
Ci eravamo lasciati in streaming su Disney+ con i buonissimi Prey e Predator: Killer of Killers, e visti gli ottimi riscontri da parte di critica e pubblico la saga iniziata nel 1987 è finalmente pronta a tornare sul grande schermo, a 7 anni dal flop di The Predator. Al timone di Predator: Badlands troviamo ancora Dan Trachtenberg, evidentemente ormai curatore di questo nuovo corso, che dopo averci portato nel passato con i precedenti progetti questa volta ci trasporta in un non meglio precisato futuro.
Il film si apre sul pianeta dei Predator (ennesima occasione sprecata per esplorarlo meglio, anziché mostrando il solito angolo di landa desolata) e racconta la storia di Dek, Yautja emarginato dal suo clan che dovrà affrontare la sua prima grossa caccia in un pianeta lontano e ostile per dimostrare il suo valore e per onorare suo fratello. Sul pianeta Genna incontrerà Thia, sintetico di proprietà della Weyland-Yutani (sì, proprio quella) con cui inizierà una singolare collaborazione.
Se la Naru di Prey era una donna che cercava di farsi spazio tra gli uomini, Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi) deve farsi valere tra gli Yautja in quanto, essendo più piccolo di stazza, viene considerato debole e quindi “inutile” per il suo clan, nonché per il suo stesso padre; questa condizione, insieme agli avvenimenti che lo coinvolgeranno, lo porteranno a una maturazione morale e culturale mai vista in un Predator.
L’alleanza con Thia (Elle Fanning) per dare la caccia alla temibile creatura chiamata Kalisk, infatti, porterà Dek a confrontarsi con una visione “terrestre” della vita, che malgrado l’iniziale diffidenza si ritroverà a condividere e abbracciare, ripudiando forse tutto ciò in cui aveva creduto fino a quel momento. È curioso il fatto che questo cambiamento arrivi grazie a un sintetico, una Elle Fanning bravissima in un doppio ruolo convincente nonostante le opposte e ambigue caratterizzazioni; fa la sua parte anche un’ulteriore alleanza con Bud, creatura indigena che i due incontreranno lungo il loro cammino.
Prey ci ha portato alle origini, Killer of Killers ha approfondito la lore, e con Badlands Trachtenberg (sua la storia, con sceneggiatura di Patrick Aison e Brian Duffield) decide di metterci completamente nella prospettiva di quello che in teoria sarebbe il cattivo della saga. In realtà non è la prima volta che i Predator diventano degli alleati (Alien vs. Predator), ma qui è la prima volta che si rimuove completamente la parte umana per far immergere completamente lo spettatore nel punto di vista di uno Yautja. E l’espediente funziona, grazie in particolare alle semplici linee di dialogo con Thia, alla storia del protagonista e anche l’espressività del suo volto, realizzato con una CG talmente buona e credibile da poter essere scambiata per un effetto pratico.
A livello tecnico-artistico infatti Predator: Badlands si mantiene su standard piuttosto alti, con effetti visivi buonissimi, ambientazioni suggestive e credibili, e musiche di Sarah Schachner e Benjamin Wallfisch (come nei capitoli precedenti) molto gradevoli e indovinate. Dan Trachtenberg si conferma ancora una volta capace nel suo lavoro, sia durante le scene meno dinamiche dove ad esempio sceglie bei campi lunghi per dare risalto ai panorami, agli ambienti aperti e alla loro grandezza rispetto ai protagonisti, sia durante le scene d’azione, sempre chiarissime e coreografate in maniera mai banale.
Se però registicamente non gli si può imputare nulla, appare fin troppo chiaro come le sue idee produttive e concettuali si siano dovute adattare alle esigenze di “mamma Disney”. Sono solo supposizioni del sottoscritto, ma sembra quasi che in cambio dei 100 milioni di dollari di budget e una distribuzione cinematografica pubblicizzata a dovere, ai piani alti abbiano messo dei paletti per rendere adatto a tutti anche il brand Predator (e non a caso è il primo film PG13 della saga dai tempi di Alien vs. Predator).
Si tratta comunque di una gradevolissima avventura action con buone dosi di violenza (rigorosamente senza sangue rosso), ma in questo caso assume le sembianze di un The Mandalorian un po’ più spinto, con un Predator quasi umanizzato (seppur con la giusta contestualizzazione), momenti comici accennati e piuttosto claudicanti, e la presenza di un essere alieno con gli occhioni teneri pronto per essere trasformato in merchandising, manco fosse Stitch.
Se da una parte, dunque, troviamo senz’altro molte delle peculiarità che hanno sempre caratterizzato la saga di Predator nella sua forma originale, dall’altra siamo di fronte a un repentino cambio di marcia rispetto ai due più recenti lavori, che sicuramente non sfuggirà ai fan di medio e lungo corso.
Probabilmente è giusto che dopo quasi 40 anni (e l’acquisizione da parte della Disney) si tenti di rinnovare e ampliare il pubblico di riferimento, come già fatto in parte per la saga di Alien, ma se da un lato questo potrà avvicinare nuove schiere di fan, da un lato potrebbe indispettire i più tradizionalisti. Per questi ultimi, tutto dipenderà da quanto si vorrà scendere a compromessi e abbracciare questo tipo di cambiamento in divenire.
Personalmente, da fan ormai di lunga data, ho trovato Predator: Badlands un’avventura coinvolgente sia dal punto di vista dell’azione che della narrazione (ma anche a livello emotivo), che nonostante la perdita di quella purezza caratteristica del brand porta senz’altro il risultato a casa in maniera più che dignitosa. Questa volta, però, la vera battaglia dovrà essere vinta anche al box office.
Un ringraziamento speciale a The Walt Disney Company Italia







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