Once Upon a Time in Gaza – Sognare una Palestina libera

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Dove non arrivano i social e la propaganda, la soluzione è il cinema. Questo deve essere stato il pensiero di molti artisti disseminati nel mondo, desiderosi di raccontare con viva voce le vicende palestinesi passate e recenti. Per scansare abilmente ogni tentativo di insabbiamento da parte dei media israeliani, statunitensi e occidentali in generale; per evitare che le testimonianze più preziose vengano soffocate da Palantir, bot o qualsivoglia sistema di sorveglianza “democratico”, la settima arte si insinua nelle crepe che trova e spera di arrivare alla gente.

No Other Land e La voce di Hind Rajab sono stati, per ora, ottimi esempi di quanto detto: opere che hanno fatto da apripista per prodotti filo-palestinesi che pian piano si stanno facendo largo nei mercati globali. Uno di questi è Once Upon a Time in Gaza di Tarzan e Arab Nasser. Gli autori sono due fratelli nati proprio a Gaza, abili nell’assorbire e rimodulare le narrazioni europee e americane con un filtro mediorientale. Basti pensare al loro secondo film da registi, Gaza mon amour, una tragicommedia che fa ovviamente il verso al ben più celebre Hiroshima mon amour di Resnais.

Presentandosi fieramente come un lungometraggio “made in Palestine”, Once Upon a Time in Gaza è una grossa co-produzione francese, palestinese, tedesca e portoghese, con il sostegno del Qatar e della Giordania. Un prodotto sui generis, a metà tra il thriller, il western urbano e la commedia satirica, incluso nella sezione “Best of 2025” dell’ultima Festa del Cinema di Roma. Un’aggiunta che ha fatto discutere non tanto per il film in sé – spalleggiato da Put Your Soul on Your Hand and Walk, altra pellicola iraniano-palestinese in catalogo – bensì per la scelta a monte di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. In poche parole, il festival portato a Roma quest’anno non si è mai schierato apertamente nel dibattito sul conflitto israelo-palestinese, preferendo una posizione quasi indifferente, sostenuta da dichiarazioni dubbie. La nuova commedia nera dei Nasser come si inserisce in questo contesto?

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Gaza, 2007. In questo anno cruciale, Hamas ha vinto le elezioni nel paese, un risultato che la comunità internazionale non ha accettato. Con un violento e soffocante embargo, la Striscia di Gaza è stata dichiarata territorio ostile da Israele, dando inizio a uno dei capitoli più neri nella storia palestinese, fatto di crisi e genocidi senza fine. Un video di repertorio mostra Donald Trump intento a elogiare le politiche israeliane, mentre gli insediamenti voluti dal governo di Tel Aviv contaminano le terre indebitamente occupate dopo la fine della seconda Intifada; le città, invece, vengono pesantemente bombardate. Il film si apre così, audacemente, con atmosfere vorticose e incerte che non lasciano spazio alle speranze di pace. Un incipit fatto di sequenze frammentate e cacofoniche che ben restituisce la vita instabile che da tempo si respira in una Gaza City sempre più isolata.

Yahya (Nader Abd Alhay), nonostante ciò, di sogni ne ha tanti: è un giovane studente universitario che vorrebbe ottenere un permesso per lasciare la Striscia e costruirsi un futuro migliore, ma le perfide autorità israeliane gli remano contro, impedendogli persino di allontanarsi in auto per andare a trovare i parenti in Cisgiordania. Il ragazzo vive alla giornata insieme a Osama (Majd Eid), un ex tassista che per arrotondare i guadagni gestisce un piccolo locale dove i due vendono deliziosi falafel. La routine, purtroppo, non è sostenibile economicamente e la coppia di amici decide di invischiarsi in un torbido giro di narcotraffico, spacciando medicinali che nasconde accuratamente dentro panini da consegnare ai clienti.

Dopo poco tempo, un agente di polizia corrotto di nome Abou Sami (Ramzi Maqdisi) avvicina Osama proponendogli di diventare un suo informatore. Con questo ricatto, il poliziotto spera di fare carriera, ma il buon cuore dello spacciatore non scende a patti con nessuno. Il rifiuto innesca un’escalation di violenza in cui finisce, senza volerlo, anche il povero Yahya. Quest’ultimo, dopo due anni di incertezze, cambia radicalmente vita: data la sua estrema somiglianza con Abou Ali – un famoso martire di Hamas – viene scritturato da dei rappresentanti del ministero della cultura locale per essere il protagonista del film biografico Il Ribelle, “il primo action made in Gaza“.

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Yahya nei panni di Abou Ali.

Fare film a Gaza è come essere arruolati nella resistenza: gli strumenti sono differenti, ma l’obiettivo è lo stesso”, queste sono le parole di uno dei ministri del governo di Hamas che sanciscono la fondazione di Gazawood, la fittizia industria cinematografica palestinese in Once Upon a Time in Gaza. I fratelli Nasser sono dello stesso avviso, in un’epoca come la nostra in cui i media influenzano e modellano le narrazioni. “Abbiamo un disperato bisogno di immagini realistiche che possano dipingerci come esseri umani con una dignità” – affermano Tarzan e Arab in netto contrasto con la propaganda israeliana – “le immagini possono agire come scudo contro le falsità che dipingono Gaza come un covo di terroristi da radere al suolo e non come una terra sotto assedio e in cerca di libertà“.

Gaza, sia nel film che nella realtà odierna, è una prigione tagliata fuori dal mondo dove i bombardamenti non cessano mai. Per questo Yahya, nel suo piccolo, veste i panni eroici di un soldato, conscio tuttavia che il suddetto eroismo non si dimostra attraverso atti straordinari (o film action stereotipati), ma grazie alla resilienza, alla determinazione e allo sforzo quotidiano per sopravvivere. In questo, tutti i gazawi sono eroi ancora capaci di sognare, persone che Once Upon a Time in Gaza mostra senza filtri o esagerazioni nelle loro vite di tutti i giorni, dipingendo Gaza City come quello che realmente è: un luogo assolutamente normale che aveva tutto (case, farmacie, ristoranti…), ma che è stato privato di tutto dall’agenda criminale dell’Occidente.

Per questi motivi, i tre personaggi principali – Yahya, Osama e Abou Sami – altro non sono che archetipi presi in prestito dalla filmografia western: il buono, il brutto e il cattivo. Osama cerca faticosamente la sua indipendenza, senza aiuti esterni; Abou Sami, al contrario, si è arruolato in polizia per una pura sete di potere (senza distintivo sarebbe un signor nessuno); Yahya trova nell’amicizia con Osama un rimedio per affrontare l’aridità emotiva che lo opprime. Questo trio, nonostante le palesi differenze, vive nelle stesse identiche condizioni, ovvero schiacciato da una cruda realtà che non ha mai scelto, dettata dalle circostanze e non dalle aspirazioni individuali. Ecco cosa vuole evidenziare la sceneggiatura scritta dai fratelli Nasser, in collaborazione con Amer Nasser e Marie Legrand: a Gaza l’identità di una persona non si forma compiendo scelte precise, ma per colpa di condizioni esterne che limitano fortemente quelle stesse scelte.

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Tutti cercano di scappare dalla Striscia di Gaza come possono, mentre, nella finzione metacinematografica de Il Ribelle, si promuove l’idea che gli oppressi hanno il diritto di difendersi in nome di Allah. Il backstage del biopic fittizio mette molto bene in luce le contraddizioni che sorgono nel dover raccontare una storia di sangue: attori arabi interpretano soldati dell’IDF e cercano come possono di recitare realisticamente, seguendo delle logiche malate (una tra tutte, quella secondo cui i bambini devono essere uccisi da piccoli per eliminare il rischio che diventino terroristi da grandi). In questa versione palestinese di Bastardi senza gloria, la produzione costringe poi il cast a utilizzare armi vere perché non ci sono soldi per realizzare effetti visivi e, come se non bastasse, i veri droni israeliani disturbano le riprese con i loro ronzii. Un set tragicomico.

Drammatica è invece la realtà tra le strade di Gaza City: l’ombra di Israele è sempre in agguato sullo sfondo, il governo di Tel Aviv aleggia costantemente tra le pagine dei giornali. In televisione i media arabi criticano aspramente l’occupazione sionista – di cui l’amministrazione Obama è stata complice dal 2009 al 2017 – e cercano come possono di essere vicini alla causa palestinese e alla resistenza di Hamas. Dunque l’opera dei Nasser più che una storia vera e propria racconta una condizione; una scelta voluta che, però, rappresenta uno dei difetti maggiori del progetto, minato da idee generiche e raffazzonate. Pur essendo stata girata in Giordania, l’intento della pellicola è stato quello di costruire un piccolo archivio cinematografico di Gaza, lontano dall’estetica da cronaca nera tipica dei documentari e dei notiziari. In questo, a brillare è la direzione della fotografia di Christophe Graillot che dona alle immagini colori vibranti e luci curatissime, fedeli ai paesaggi palestinesi.

Il montaggio di Sophie Reine (La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Passages) conferisce alle vicende un ottimo ritmo che divide la trama in due tronconi – la lotta di Osama e la carriera di Yahya – e garantisce l’immedesimazione nell’alienazione dei gazawi. Sfortunatamente, questa rapidità culmina in un finale affrettato e poco comprensibile che lascia allo spettatore la sensazione di aver visto un film monco con problemi di bilanciamento e qualche buco nello script. La lettura “corretta” dell’epilogo ci viene data dai fratelli Nasser in persona che sottolineano come le cose a Gaza possono cambiare e finire in un battito di ciglia, anche in maniera inaspettata. Certo, c’è della macabra ironia in tutto ciò, ma la realtà palestinese eclissa spesso la finzione. Per dirla con le parole dei due autori: “Persino il desiderio di sognare si trasforma in una battaglia persa contro un sistema costruito sulla violenza e il controllo“.

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Il set de “Il Ribelle”.

Tarzan e Arab Nasser non hanno una formazione accademica da registi, per loro stessa ammissione hanno imparato con l’esperienza e l’intuito, sbagliando come tutti. Hanno una poetica sregolata ed esprimono le loro emozioni con i pochi strumenti a loro disposizione, spesso in maniera punk. Il titolo stesso del film – citando apertamente i due grandi kolossal di Sergio Leone – mette al centro dei riflettori la loro amata Gaza, ponendo l’accento sull’instabilità dello status quo: ogni cosa, da un momento all’altro, può tramutarsi un lontano ricordo o in estrema sofferenza; l’eredità palestinese, come in una fiaba nera, può essere cancellata in un istante. Per colpa di Israele e dell’Occidente tutto, nulla è garantito, nemmeno la vita stessa e così, sulle orme di Tarantino nel suo C’era una volta a… Hollywood, i fratelli Nasser immaginano un futuro migliore per la loro terra.

Nel panorama geopolitico attuale, la domanda da porsi non è più “quali altri sforzi potrebbe fare la settima arte per narrare la condizione della Palestina?”, bensì “a cosa serve girare un film di finzione se i terrificanti filmati reali che giungono a noi attraverso i social non hanno mai cambiato il modo in cui il mondo vede le cose?”. A cosa serve un lungometraggio “costruito” se persino la nuda verità, orribile e brutale, ha fallito nell’influenzare le coscienze? Oggi l’unica soluzione per salvare la Palestina è porre fine all’occupazione e garantire al suo popolo il diritto all’autodeterminazione.

Quello che sta accadendo a Gaza oggi è e rimarrà una macchia indelebile sul volto dell’umanità, quella sedicente “umanità” che vede i palestinesi come oppressori o terroristi da eliminare e non come vittime bisognose di giustizia. Oggi, Gaza è in macerie e odora di sangue. Quindi, tutto ciò che possiamo condividere sono storie e ricordi di luoghi e persone ora scomparsi a causa dello sterminio incessante che continua a colpire indistintamente umani e pietre – Tarzan e Arab Nasser

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Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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