
Tra il 2011 e il 2016, gli anni di Drive e The Neon Demon, Nicolas Winding Refn iniziava timidamente a essere notato e riscoperto in Italia. In tempi non sospetti, veniva definito da molti “il genietto danese“, una nomea che ha saldamente mantenuto fino all’esplosione del suo successo, avvenuta proprio nel 2011 al Festival di Cannes con la vittoria del premio come miglior regista per Drive. In realtà il suo talento era già stato notato nel 2009 grazie a Bronson, film presentato nel nostro paese in occasione della 27ª Edizione del Torino Film Festival. Nonostante tutto ciò, per diverso tempo il cineasta è rimasto legato a una nicchia molto specifica di cinefili.
È stato l’avvento del primo Death Stranding, nel 2019, a cambiare le carte in tavola: con il suo nome associato a Hideo Kojima – il più grande game designer vivente – Refn ha vissuto un forte aumento della popolarità che lo ha portato a essere apprezzato anche al di fuori dei gruppi di appassionati di cinema. Oggi è una star internazionale che i videogiocatori chiamano Heartman – il suo alter ego videoludico – e che gli amanti della settima arte seguono con interesse, vista la sua personalità da outsider iconoclasta e i suoi legami con il mondo dell’alta moda e del design.
Nello specifico, il regista di Copenaghen – da molti conosciuto anche con l’acronimo NWR – gode di un proficuo legame con Prada e la sua Fondazione, cosa che lo porta spesso a recarsi in Italia – soprattutto a Milano – per curare eventi speciali, mostre e talk di varia natura. Celebri sono il suo cortometraggio Touch of Crude, realizzato per promuovere la collezione femminile primavera-estate del marchio milanese, e la mostra Satellites in collaborazione proprio con Kojima, ospitata negli spazi di Prada Aoyama a Tokyo dal 18 aprile al 25 agosto 2025. Di questo e molto altro discuto in questo speciale che desidera riassumere la poetica di Nicolas Winding Refn. Un viaggio attraverso le sue opere e le sue idee, queste ultime raccontate da lui in persona durante diversi appuntamenti in Italia a cui ho avuto l’onore e il piacere di partecipare.
Il cinema è come il sesso: senza regole

Andando in ordine cronologico, la prima occasione che ho avuto per essere faccia a faccia con il buon Refn è stata la sua Masterclass alla 80ª Edizione della Mostra del Cinema di Venezia nel 2023, un incontro che ha permesso a pubblico, stampa e fan dell’autore di confrontarsi principalmente su temi caldi come l’avanzamento tecnologico nei media e le nuove forme di storytelling (e pensare che tutto era partito come un semplice omaggio a Ruggero Deodato). Il talk si è aperto subito in maniera provocatoria con una stimolante riflessione: “tra i miei registi preferiti – afferma Nicolas – c’è Ruggero Deodato. Gli artisti come lui sono stati dei pionieri. Molti di loro oggi forse non farebbero film, perché sarebbero giovani e userebbero altri mezzi creativi, come i social media o i videogiochi. A questo proposito, il gaming è affascinante. Vorrei essere un programmatore, aumentare le mie possibilità creative, usare il virtuale come una tela bianca… l’unica domanda da porsi quando si crea è: come posso dare corpo alle mie idee?”
La tecnologia – videoludica soprattutto – è dunque un game changer che influisce sul modo in cui si trasmette l’arte. Da qui due domande che ho posto personalmente durante la masterclass: i videogiochi possono, o potranno, essere considerati un game changer nel mondo delle forme artistiche? I videogiochi sostituiranno il cinema o le due forme riusciranno a convivere? Questa è stata la risposta: “una delle famose tele bianche che continua a evolversi è il gaming, proprio grazie al progresso tecnologico. Ho un carissimo amico, Hideo Kojima, un grande autore di giochi, un artista, un maestro in ciò che fa, un visionario… quindi certo, il gaming gode della stessa artisticità di qualsiasi altro medium! Si dice che tutte le forme d’arte esistenti stiano collassando su loro stesse, miscelandosi nella stessa cosa; io non sposo questa idea, credo bensì che ogni tela abbia qualcosa di unico da offrire al proprio artista e sta proprio a quest’ultimo dare priorità alle differenze tra un medium e l’altro, anziché ibridare tutto senza criterio, limitando le proprie possibilità creative“.
Menzionando Kojima di fronte a un pubblico di cinefili, critici e giornalisti, il cineasta danese ha sottolineato con forza e trasporto l’importanza della sua figura. Del rapporto quasi fraterno tra i due parleremo più avanti, mentre adesso continuiamo a soffermarci sul modo in cui NWR riesce a trasmettere le emozioni attraverso la pellicola. D’altronde – come lui stesso sottolinea insieme al game designer giapponese – “è quello che rimane nello stomaco che fa riflettere e che influenza lo stare al mondo degli individui“.

Dipingere con le emozioni, proiettarle sullo schermo e sfruttarle per creare qualcosa di nuovo partendo dal passato o – in altre parole – “estrarre” i sentimenti che si provano guardando qualcosa per trasfigurarli in qualcos’altro di simile o totalmente diverso. “Vivere di esibizionismo, in senso buono“. Queste poche frasi delineano già abbastanza bene la filosofia del genietto danese, riassunta con esempi cinematografici: prendete le atmosfere pure e dolci de La vita è meravigliosa di Frank Capra, fondetele con la ribellione e lo stile dissacrante di Non aprite quella porta e aggiungeteci anche un pizzico di estetica postmoderna mutuata da Instagram. Sembra folle, ma può funzionare.
Tra una citazione e l’altra, nel 2023, c’è stato spazio per numerose menzioni d’onore atte a incuriosire i cinefili più incalliti: si è parlato della carriera eversiva di Andy Mulligan, cineasta statunitense di film a basso costo, molto attivo tra gli anni Sessanta e Settanta e oggi considerato – insieme a Ed Wood – uno dei peggiori registi della storia. È stato poi nominato il lungometraggio indipendente Night Tide del 1961 di Curtis Harrington, emblema del cinema fantasy di nicchia; non è mancata infine una breve discussione sulla cosiddetta Ormond Organization, un trio di filmmaker sui generis omaggiato nel volume The Exotic Ones di Jimmy McDonough (curato da Refn in persona).
In questo mix eterogeneo di suggestioni, come se non fosse abbastanza chiaro, gioca un ruolo fondamentale la tecnologia che, oggi come mai prima d’ora, permette alle persone di interagire senza filtri e soprattutto di creare contenuti, condividendoli direttamente con il pubblico di riferimento, con quell’audience che può apprezzarli o comprenderli appieno. Con questo obiettivo in mente, Nicolas Winding Refn ha inaugurato byNWR, il suo museo virtuale interattivo che, a differenza di una mostra canonica e istituzionale, non ti dice dove andare o cosa pensare, bensì invita ad assorbire l’arte in maniera libera, dimenticando la saturazione delle piattaforme streaming odierne. Uno spazio dallo scopo inusuale e provocatorio: trascendere i limiti tradizionali della creazione di contenuti, abbracciando forme d’arte eterogenee; dal cinema alla musica, passando per i videogiochi e la moda.

byNWR è una wunderkammer proprio come la dimora del collega Guillermo del Toro, uno scatolone delle meraviglie in cui vengono raccolti materiali da studiare, guardare, leggere e ascoltare. “My home to cultural ephemera” come ama chiamarla il suo fondatore, in cui quest’ultimo celebra gli artisti eccentrici che sfidano e infrangono le convenzioni cinematografiche. I capolavori, spesso misconosciuti e accuratamente selezionati nella sezione “Stream”, sono stati restaurati con cura in attesa delle future generazioni che potranno apprezzarne il valore culturale.
Il concetto di “ephemera” (in italiano “oggetti effimeri”) alla base di questo progetto è davvero affascinante: si parla infatti di prodotti quotidiani e “transitori” che, in passato, non erano originariamente progettati per essere preservati o collezionati. Prima dell’avvento del digitale, queste cose di poco valore potevano essere biglietti di vario genere, giornali, cartoline, poster e persino adesivi. Ai giorni nostri, ogni artefatto digitale – persino questo articolo che state leggendo o i vostri post sui social – potrebbe essere considerato parte degli ephemera; testimonianze umane che ricercatori e veri e propri “archeologi dell’arte” contribuiscono a salvare poiché utili ad analizzare i contesti sociologici, storici, culturali e antropologici della nostra storia.
D’altronde a renderci umani è proprio l’arte, l’atto creativo in sé per sé. L’intelligenza artificiale non trova posto in questi discorsi, in quanto “prodotto nato per far soldi, causato dall’inflazione e dalla saturazione del mercato“, un alieno che non crea, ma duplica. “In una società in continua accelerazione non possiamo perdere il nostro tempo prezioso dietro a queste sciocchezze” – sostiene Refn – “dobbiamo anzi sforzarci di creare sempre qualcosa di significativo per il prossimo, qualcosa che possa renderci felici“.

E qual è la prima cosa che ci rende felici? Esatto: il sesso. L’atto sessuale è sinonimo di sforzo e dunque, siccome serve faticare per dare vita a opere cariche di senso, il cinema può essere considerato la stessa identica cosa. Non c’è un vincitore tra cinema e serialità televisiva, la differenza tra le due forme espressive sta nello sforzo che richiedono rispettivamente per portare sullo schermo le nostre idee. “Non possiamo rimanere immobili, lamentandoci dello status quo e basta. Dobbiamo invece supportare l’arte in ogni sua forma. Il mondo va veloce, pensiamo a preservare il tocco umano dietro ogni progetto”.
Infondere umanità nei propri lavori significa anche essere coscienti dell’influenza dell’educazione che ci viene impartita e delle esperienze personali. Winding Refn racconta che quando si trasferì a New York da Copenaghen era attratto dalle immagini, non potendo parlare bene l’inglese; non a caso la prima fonte di ispirazione per lui fu la televisione (che ai tempi non esisteva ancora in Danimarca). “Lo schermo ha un forte potere immaginifico. Questa mia fascinazione per la TV mi portò a comporre con le emozioni, pensandomi pittore e usando i miei sentimenti come se fossero una tela bianca e il cinema come una loro proiezione”.
Da queste riflessioni possiamo trarre importanti insegnamenti che molti potrebbero giudicare parecchio tranchant: non date ascolto a nessuno e fate quello che volete a modo vostro, dal momento che non esistono persone davvero in diritto di criticare il vostro operato o di dire che state sbagliando. Smettetela di riempirvi la testa di saggi che vi impongono i “modi giusti” per realizzare un film; preoccupatevi della vostra emotività, non di libri accademici pieni zeppi di nozioni stantie e paragrafi inutilmente altisonanti. La creatività non ha regole.
L’amore ci guida nella vita e nell’arte

Facciamo un salto in avanti di un paio d’anni: dopo aver sconvolto e ispirato il pubblico veneziano con la sua esuberanza, Refn è volato a Roma lo scorso 15 novembre per partecipare a una serie di incontri atipici presso il Cinema Troisi. Dico “atipici” siccome la rassegna che ha visto tra i suoi protagonisti il regista danese è nata in collaborazione con il Dicastero della Cultura e dell’Educazione della Santa Sede. In particolare, il Troisi – dal 13 al 16 novembre – ha ospitato grandissimi artisti da tutto il mondo, tra cui hanno spiccato Darren Aronofsky, Viggo Mortensen, Gaspar Noé, Dario Argento e Spike Lee. L’obiettivo? “Esplorare le possibilità che la creatività offre alla missione della Chiesa e alla promozione dei valori umani“. Giubileo della Speranza e vaneggiamenti cattolici a parte, tutti gli invitati hanno messo bene in luce la potenza del cinema in quanto linguaggio universale e hanno nuovamente aperto tanti orizzonti di riflessione.
Se grazie a questo articolo avete avuto modo di conoscere un minimo la figura di Nicolas Winding Refn, vi sarete resi subito conto che lui e la Santa Sede non hanno nulla in comune. Specialmente se parliamo dei due film proposti per accogliere il nostro folle cineasta: Drive e The Neon Demon, una coppia che scoppia. Ciononostante, il talk che ne è venuto fuori è stato inaspettatamente ricco di considerazioni cariche di dolcezza, che spesso sono andate oltre il mondo della settima arte.
Su Drive è stato scritto e detto di tutto, soprattutto negli ultimi anni con l’esplosione di Ryan Gosling come meme rappresentativo della cultura incel. È per questo motivo che – come appena sottolineato – i confronti con il pubblico hanno toccato una sfera molto più intima e hanno permesso a cinefili e fan di capire cosa intende davvero Refn quando dice di “girare sempre e solo film che parlano di lui stesso“.

C’è una pellicola del 1984, scritta e diretta da John Hughes, chiamata Sixteen Candles. Nella sua estrema fissazione per questa commedia romantica, il nostro cineasta danese voleva copiarla a tutti i costi e ha cercato il modo più personale per farlo. Ecco da cosa è nata la sceneggiatura di Drive. Uno script che, però, aveva bisogno di un protagonista che fosse il perfetto alter ego dell’autore: per sua genuina ammissione, Refn “cerca attori che vorrebbe impersonare” perché, diciamocelo, chi non vorrebbe essere Ryan Gosling, Mads Mikkelsen o Tom Hardy? Lo scopo di questa completa immedesimazione si ricollega a quanto detto prima: essere la tela bianca da cui partire per creare qualsiasi cosa. Pensate che The Neon Demon con Elle Fanning altro non è che un what if in cui Refn si immagina nei panni di una ragazzina di sedici anni, quindi il discorso fila.
Dal punto di vista prettamente tecnico, invece, dirigere un film significa “ispirare tutti a dare il massimo” (magari rubando qualche idea qui e là, spacciandola per propria). Alla base di un set ci deve essere un’ottima collaborazione in ogni reparto e in questo – confessa NWR – “Italians do it better“, citando l’immortale Mario Bava, maestro d’ingegno in tutto ciò che è cinema. “Ispirazione” è la parola chiave anche quando si tratta di essere sceneggiatori: uno scrittore deve sforzarsi di essere interessante, perciò può lasciarsi guidare dalla musica, dalla politica, dalla cultura pop… persino dalla noia se è qualcosa che lo forza a concentrarsi sulla realtà.
Nel caso specifico di Refn, la sua marcia in più è legata alla dislessia e al daltonismo. Sì, avete capito bene, il regista considera queste sue condizioni come dei doni: “la dislessia mi porta a prestare ancora più attenzione ai miei sentimenti: il suono e le immagini mi toccano emotivamente prima ancora di qualsiasi tipo di parola scritta; ecco perché la musica è così importante per me. È parte integrante dello storytelling”.
Il cinema per Nicolas Winding Refn è una faccenda intima, una collaborazione continua, soprattutto con quegli attori feticcio che tanto ama. La comunicazione sul set è essenziale, poiché ci si rapporta con esseri umani. Magari non tutti riescono a capirsi al volo, ma la fiducia non deve mai mancare. “Durante le riprese di Drive, inquadravo Ryan [Gosling] sempre di spalle e lui, confuso, mi chiedeva perché non prendessi anche il suo volto. Io, per rispondergli, gli dicevo che aveva una schiena bellissima. A poco a poco, abbiamo costruito così il nostro bel legame“.
A proposito della schiena affascinante di Ryan Gosling, sapevate da dove nasce lo scorpione dorato che adorna la sua giacca bianca nel film? Da un cortometraggio sperimentale di Kenneth Anger del 1963, ovvero Scorpio Rising. Nell’esplorare la cultura dei bikers e l’influenza di icone ribelli come James Dean e Marlon Brando, l’esperimento di Anger – artista venerato dal nostro Refn – ha ridefinito l’estetica di quegli anni in maniera assolutamente provocatoria. Basti pensare che il corto non contiene dialoghi, solo canzoni pop oggi famosissime come Hit the Road Jack di Ray Charles o (You’re the) Devil in Disguise di Elvis Presley. Delle scelte così estreme “hanno reso erotica l’immagine“, un modo di pensare e dirigere che è stato preso alla lettera durante la creazione di Bronson.
L’erotismo sui generis trova spazio anche nella scena madre di Drive: il pestaggio in ascensore, utile alla sceneggiatura per mostrare inequivocabilmente la trasformazione del protagonista. Che ci crediate o meno, questo momento clou non era previsto nello script ed è nato sia dalla voglia di restituire quella purezza adolescenziale propria di Sixteen Candles, sia dall’amore per Liv Corfixen, moglie di Nicolas. “Quell’ascensore è il cuore di Drive. Quando si scrive, bisogna pensare a dove inserire il cuore del lungometraggio. Può essere ovunque: all’inizio, a metà o alla fine e la sua funzione è quella di pompare sangue in ogni evento che narriamo per dargli senso e coerenza”.

Messi di fronte a tali rivelazioni, viene naturale chiedersi come sia possibile trovare, in regia e sceneggiatura, l’equilibrio tra violenza e amore. Nicolas Winding Refn non ha una risposta precisa per chiarire questo dubbio sorto durante il talk al Cinema Troisi e suggerisce di affidarsi all’istinto. C’è un confine sottile tra la brutalità e il romanticismo, “come nell’opera lirica italiana“, e la domanda che bisogna sempre porsi è “cosa vorrei vedere io sullo schermo?“. Bisogna sedurre e, forse, essere un po’ subliminali in quest’epoca governata da algoritmi che incasellano ogni opera d’ingegno. Per proteggerci occorre rompere gli schemi imposti, essere ribelli ricercando la purezza e, perché no, una lentezza narrativa che contrasti la rapidità caotica dei tempi moderni.
In questo senso, l’atto del creare può equivalere all’isolamento. Solo chi crea comprende i propri pensieri e opera all’interno di essi. In parole povere, si tratta di guardare alla vita attraverso le proprie lenti o di vivere la vita stessa con fantasia. Una fantasia che plasmi, anche forzatamente e violentemente, ciò che abbiamo intorno. “Non c’è nulla di male nell’essere esibizionisti” – sottolinea Refn – “io ho iniziato a fare cinema perché volevo essere famoso e ho fatto in modo che l’esibizionismo diventasse la mia forma d’arte. Non so fare altro, non sono una persona talentuosa ed è proprio questa mia inettitudine a essere il dono più grande che ho, perché mi sprona a usare la creatività“.
“Isolamento” è dunque un’altra parola chiave. In platea se ne rende conto una ragazza che, confidandosi con il regista, confessa di sentirsi persa, di non sapere quale strada percorrere nella vita e di cercare una soluzione allo spaesamento. Refn, commuovendosi, le dice “Find what is you” – che potremmo tradurre con “Trova ciò che ti rappresenta” – e prosegue nell’intervento più prezioso e sincero di tutta la serata: “Prova tante cose e fallisci in altrettante. Esistere nel mondo reale è diventato un vero problema, lo so bene, ma ricorda sempre che l’amore vince su tutto. L’amore è uno strumento di potere che puoi usare per navigare attraverso la società. Se fai le cose con amore, non puoi sbagliare“.
Refn e Kojima, due fratelli separati alla nascita

“Can I take a picture to Hideo Kojima?“. È stata questa la prima frase che il nostro caro Nicolas ha rivolto al pubblico del Troisi. Alcuni avventori erano giustamente confusi, altri, ben più ferrati in materia come me, sapevano benissimo il perché di quella simpatica richiesta. Dopo anni di collaborazione e un capolavoro videoludico alle spalle, il duo Refn-Kojima è più saldo che mai; la dimostrazione che le più grandi ricchezze sono i rapporti umani che intessiamo durante le nostre vite. Il 26 settembre scorso, noi italiani abbiamo potuto – FINALMENTE – avere un assaggio di questo grandioso sodalizio artistico, grazie a un evento speciale organizzato dalla Fondazione Prada: un dialogo con il giornalista Matteo Bordone e Katya Inozemtseva, Head of Curatorial Department della Fondazione, in cui i due autori si sono confrontati sulle loro rispettive idee di cinema e sui temi al centro della mostra Satellites menzionata in precedenza.
Per dare un po’ di contesto, Satellites non è altro che la rappresentazione fisica e materiale del legame tra i due creativi: “siamo due macchinine di latta, isolate, che galleggiano nel mondo della creatività“, dice Refn, “la nostra è una connessione un po’ strana, quasi gravitazionale. Giriamo l’uno intorno all’altro, attratti da una forza reciproca, senza scontrarci mai. Non ci sorpassiamo, non ci fermiamo; continuiamo semplicemente a orbitare“, rincara Kojima. Per concretizzare queste parole, le sale di Prada Aoyama sono state riempite di installazioni futuristiche che restituiscono, senza alcun filtro, le decine di conversazioni che avvengono di giorno in giorno tra i due. Un’alternanza tra spazi pubblici, domestici e intimi, caratterizzati da atmosfere sognanti e sospese in cui contemplare le parole degli autori che viaggiano attraverso i temi più svariati.
Non sappiamo ancora quando e se questa curiosissima mostra verrà portata anche a Milano, ma almeno abbiamo avuto il privilegio di assistere dal vivo a una delle tante chiacchierate tra Refn e Kojima, con un focus particolare sulla commistione tra cinema, arti visive e gaming. Una commistione che, nelle collaborazioni tra i due artisti, nasce in un modo tutto suo, dal momento che Nicolas non conosce il giapponese e Hideo non parla inglese. È proprio questa mancanza di comunicazione orale diretta che dà vita a sperimentazioni inedite e genuine; per dirla con l’ironia del cineasta danese: “se non possiamo discutere per davvero, non litighiamo mai“. Nella maniera più pura in assoluto, i due si “connettono” silenziosamente attraverso il visivo e la musica, lasciando parlare le emozioni (un filo rosso che ritorna sempre, come abbiamo visto).
Insomma, due solitudini che si incontrano – nello specifico a Londra, in un ristorante italiano – e scoprono di essere molto simili, come due amici di lunga data, due fratelli separati alla nascita o, stando alle parole di Kojima, “due individui identici che vivono agli antipodi del mondo“. Questa epifania è stata un incontro breve di appena quindici minuti in cui hanno capito che lo schermo ipnotico della televisione aveva cresciuto entrambi, in modi diversi ma affini. Oggi, come due bambini con i loro giocattoli preferiti, si scambiano giornalmente foto delle loro collezioni o di film e dischi rari, seguendo il classico rituale divertente e divertito del “ce l’ho, ce l’ho, mi manca”. Un gioco che ha continuato a ripetersi anche nel 2020 quando Hideo, gravemente malato, è stato aiutato e consolato da numerosi videomessaggi di Nicolas che hanno rasserenato il suo “periodo più buio“.
Questa amicizia intima e indissolubile va quindi oltre la sfera dell’arte e lo si capisce anche grazie a un dettaglio, “una piccola storia dell’orrore” che Hideo Kojima ha voluto svelare a Milano: durante lo sviluppo di Death Stranding 2, Refn è stato operato al cuore e – esattamente come il suo alter ego Heartman – ha rischiato di morire, o meglio, ha avuto un infarto ed è rimasto clinicamente morto per venti minuti. Il regista danese in persona ha raccontato nuovamente di questa sua “resurrezione” al Cinema Troisi e ha definito scherzosamente il signor Hideo un profeta che sa prevedere il futuro, citando il famoso meme che vedrebbe il game designer nipponico come un novello Nostradamus.
Su questa scia, il talk è stato un’occasione per parlare anche del tema della morte e di come la coppia di autori affronta la mortalità insita in ognuno di noi. Nicolas ha parlato con grande trasporto dell’importanza del guardare al futuro, coscienti dell’esistenza della morte come elemento che può dare ancora più valore alla vita, soprattutto dopo aver ricevuto una seconda possibilità. Hideo, dal canto suo, ha perso il padre da piccolo, quindi conosce bene il significato del sonno eterno che tutti rifuggiamo. Ed è proprio questa vicinanza alla morte che ha fatto germogliare il motto “Death can’t tear us apart“, tanto caro a Death Stranding 2. Perché il nostro mondo si fonda sull’unione di due eredità: quella dei vivi e quella di coloro che sono venuti prima di noi e che continuano a vivere attraverso le loro idee e le loro creazioni.

Posto che morire è inevitabile, ciò su cui dobbiamo concentrarci è il modo in cui investiamo il tempo, breve o lungo, che ci è concesso nelle nostre esistenze. Con una delle sue provocazioni, Kojima confessa di aver persino pensato a un concept che seguisse questa idea: un gioco in cui è impossibile caricare l’ultimo salvataggio dopo il game over, un’avventura che non si può ricominciare in nessun modo una volta finita (prematuramente o meno). Un esperimento bizzarro, bocciato subito dal publisher perché non avrebbe mai venduto, ma che dà bene l’idea di quanto una mente fertile possa piegare ogni suggestione, macabra o meno che sia, alla sua creatività.
“Il tempo è tutto, è l’essenza della vita” – insiste Refn – “mentre l’essenza dell’arte è lo scambio equivalente tra il tempo che io dono a un’opera e ciò che ricevo in cambio”. L’arte deve dunque ispirare il pensiero: se io offro il mio tempo prezioso e limitato, devo ottenere uno stimolo. Gli stimoli divengono poi azioni, cambiamenti, esperienze e così via. Tale processo non accade con il consumismo che ci impone, appunto, di consumare senza ottenere nulla di valore indietro. Seguendo questa logica secondo cui “il tempo che abbiamo è il tempo che ci permetterà di vivere nel futuro“, possiamo dedurre che il processo di fruizione e creazione di contenuti odierno non fa altro che rubare il nostro tempo. Sta all’artista contemporaneo il compito di stimolare il pensiero, piantare piccoli semi nelle menti dei suoi seguaci, lanciare sfide ai più diffidenti.
E a proposito di sfide, anche in terra milanese Nicolas Winding Refn ha parlato di cosa significa essere un regista: “la maggior parte delle persone hanno bisogno di una guida con una visione e, nel campo del cinema, quella guida è proprio il regista che si espone più di tutti. Dirigere un film significa avere in mente un desiderio da raggiungere alle proprie condizioni. Negoziare tali condizioni equivale a tradire sé stessi, vuol dire bruciare tempo prezioso nel tentativo di ottenere un compromesso. Per questo motivo, non esiste soddisfazione più grande del concludere un lungo viaggio tortuoso dicendo “ce l’ho fatta a modo mio“. In altre parole, nessuno può criticarci per essere rimasti fedeli a noi stessi, nessuno può criticarci per essere riusciti a creare qualcosa con amore, nemmeno il team che supporterà le nostre follie.
Diventare icone trasversali e provocatorie

Quando si analizzano le figure di Refn e Kojima, a volte sembra di parlare della stessa persona. In effetti, il game designer giapponese è una mosca bianca nell’industria di cui fa parte: come il suo caro amico, collabora ormai con una nutrita quantità di brand e aziende che spesso esulano dal reame videoludico. I magazine d’avanguardia Interlope e Hube, fondati con lo scopo di mettere sotto i riflettori artisti stravaganti e sovversivi, o ancora la piattaforma online NOWNESS che promuove di anno in anno contenuti sperimentali che attraversano le arti e la cultura pop.
Quest’ultima, in particolare, ha realizzato Intermission, un cortometraggio con Hideo Kojima come protagonista assoluto, pieno di riflessioni giocose sui concetti di tempo, morte ed entertainment che – come abbiamo visto – sono emersi ciclicamente nel corso di questo articolo. Attraverso un voice over un po’ marzulliano, Kojima-san dà la sua interpretazione di autorialità ed evidenzia l’importanza di concedere al pubblico la possibilità di immergersi nelle opere, di assorbire come spugne anche i dettagli più piccoli, così da riempire il tempo speso di significato ed esperienze memorabili.
Da ciò che assimiliamo emergono poi le storie, i racconti, i ricordi che tramanderemo alle generazioni future. Come sottolineato in precedenza, la morte non è mai un addio definitivo, dal momento che noi esseri umani costruiamo il futuro sul retaggio dei nostri antenati, vicini o lontani. Ed è proprio questa voglia di “collezionare momenti di vita” il primo fattore che modella un auteur innovativo, ambizioso e dallo sguardo rivolto alla transmedialità. In una società dove le contaminazioni artistiche sono all’ordine del giorno e i contenuti sono sempre più fluidi, è fondamentale essere in grado di costruire una propria identità. Maturare circondandosi di film, libri, musica, teatro… di umanità da imitare è la prima missione di un creativo. Perché il futuro appartiene a chi osa sfuggire alle regole.
Quando avevo ventiquattro anni, Elia Kazan mi diede un consiglio: “fai cinema a modo tuo”. L’importante è guardarsi allo specchio, credere in sé stessi e capire che esprimere le proprie emozioni equivale a creare un film – Nicolas Winding Refn
Masterclass alla Biennale Cinema 2023
Talk alla Fondazione Prada






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