The Running Man – L’implacabile evoluzione di un cult

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Voto:

L’unico dei miei film che ho sempre voluto vedere rifatto era Running Man. Questo nuovo film ha davvero alzato l’asticella, facendo esattamente quello che speravo, è fantastico.” Con queste parole Edgar Wright ha ricevuto la benedizione per il suo The Running Man da parte di Arnold Schwarzenegger, storico protagonista della prima trasposizione del romanzo di Stephen King datata 1987 (da noi arrivata discutibilmente come “L’implacabile”), che sebbene sia divenuta a suo modo un cult, per motivi di budget e mezzi dell’epoca non rendeva appieno giustizia all’opera originale. A distanza di 40 anni e dopo una lunga gestazione, questo ennesimo remake hollywoodiano è stato saggiamente messo nelle mani di un regista come Wright che non ne ha mai sbagliata una nella sua carriera, e che anche questa volta fa centro.

The Running Man racconta la storia di Ben Richards (Glenn Powell) che, rimasto senza lavoro e impossibilitato a pagare le cure della figlia malata, sceglie di partecipare a un reality show in cui i concorrenti devono sopravvivere per 30 giorni in giro per il Paese con degli spietati killer alle calcagna, in cambio di un sostanziosissimo premio in denaro. Ambientato in un’America totalitaria, corrotta, dove il cittadino medio è vessato in toto da un sistema malato e rappresentato volutamente in maniera esasperata, la pellicola è un chiaro attacco al capitalismo sfrenato e alle derive (seppur fantasiose e iperboliche) a cui potrebbe portare.

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Il film ci catapulta in una società quasi orwelliana, dove i poveri vengono oltremodo sfruttati, fino a poter addirittura diventare vittime sacrificali di show televisivi con tanto di pubblico urlante e compiacente. Non manca infatti una dura critica anche alla popolazione in generale, vittima e schiava della tv, delle sue manipolazioni e anche di quella che nel film sembra proprio rappresentare l’attuale intelligenza artificiale, che nelle mani di chi detiene il potere è capace di rovinare e stravolgere la vita dei poveri malcapitati (cosa che purtroppo possiamo già iniziare a osservare). Nonostante l’importanza dei temi trattati, come al solito Edgar Wright riesce a trasmettere appieno il suo messaggio senza mai risultare gravoso o inopportuno, alternando i momenti di tensione e di serietà con una comicità ben dosata, mai fuori luogo, che va sempre a segno.

Tutto ciò è reso possibile, oltre che da un comparto tecnico ineccepibile, da un cast in grande spolvero. Glenn Powell, ormai una certezza, mette in scena un Ben Richards dalle mille sfaccettature: un uomo rabbioso, ironico, serioso, capace di passare in maniera credibilissima da uno stato emotivo all’altro senza mai risultare stucchevole, un personaggio scritto in maniera perfetta col quale è impossibile non empatizzare. Troviamo poi Josh Brolin nei panni di Dan Killian (il produttore del reality): un uomo spietato che, col sorrisino sempre stampato in faccia, lucidamente incurante delle sue azioni, rappresenta al meglio il viscidume della società in cui si muove; un personaggio senza speranza di redenzione, anch’esso splendidamente interpretato.

A completare il cast principale troviamo poi Colman Domingo nei panni dell’altrettanto spregevole presentatore dello show, Lee Pace in quelli di un cacciatore, e l’esilarante Michael Cera (che torna a lavorare con il regista a 15 anni da Scott Pilgrim) nella parte di un ingenuo ribelle che vuole aiutare Ben, in quello che è sicuramente l’atto più divertente della pellicola. I personaggi però non finiscono qui, ce ne sono altri come quelli interpretati da William H.Macy, Daniel Ezra ed Emilia Jones, che nonostante il minutaggio ridotto riescono tutti a dare un contributo significativo alla storia.

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La regia di Edgar Wright (anche co-sceneggiatore insieme a Michael Bacall) ha senz’altro il merito di riuscire ad amalgamare tutto al meglio, e ancora una volta è impossibile contestargli davvero qualcosa. Il suo The Running Man corre a ritmo spedito per più di 2 ore, è un film che sa essere per lunghi tratti adrenalinico senza mai diventare schizofrenico, alternato da pause narrative anch’esse coinvolgenti e funzionali allo sviluppo del racconto. A completare il quadro troviamo una bella colonna sonora originale composta da Steven Price e brani non originali che, come in qualsiasi film precedente del regista, risultano sempre azzeccati in ogni occasione.

Proprio a voler essere pignoli, qualche breve momento annacquato sarebbe “tagliuzzabile” così da far rientrare la durata del film nelle 2 ore piene, ma non sarà di certo questo a cambiare il giudizio complessivo su un film come questo, che se ne uscisse almeno uno ogni anno sarebbe quasi un miracolo.

The Running Man è l’ennesima conferma per un regista che da tempo non ha più bisogno di conferme. Questa nuova trasposizione de L’uomo in fuga di Stephen King riesce ad essere più fedele alla storia originale, ed è allo stesso tempo un blockbuster moderno quanto per certi versi “old style”. Un film pieno di azione ed emozioni, capace di conquistare vecchie e nuove generazioni.

Un ringraziamento speciale a Eagle Pictures e Paramount Pictures Italia

Il Tac non è un critico cinematografico o uno studioso di cinema, ma semplicemente un cinefilo, seriofilo e all'occorrenza fumettofilo, a cui piacere mettere il becco su tutto quello che gli capita sotto mano... o sotto zampa.

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