Queens of the Dead – Papà Romero sorride dalla tomba

queens of the dead tina romero

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Il genere degli zombie movie è morto o è un morto vivente? Ad oggi, dopo l’orrenda operazione commerciale – targata Netflix e firmata da quell’incapace di Zack Snyder – che è stata Army of the Dead, ogni appassionato potrebbe dirsi pronto a piangere sulla tomba di uno dei sottogeneri dell’horror più prolifici e sfaccettati. Tuttavia, una salvatrice inattesa è giunta all’orizzonte: il suo nome è Tina Romero. Ebbene sì, per redimere i nostri amati mangia-cervelli e tentare di riportare in auge un certo tipo di narrativa dell’orrore c’è voluta la regia di nientepopodimeno che la figlia di George A. Romero, il creatore dell’apocalisse zombie.

Ma chi è questa regista? Laureata in Cinema Studies al Wellesley College e amante dei musical, è una cineasta da sempre legata alla pesante eredità del padre, a cui rende onore con entusiasmo ricoprendo il ruolo di vicepresidente presso la GARF Foundation. Quest’ultima è un’organizzazione no-profit dedicata a celebrare la vita, l’arte e l’impatto culturale di George Romero, restaurando e preservando il suo portfolio, nonché sostenendo i sogni e l’immaginazione di artisti e scrittori indipendenti ispirati da Romero stesso. Uno di questi sogni si è concretizzato in Queens of the Dead, zom-com (zombie comedy) che, nel mischiare suggestioni differenti, fonde due mondi: l’universo narrativo dei morti viventi con la frenesia della vita notturna. Un progetto inusuale per la sezione Freestyle della 20ª Edizione della Festa del Cinema di Roma.

Un film dichiaratamente e orgogliosamente queer che non si prende mai troppo sul serio tra una gag e l’altra, ma che allo stesso tempo – in pieno stile romeriano – si addentra in tematiche di peso: la diffusione epidemica di oppioidi come il fentanyl, la politica identitaria, la sfiducia nell’informazione e così via. Dietro le quinte dell’esordio cinematografico di Tina Romero si cela il ritratto di una cultura narcisistica, iperconnessa e dipendente dai social che si sta autodivorando. Quali sono i desideri insaziabili dell’attuale generazione? Perché nella nostra “era delle connessioni” ci sentiamo così soli e affamati di intimità, così tormentati da profonde inquietudini?

queens of the dead tina romero

A Brooklyn c’è fermento: lo YUM Fest è alle porte e si prospetta un enorme party all’insegna del divertimento sfrenato tra alcol, balli e drag queen. A organizzarlo è Dre (Katy O’Brian) – storica proprietaria del locale che dà il nome all’evento – con l’aiuto dell’amica Kelsey (Jack Haven) e delle drag queen Nico (Tomás Matos) e Ginsey (Nina West). Il discopub è in crisi e i suoi tempi d’oro sono ormai lontani: la moglie di Dre, Lizzy (Riki Lindhome), aspetta un bambino e la performer di punta, Yasmine (Dominique Jackson), ha annullato la sua partecipazione alla festa. A mettere una pezza è Samoncé (Jaquel Spivey), vecchia star del palcoscenico in piena crisi artistica. Una situazione caotica.

A peggiorare le cose è la catastrofe peggiore di tutte: lo scoppio improvviso di un’epidemia zombie. In poco tempo, la discoteca di Dre viene presa d’assalto da decine di morti viventi che si moltiplicano di minuto in minuto. La ragazza e suoi amici sono chiamati dunque a sopravvivere con ogni mezzo possibile, barricati all’interno di un fatiscente capannone industriale dove, poco tempo prima, danzavano drag queen con capelli cotonati e tacchi a spillo. Supportano il gruppo alcuni preziosi comprimari, ovvero Jimmy (Cheyenne Jackson), Pops (Margaret Cho) e Barry (Quincy Dunn-Baker). Si tratta rispettivamente di: uno dei baristi, il capo di una banda di vigilantes e del tuttofare di Dre, un omone decisamente eterosessuale che fatica a comprendere il concetto di non-binary.

L’obiettivo ultimo di tutta la squadra, suggerito proprio da un piano di Pops, è fuggire in sicurezza dal pub per raggiungere una barca di fortuna così da trovare rifugio fuori da New York. Ovviamente nulla è semplice, siccome, nell’incredulità generale mista a panico, nascono tanti piccoli contrasti interni che mettono a rischio l’incolumità dei nostri eroi. In una serie di vicende che ben ricalcano gli stilemi degli home invasion, urge mettere da parte i dissapori per salvare la pelle (e il cervello).

queens of the dead tina romero
La coloratissima banda di sopravvissuti quasi al completo.

Portando in scena la buffa unione tra uno special di Halloween di RuPaul’s Drag Race ed echi da Shaun of the Dead di Edgar Wright, Queens of the Dead è un grandissimo tributo al cinema di George Romero, in particolare ai primi due capitoli del suo sestetto di film dedicato agli zombie (Night of the Living Dead e Dawn of the Dead). Romero padre, in ciascun lungometraggio, operava una critica verso elementi propri del periodo storico in cui i film stessi venivano prodotti e la figlia non è stata da meno: pur adottando uno stile personalissimo, non ha perso il piglio anticapitalista.

Dimostrandosi assai meno cinica dei suoi illustri predecessori, quest’opera prima non è un film di George Romero ed esprime la sua identità unica a gran voce. Tina Romero ammette di aver cercato per tutta la vita il modo giusto di diffondere il verbo del padre in maniera autentica e crede infine di esserci riuscita. Il suo è infatti un B-movie dichiarato, un po’ camp, un esperimento che si sono divertiti a portare fino in fondo. Non mancano quindi omaggi ironici al passato, come un cameo di Tom Savini – storico effettista della saga dei morti viventi – nel ruolo dell’impacciato sindaco di New York.

La messa in scena è dunque consapevole e rispettosa, caratteristica messa in luce anche dal comparto estetico, pieno di effetti speciali pratici che impreziosiscono il make-up che, a sua volta, ricorda il videoclip di Thriller di Michael Jackson, così come il lavoro di Savini stesso, il re del gore e degli smembramenti. Anche le musiche strizzano l’occhio i fasti di un tempo, con sonorità che riportano alla mente gli italianissimi Goblin (alternati alla ben più moderna e scoppiettante Blow di Kesha). Dinamiche classiche che si fondono alla contemporaneità insomma, dando vita a un prodotto fresco, stiloso e ritmato che, fortunatamente, non mi ha narcotizzato durante la visione mattiniera programmata dalla Festa del Cinema di Roma (vedere film alle nove del mattino è decisamente provante).

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Margaret Cho nei panni di Pops.

In barba a qualsiasi rozza licenza poetica partorita dall’idiozia di Zack Snyder o dalle esagerazioni di World War Z, i veri protagonisti della pellicola, ovvero gli zombie, tornano a essere lenti e sciocchi. Nel ricreare la poetica di Romero padre, poi, viene articolato un discorso sull’identità di genere che normalizza e celebra “l’altro”, “il diverso”. Proprio come gli eventi queer di oggi, Queens of the Dead attraversa i generi e si fregia di una sceneggiatura di larghe vedute e scevra da pregiudizi, senza mai risultare “woke” (un termine oramai abusato che piace un sacco a certi reazionari).

Prendendo in esame l’evoluzione della community LGBTQ+, Tina Romero e la sceneggiatrice Erin Judge, si dissociano da qualsiasi tipo di rainbow washing a fini di marketing e formulano profonde riflessioni sociologiche, consapevoli dei personaggi portati sullo schermo, soprattutto se si parla di Ginsey e Samoncé. La prima è interpretata da Nina West (Weird – La storia di Al Yankovic), una drag queen anche nel mondo reale, leader e filantropa per la comunità queer in Ohio; lo splendido Jaquel Spivey (Mean Girls), invece, veste i panni di un co-protagonista angosciato da crisi identitarie e ansie da palcoscenico, un artista esilarante, capace di rubare la scena in più occasioni.

È interessante constatare come un altro lungometraggio che vorrebbe avvalersi di idee simili per farsi portabandiera dei gender studies, ovvero Emilia Pérez di Jacques Audiard, risulti al contrario estremamente scialbo e superficiale. Come ha spesso sottolineato il mio collega Lorexio, il film francese, nel parlare di fluidità in maniera tristemente retorica ed esplicita, rimane ancorato a un binarismo stantio in ogni aspetto che desidera trattare. Il risultato finale si avvicina dunque a un incoerente e fastidioso tokenismo, cosa che Romero e colleghi evitano elegantemente.

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Yasmine e Nico aka Bocconcino (a destra)

Ritengo decisamente appropriato che George A. Romero, un uomo che ha sempre realizzato zombie movie carichi di satira rovente contro il capitalismo e l’oppressione, un uomo che ha creato un franchise dal successo planetario partendo da un lungometraggio antirazzista, abbia infine dato alla luce una donna vicina al mondo queer, capace di prendere le redini di tutto ciò.

Queens of the Dead preserva ed esibisce fieramente l’eredità da cui è nato, portando in sala, allo stesso tempo, una commedia che gioca con i morti viventifor gay reasons“. Non si sa se questo esperimento potrà segnare la rinascita del suo genere di appartenenza, né se sarà una fugace stella cadente nella carriera della regista. Ciò che è certo è che papà Romero ne sarebbe orgoglioso.

Il solo fatto che tu abbia avuto un’idea significa che, da qualche parte nella tua mente, quell’idea è credibile per te. Tutto quello che devi fare è convincere il tuo pubblico che è possibile – George A. Romero

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Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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