quando si parla di arte la situazione cambia radicalmente, ed è auspicabile che il fruitore si emozioni, in una qualche misura, davanti a una data produzione.

Probabilmente è per questo che conciliare razionalità ed emotività è così difficile, soprattutto quando si trascende dal “semplice” rapporto interpersonale e vi inseriamo nel mezzo un certo tipo di riflessione estetica che, per sua natura, rientra marginalmente nell’oggettività per fondare molte delle sue essenze proprio su quella certa estetica dell’emotività che tanto prende e tanto appassiona.

Prima del Diluvio

uovo dell'angelo tenshi no tamago protagonisti

Tornare a parlare de L’uovo dell’angelo, Tenshi No Tamago o Angel’s Egg – che dir si voglia – dopo tanto tempo che non lo facevo, fa riemergere in me una serie indescrivibile di emozioni e di contraddizioni. Come recita la mia biografia sul sito: “Ho sempre avuto la mania di recensire tutto quello che leggo o a cui gioco, consigliando (o costringendo) tutti i miei amici e conoscenti ad avvicinarsi a quella determinata opera“. Probabilmente la cosa che ho consigliato più di tutte le altre è stata proprio questo film e, con un po’ di ragionevole senno di poi, mi rendo conto che probabilmente ho sbagliato: “consigliare” Tenshi No Tamago a qualcuno, in un certo senso, rovina già un’opera che, per sua natura, è tutt’altro che consigliabile; è quasi respingente, oscura, ma è proprio in questa ostilità e incomunicabilità che risiede la magia che il grande maestro Mamoru Oshii è riuscito a imprimere in quella che è a tutti gli effetti un’opera d’arte filmica.

Sono consapevole che incensare quello che è a tutti gli effetti un flop, un’opera spuria, uno scherzo stilistico “privo di qualsivoglia significato” (secondo il suo stesso creatore) sia a dir poco ipocrita da parte mia. Basti pensare che l’insuccesso nelle sale costò al regista ben 3 anni di allontanamento dall’industria, ma in fondo siamo di nuovo qui dopo 40 anni a parlare di qualcosa che sta cercando di resistere allo scorrere del tempo, non tanto per analizzarlo dal punto di vista tecnico ma per parlare di quelle che sono le emozioni di cui è impregnato. Ed essendo io un essere umano imperfetto, non posso fare a meno di ricordare quando per la prima volta venni in contatto con L’uovo dell’angelo.

Uno screenshot, un’immagine metafisica, di quella metafisica che solo un De Chirico poteva imprimere in un paesaggio. Non potevo credere che si trattasse di un anime, se fosse successo di questi tempi avrei relegato la cosa a uno di quegli esperimenti fatti con l’IA, uno di quelli che mixano al loro interno stili, intenzioni e quel sano furto intellettuale che caratterizza le nuove frontiere della tecnologia. Ma in quegli anni era sicuramente tutto diverso e doveva, in un qualche modo, trattarsi di qualcosa di reale, almeno in una qualche istanza, per quanto si possa parlare di reale per opere di finzione e, in modo particolare, per un film d’animazione.

l'uovo dell'angelo tenshi no tamago scielo

Al giorno d’oggi, riconosco nel me stesso del tempo quella sana passione che muove alla ricerca, una ricerca spassionata e spesso ingenua, una di quelle cose a cui si dedica il tempo perché lo si vuole e non perché si deve. I risultati della mia fatica portarono verso un film cult, dimenticato dal grande pubblico, indimenticabile per la (tutt’altro che folta) schiera dei fan irriducibili che su quest’opera avevano fondato un vero e proprio culto, speso tante visioni e ancora più parole sui blog, forum e social specializzati. Per la prima volta entrai nel distorto mondo di Tenshi No Tamago.

Descrivere l’ambientazione del film a chi non l’ha mai visto è una missione ben più che complessa: si rischia di dire troppo o troppo poco, o più banalmente di dire le cose sbagliate. Stiamo comunque descrivendo una cosa che, per sua stessa natura, possiamo codificare solamente attraverso le nostre convinzioni e grazie a quelle “lenti colorate” personali con le quali interpretiamo il mondo circostante. Ho sentito molti definire il mondo di Oshii come fantascienza, distopia, utopia, altri ancora si sono astenuti da una definizione lasciandolo all’arbitrio dell’effimero. L’unica parola che mi viene in mente e che penso sia davvero appropriata ai fini di una descrizione quantomeno superflua è: metafisica. Il mondo in cui Tenshi No Tamago si declina è pura e semplice metafisica, è sospeso al di là del tempo e dello spazio, della natura e dello spirito, il film è ambientato sulla chiglia dell’arca di Noè, in un universo dove il diluvio universale non si è mai concluso e la scialuppa si è inesorabilmente ribaltata.

Già questo potrebbe essere considerato uno “spoiler”, poiché effettivamente questa è una verità fondamentale che viene completamente disvelata solamente nell’ultima scena del film, ma anche parlare di spoiler, nella concezione che il grande pubblico ha, è sicuramente fuorviante. Lo spoiler indica per sua natura un risvolto di trama, un colpo di scena inaspettato o la morte di un personaggio. Ma Tenshi No Tamago non ha una trama. I personaggi mutano nel corso dell’opera solamente se lo spettatore interpreta che essi stiano evolvendo, ma la cosa non è mai specificata in maniera inequivocabile. Allo stesso modo parlare di trama è riduttivo, poiché non c’è linearità: alcune letture della pellicola suggeriscono addirittura che i fatti a cui assistiamo non siano altro che un infinito ripetersi degli stessi eventi, un eterno ritorno dell’uguale.

Le interpretazioni dei sĕfirōt

l'uovo dell'angelo tenshi no tamago uovo

Mi sembra doveroso, anche per un puro gusto cronachistico, citare almeno per sommi capi gli eventi a cui assistiamo, anche solo per far capire che cosa succede a chi (in maniera completamente sconsiderata) stesse leggendo questo approfondimento senza aver visto il film. Seguiamo la routine di una bambina dai capelli bianchi che si muove per le strade di una città deserta, portando con sé un enorme uovo; le uniche cose che abitano la città sono le ombre di enormi pesci e di pescatori che cercano di afferrarli come in una sorta di rituale giornaliero. A interrompere la quotidianità della piccola arriva un giovane con le mani fasciate e un grosso fucile in spalla, che inizia a seguirla incuriosito dall’imponente uovo che porta con sé.

Le cose che più colpiscono sono i lunghissimi e interminabili silenzi, interrotti solamente dai gocciolii dell’acqua, dal soffio del vento e dai dialoghi rarefatti che hanno per protagonisti i due personaggi principali. È proprio grazie a questi dialoghi preziosissimi che possiamo tentare una comprensione, quantomeno sommaria, di quello a cui stiamo assistendo. Anche questi però sono solamente degli appigli momentanei: i personaggi parlano poco e mentono molto, spesso e volentieri. Rompendo la quarta parete, ci fissano con sguardi enigmatici e ben poco esplicativi.

Anche questo approccio mi sembra, tuttavia, erroneo. Chi cercherebbe la chiarezza in un quadro surrealista di Magritte o di Dalì? Penso nessuno sano di mente: sarebbe un tentativo vano e poco profittevole. L’uovo dell’angelo ci fornisce la possibilità di provare quel gusto per l’incertezza e quella certa eccitazione che solamente il cercare il senso nell’insensato ci può dare.

L’estetica dell’Apocalisse

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Parlare di Tenshi No Tamago fingendo che dietro ci sia solo la mente di Mamoru Oshii sarebbe però un torto difficilmente perdonabile. Questo film è, a tutti gli effetti, un incontro fra due immaginari: da un lato le ossessioni filosofiche e bibliche di Oshii, dall’altro la mano e l’occhio di Yoshitaka Amano. Non soltanto illustratore o character designer, ma responsabile del concept visivo e della direzione artistica, Amano inonda il progetto con il suo modo tutto particolare di pensare le figure e gli spazi.

I corpi sottili, quasi filiformi, i capelli che si sfilacciano come fumo, le architetture neogotiche che svettano in rovina contro cieli grigio-bluastri: tutto in Tenshi No Tamago sembra uscito da una serie di tavole dipinte e solo in un secondo momento messo in movimento. La città vuota in cui la bambina trascina il suo uovo è un labirinto di cattedrali spezzate, scogliere impossibili e macchine arrugginite; il colore è ridotto a una scala di blu, neri e grigi appena increspati da lampi di bianco. È come se Amano avesse preso l’eco dell’Art Nouveau, delle stampe ukiyo-e e di un certo simbolismo europeo per farle collassare in un’unica visione onirica e malsana.

Non è un caso che, secondo i racconti di produzione, L’uovo dell’angelo nasca più da una costellazione di immagini che da una sceneggiatura in senso stretto: liste di parole chiave – arca, annunciazione, fossile d’angelo, ragazzo col fucile a forma di croce – che Amano traduce in image board, bozzetti, illustrazioni, e che Oshii poi monta in una sorta di poema visivo. La tanto discussa “inconsistenza” della narrazione è anche questo: la conseguenza diretta di un film che è, prima di tutto, un corpo di dipinti messo in sequenza, un esperimento in cui la storia non viene raccontata alla maniera tradizionale, ma lasciata filtrare a tentoni attraverso il simbolo, l’architettura e il silenzio.

l'uovo dell'angelo tenshi no tamago ambientazione

Sono contento che in concomitanza con la prima proiezione nelle sale italiane di questo film abbia avuto l’occasione di parlarvi di Tenshi No Tamago senza effettivamente dire nulla. Sono davvero convinto che questo fosse l’unico modo possibile di scrivere un approfondimento senza snaturare l’opera e le sue intenzioni. Una parte di me è tentata di sconsigliare la visione del film a un pubblico generalista, perché un film come questo non può che essere un flop come lo fu 40 anni fa.

Mentirei a tutti se sostenessi che non ho una mia personale interpretazione dell’opera, e mentirei allo stesso modo, sia a me stesso che a voi lettori, se dicessi che non ho mai pensato di approfittare di questo approfondimento per mettere nero su bianco tutte quelle che sono le mie idee, speculazioni e interpretazioni su un film che, nel bene e nel male, mi ha formato tanto quanto segnato indelebilmente. Mi sarebbe piaciuto tantissimo parlarvi dei simbolismi cristologici, delle reinterpretazioni gnostiche della Bibbia, del perché nella città esistono le ombre di pesci e pescatori e quali sono gli scopi ultimi e la fine dei due protagonisti; in un qualche modo, sono anche sicuro che a qualcuno di voi l’idea di un piccolo bignami su un film che fa sorgere tante domande sarebbe anche potuta interessare.

Tuttavia è stato il buon senso a impedirmi una spregiudicatezza di questo tipo, per due principali ragioni, la prima delle quali è che non sarebbe stato giusto nei vostri confronti. Inutile negarlo, chi si trova dal mio lato dello schermo vive una situazione di privilegio: sarebbe troppo facile trasformare quello che è solo un mio pensiero in un tentativo di mistificare il metafisico in una realtà oggettiva e inequivocabile e, pur ammettendo il caso che non fosse stata mia intenzione far propaganda per la mia versione dei fatti, il rischio che qualcuno dall’altra parte avesse potuto fraintendere sarebbe stato troppo elevato.

In secondo luogo, superando il problema deontologico sovraesposto, sarebbe stato un tradimento vero e proprio nei confronti di un qualcosa che per me è estremamente prezioso, tanto da non volere in alcun modo deprivarlo del misticismo e del simbolismo criptico che lo rendono quel cult che è. Se anche Oshii si è rifiutato di descrivere al pubblico le reali intenzioni e i simbolismi del suo lavoro, chi sono io per tentare di farlo?

Angelo Clementi Articoli
Ho sempre avuto la mania di recensire tutto quello che leggo o a cui gioco consigliando (o costringendo) tutti i miei amici e conoscenti ad avvicinarsi a quella determinata opera.

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