
Nel vasto panorama dell’animazione nipponica, Mamoru Hosoda si è conquistato di diritto un posto tra i grandi registi del suo tempo. Il suo ultimo film Belle, presentato a Cannes 2021, sembrava quasi chiudere un cerchio della sua carriera, andando a rielaborare le suggestioni fantascientifiche sulla realtà virtuale a lui tanto care fin dai tempi di Digimon: Our War Game (2000), poi riprese anche in Summer Wars (2009), con un piglio sperimentale sull’animazione.
L’ibridazione tra 2D e 3D forse aveva raggiunto il suo picco massimo proprio in Belle, che teneva divisi il mondo reale e quello virtuale anche cinematograficamente (il primo tradizionale, il secondo in CG), riuscendo inoltre a giustificare narrativamente l’utilizzo delle due tecniche. Scarlet vorrebbe essere un ulteriore passo avanti: un’opera quasi completamente in computer grafica, dove gli sprazzi del 2D compaiono come tocchi di profondità e dettaglio, per un effetto simile a quanto visto in alcuni frangenti del videogioco Metaphor: ReFantazio.
Scarlet è la principessa di un regno medievale ispirato a quello d’Inghilterra, e guarda caso subisce un fato simile a quello di Amleto: suo padre, il re, viene ucciso dal perfido zio interessato solamente al potere, e lei viene lasciata in vita senza troppi problemi, essendo comunque ancora una ragazzina considerata innocua. Scarlet però è consumata dall’odio e dal rancore, e fino alla maggiore età si allena con la spada tramando la sua vendetta, che però viene stroncata sul nascere. Infatti lo zio, venuto a conoscenza delle sue intenzioni, la avvelena prontamente uccidendola. Risvegliatasi nelle terre desolate del regno dei morti, Scarlet vaga senza meta finché non scopre qualcosa che riaccende in lei la scintilla: anche suo zio si trova lì, e sta guidando delle armate per raggiungere le porte del paradiso, situate sul monte più alto di quel luogo maledetto. Per lei è l’occasione perfetta per rintracciarlo, così da poter fare giustizia per suo padre almeno nell’aldilà.
Durante il suo viaggio, Scarlet incontrerà Hijiri, un infermiere del giappone moderno che non sembra ricordare il momento della sua morte. La comparsa di questo personaggio inizia a far sorgere molte domande nello spettatore: quindi il tempo nel mondo dei morti è distorto? È per questo che c’è anche lo zio di Scarlet? Come funziona questo deserto pieno di predoni in stile Mad Max? Tutte domande che purtroppo non riceveranno mai risposta, visto che il worldbuilding non è neanche accennato. Hijiri tra l’altro è l’unico personaggio del film a provenire dal futuro, mentre queste terre desolate sembrano popolate soltanto da cavalieri medievali che continuano a combattere gli uni contro gli altri, e non si sa neanche per quale motivo tutti sembrino mantenere i ruoli e le mansioni che avevano in vita. A quanto pare, per Hosoda, anche nell’aldilà vigono le caste e il decreto di nascita.
I problemi a livello narrativo però non finiscono qui, perché l’intero motore della storia, oltre che la vendetta, è il fatto che Scarlet non sia riuscita a udire le ultime parole di suo padre mentre veniva giustiziato, trovandosi su un balcone troppo in alto. Quindi il film si premurerà di far caso alla distanza entro la quale due personaggi riescono a parlarsi? Ma certo che no: proprio nelle battute finali, si vede Scarlet fare un discorso da una balconata ben più alta e lontana di quella “incriminata” senza che questo abbia alcuna conseguenza per gli ascoltatori che, anzi, sembrano comprendere pienamente ogni sua parola. Questi sono solo gli elementi più grossolani di una sceneggiatura che purtroppo (ed è difficile dirlo di un autore che ci ha sempre abituati diversamente) fa acqua da tutte le parti.
Quello che poi dovrebbe essere il viaggio esistenziale di una ragazza consumata dall’odio, che dovrebbe passare dalla voglia cieca di vendetta alla messa in discussione della stessa, non funziona per due semplici motivi: risulta totalmente privo di ritmo, e non porta nessun tipo di riflessione che non sia completamente esplicitata e banalizzata. C’è addirittura una bambina, nell’aldilà, che ha il solo scopo di dire alla protagonista che le piacerebbe un mondo in cui non debbano morire i bambini, per poi sparire completamente così com’è arrivata in scena: totalmente a caso.
Il livello tecnico a sua volta non è privo di incoerenze: se almeno inizialmente il film sembrava seguire l’espediente di Belle, separando con 2D e 3D il mondo dei vivi e quello dei morti, via via le due tecniche cominciano a mescolarsi. In mancanza di una vera e propria giustificazione narrativa, è probabile che Studio Chizu abbia approcciato la produzione del lungometraggio più che altro sulla base economica, preferendo l’una o l’altra tecnica per mere questioni di budget della singola inquadratura. L’ennesimo peccato, perché in alcuni frangenti Scarlet si dimostra uno dei film in CG visivamente più potenti mai usciti dal Sol Levante, ma più spesso lo scenario dell’aldilà è fin troppo spoglio e vuoto per sembrare credibile, anche per delle “wastelands”, specialmente quando poi lo popolano personaggi secondari visibilmente meno dettagliati di quelli principali.
Scarlet purtroppo è un fallimento sotto quasi ogni suo aspetto, e a tenerlo a galla è principalmente la funambolica regia di Mamoru Hosoda, che riesce a regalare dei momenti di grande cinema nonostante tutti gli aspetti negativi. La protagonista inoltre è interessante, ben delineata soprattutto nelle sue intenzioni che però, durante lo sviluppo, perdono completamente qualsiasi tipo di spessore. Degno di nota anche il punto di vista sul perdono all’interno della vendetta, inteso non tanto nei confronti del carnefice quanto verso sé stessi, smettendo di tormentarsi e dandosi pace, che potrebbe colpire molto di più se non arrivasse dopo quasi due ore di delirio animato.
Totalmente fuori da qualsiasi senso narrativo invece una scena musical inserita forse solo per flexare una potenza di calcolo superiore e quella di qualsiasi altro studio giapponese, ma che per lo spettatore si traduce soltanto nell’ennesimo elemento randomico di disturbo al racconto. Speriamo che Scarlet rimanga solo un incidente di percorso nella carriera di Hosoda, un esperimento malriuscito che però gli indichi la via per tornare a dirigere capolavori come quelli già visti nella sua vasta filmografia.



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