Manolo, storia di una Sabaudia violenta

manolo corto Simone Cignitti

Alice nella Città, la sezione parallela e autonoma della Festa del Cinema di Roma che da sempre pone l’attenzione alle opere prime e alle nuove generazioni, ha creato per la prima volta, per l’edizione corrente, una categoria dedicata ai cortometraggi provenienti dalle scuole di cinema. Onde Corte Accademy racchiude le opere di registi appena diplomati da luoghi come il Centro Sperimentale di Cinematografia, la Scuola Volonté, la Nuova Accademia di Belle Arti, la RUFA e l’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini. Proprio da quest’ultima proviene Manolo, corto del diplomato al biennio 2023-2024 Simone Cignitti, realizzato inizialmente come sua tesi in regia e poi rivisto in ottica di una distribuzione festivaliera.

manolo corto cignitti paesaggio

Manolo (Francesco Ferranti) ed Elia (Vittorio Allegra) sono due cugini che vivono a Sabaudia, nella provincia di Latina, in un contesto sociale che non permette ai due di avere alcun tipo di prospettiva. Manolo sembra essere un ragazzo fuori da qualsiasi canone, genuinamente buono e ingenuo nonostante tutto, mentre Elia è più pragmatico e cinico, impaziente di trovare un’opportunità per poter cambiare vita. Quando un giorno gli passa per le mani un lavoro all’apparenza semplice, una rapina in un ristorante gestito da un piccolo boss del luogo, Elia coinvolge anche il cugino così che possano finalmente andar via.

La storia inizialmente era stata scritta da Francesco Cignitti (fratello del regista Simone) per un lungometraggio, e a sua volta è nata come tesi in sceneggiatura all’Officina Pasolini, ma poi è stata rielaborata dai due per trarne un cortometraggio “prequel” che potesse vivere come opera a sé. La scelta dell’ambientazione, come dichiarato dai due autori, è dovuta a una questione di affetto personale, in quanto Sabaudia è stata per molti anni una loro località vacanziera.

Proprio l’affetto per le estati passate in un campeggio del luogo li ha spinti a scrivere una storia che utilizzasse quella provincia spesso non calcolata dal cinema italiano, e per la quale hanno cercato l’autenticità coinvolgendo anche altre persone del posto: sia Francesco Ferranti, che ha composto le musiche e che recita in veste di protagonista pur non essendo un attore professionista, sia Alessandro Zaccheo, l’attore che interpreta il “gattaro”, che è stato anche lui assiduo frequentatore dello stesso camping di Sabaudia e già conoscente dei due giovani autori, nonostante i due l’abbiano riconosciuto ben dopo i casting a causa dell’aspetto molto cambiato nel tempo. Una coincidenza davvero stupefacente.

manolo corto cignitti protagonista

Il riferimento principale che viene subito in mente, non solo per il tipo di storia ma anche per le scelte di messa in scena, è sicuramente La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo, anche loro sempre molto attenti a raccontare una provincia lontana dagli stereotipi del cinema romano. Se però il cinema dei fratelli sembra parlare di mondi ormai al collasso, quasi apocalittici per la crudezza sia visiva che narrativa, questo corto si muove su un binario più emotivo e umano, in cui il peso del contesto sociale è principalmente psicologico per i due protagonisti, invece che esplicitamente tangibile. Il rapporto tra i due cugini inoltre sembra quasi sfociare in un omoerotismo castrato, in quanto si percepisce una tenerezza tra i due, trattenuta però sia dalle norme sociali familiari che soprattutto da quelle di una vita da piccolo criminale che basa tutto sulla virilità più canonica.

Quest’attenzione particolare sui personaggi consente allo spettatore di entrare subito dentro alla storia nonostante la breve durata (12 minuti compresi i titoli di coda), ma forse è proprio quest’ultima l’unico tallone d’achille del corto che, con il suo finale prettamente metaforico, sembra lasciare tutto in sospeso, come se più che un prequel fosse quasi il teaser di una portata principale ancora non realizzata. La voglia di saperne di più sul destino di Manolo però lascia aperte molte porte sul futuro e soprattutto è comunque sintomo di una buona costruzione narrativa, e tutto ciò è più di quanto un cortometraggio – soprattutto proveniente da una scuola – riesca spesso a fare.

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Colpisce inoltre la grande cura tecnica raggiunta malgrado il budget davvero ristretto, che non ha nulla da invidiare a produzioni di scuole più grandi come il Centro Sperimentale o la Volonté, il tutto coinvolgendo praticamente solo studenti del corso Multimediale di Officina Pasolini, tra cui anche Vittorio Allegra, l’attore che interpreta Elia, che era uno studente della scuola nella sezione Teatro, e che risulta magnetico pur nei pochi minuti a disposizione. Una produzione quindi destinata a calcare molti altri festival dopo questa presentazione ad Alice nella Città, e che mostra la bontà di queste nuove leve del cinema italiano che speriamo possano trovare sempre più spazio in un’industria che invece, con le ultime mosse del governo, sembra voglia chiudersi sempre di più ai soliti nomi già noti.

Lorexio Articoli
Professare l'eclettismo in un mondo così selettivo risulta particolarmente difficile, ma tentar non nuoce. Qualsiasi medium "nerd" è passato tra le sue mani, e pur avendo delle preferenze, cerca di analizzare tutto quello che gli capita attorno. Non è detto che sia sempre così accurato però.

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