
Rivoluzione. Questa è la parola che riecheggia sempre più spesso tra le persone, la parola di cui – coscientemente o meno – si riempiono la bocca rappresentanti politici di destra e sinistra quando si tratta di discutere degli sviluppi più recenti della contemporaneità. Ma cosa significa davvero fare la rivoluzione? Un gigante come Paul Thomas Anderson (Il petroliere, Licorice Pizza) prova a spiegarlo e a narrarlo ispirandosi al densissimo romanzo Vineland del grande Thomas Pynchon, scrittore che il regista aveva già affrontato adattando Vizio di forma con l’ottimo film omonimo.
Anderson ha sviluppato la sceneggiatura di Una battaglia dopo l’altra per quasi vent’anni, a partire dai primi del Duemila, prendendo spunto dal mondo che lo circondava. “È un po’ il mondo in cui vivevamo cinquant’anni fa, quindici anni fa, forse oggi e magari tra altri quindici anni” – ha affermato, sottolineando come Vineland sia una strana chimera, un libro sugli anni Sessanta, scritto da un autore degli anni Ottanta, ma con inevitabili rimandi alla società odierna. Il difficile è stato quindi carpire la valenza di una storia del genere, nel presente e nel futuro; il filo conduttore che ha sorretto tutto è stato sempre e solo uno: la rivoluzione di ieri e di oggi.
One Battle After Another è dunque un dramma in cui possiamo identificarci perfettamente, e che tira inevitabilmente in ballo la parabola di una famiglia chiamata a sopravvivere in ogni modo possibile. Di questi tempi, stare al passo con lo status quo è impensabile, immaginate quindi cosa possa significare per un padre e una figlia vivere nella paura di una persecuzione continua. Queste sono le premesse di una storia di lotta (di classe).
La democrazia è morta, il voto non serve più, men che meno le proteste pacifiche. È per questo che un piccolo ma letale gruppo di rivoluzionari armati, i French 75, combatte per ciò in cui crede, per i propri diritti e per gli ideali di anarchismo sociale. Capeggiati dall’afroamericana Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor) e dal dinamitardo Ghetto Pat (Leonardo DiCaprio), organizzano attacchi terroristici in giro per gli Stati Uniti, rivendicando il bisogno del disarmo, la cessazione delle politiche anti-immigrazione, il supporto al Black Power e la lotta al capitalismo e alle forze dell’ordine. La violenza rivoluzionaria antigovernativa è l’unica via per cambiare il paese.
Perfidia e Pat sono profondamente innamorati e uniti da un legame che va oltre il credo politico; qualcosa però si spezza con l’entrata in scena del Colonnello Steven J. Lockjaw (un eccezionale Sean Penn) che, invaghitosi della donna, cerca di arrestarla. Il controsenso è subito chiaro: Lockjaw non è altro che un patetico soldatino che in gergo verrebbe definito “soldier boy”, un inetto che ama gonfiare i muscoli per mostrarsi come un impavido e temibile eroe americano, quando in realtà è solo uno smidollato che sotto sotto gode nell’essere sottomesso. Una parodia perfetta del classico action man statunitense (rigorosamente bianco e protestante).
È proprio quando Perfidia mette alla luce una bambina, Willa, che gli equilibri tra vigilanti e Lockjaw si rompono definitivamente: il peso di una figlia da crescere distoglie Pat dai piani rivoluzionari, la donna invece continua a lottare per le strade abbandonando il compagno al suo destino di padre; il militare, dal canto suo, è più agguerrito che mai, conscio della relazione clandestina intrapresa con “una sporca nera“. Nell’instabilità generale, Perfidia viene infine catturata dal colonnello che le promette la libertà in cambio dei nomi di tutti i French 75. La donna, a malincuore, tradisce il gruppo di militanti per poi fuggire dal paese, divorata dal rimorso.

Passano sedici anni, la rivoluzione è fallita e i pochi membri dei French 75 scampati al duro braccio armato della legge hanno cambiato vite e identità. Pat – ora conosciuto come Bob Ferguson – vive in uno stato di paranoia confusa, tirando a campare ai margini della società, senza uno smartphone e nascosto in un bosco per sfuggire alle autorità. Willa (Chase Infiniti) è cresciuta, è sveglia e indipendente come la madre ed è per questo che Bob, abbandonata ogni voglia di cambiare il mondo, cerca di accudirla come meglio può, assicurandosi persino di iscriverla in scuole che insegnino “la storia giusta” agli studenti. L’ex terrorista è logorato da alcol e droghe; incapace di andare avanti, rimugina sul suo passato guardando a ripetizione La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo in televisione.
È in questi frangenti che la sceneggiatura pone allo spettatore una domanda fondamentale e attualissima (come tutte le tematiche che tratta, del resto), ovvero: un militante con una famiglia alle spalle, con dei figli, con delle persone care da proteggere può ancora rischiare la vita per lottare contro lo status quo? Oggi più che mai, grazie soprattutto alle tecnologie informatiche che pervadono le nostre esistenze, è facilissimo rovinare retroattivamente le vite delle persone, ostracizzandole per degli atti commessi in passato (pensate alla famosa digital footprint). Nella vita reale così come in questo film, chi non è compiacente con il sistema viene perseguitato, ed è quindi lecito chiedersi se valga la pena finire in mezzo a una strada – o sottoterra – per aver espresso delle idee ritenute “sbagliate” o “pericolose”. Il sistema gioca proprio su questo, sulla paura.
Ecco, Bob Ferguson è proprio una di quelle persone che non può più esporsi per timore di condannare la giovane Willa. Il nostro povero hippie anti-establishment non sa, però, che il passato è riemerso per tormentarlo contro la sua volontà: il colonnello Lockjaw – ora a capo dell’enorme base militare di Rio Duarte – è tornato alla carica, determinato a scovare le ultime cellule dei French 75 e, soprattutto, Willa Ferguson, visto il suo legame di sangue con Perfidia. Armato degli strumenti più efficaci di invasione della privacy e sostenuto da un vasto numero di scagnozzi, dà il via a un rastrellamento a tappeto per raggiungere i suoi scopi. Tra sequestri di persona, interrogatori al limite della legalità, retate e guerriglie urbane tra cittadini e polizia, Willa scompare. Bob deve trovarla, costi quel che costi.
In un’America che è praticamente identica a quella che vediamo su tutti i telegiornali – con tanto di blitz che ricordano le proteste anti-ICE – il vecchio Ferguson, scettico nei confronti di tutto ciò che lo circonda e consapevole di non potersi fidare di niente e di nessuno per paura di essere monitorato, si imbarca in… una battaglia dopo l’altra. Se prima le sue lotte servivano a combattere il razzismo e il capitale, ora l’obiettivo è salvare la figlia. Ciò che viene messo in scena non è il tipico viaggio dell’eroe: Bob aveva dentro di sé la capacità di proteggere ciò che ama, ma l’ha perduta e deve perciò cercare di riscoprirla. Il suo è il tentativo di non avere paura in un’epoca in cui siamo tormentati dalla fobia di essere costantemente messi a tacere. Bob, una persona isolata suo malgrado, si ritrova in una serie di circostanze in cui deve tirare fuori il coraggio. Come disse Nina Simone nel 1968: “La libertà è non avere paura“.
Il romanzo Vineland da cui è tratta la pellicola descrive i tratti della repressione di stampo fascista iniziata da Richard Nixon e della guerra alla droga portata avanti dall’Amministrazione federale. In sintesi, un efficace bilancio degli anni Ottanta – l’epoca del Presidente Ronald Reagan – della spettacolarizzazione, della morte delle ideologie e della fine dei movimenti d’opposizione dei decenni precedenti. C’è poi un focus particolare sulle miserie causate dal neoliberismo, dal fondamentalismo religioso e, in poche parole, dalla restaurazione che fa seguito alle speranze di mutamento degli anni Sessanta.
Una battaglia dopo l’altra non si discosta molto da questi preziosissimi discorsi e racconta ciò che accade a un sistema violento e autoritario quando i suoi meccanismi corrotti vengono a galla, ovvero l’intensificazione della censura e del controllo capillare sulla popolazione (il Chat Control europeo vi dice niente?). In questo senso il personaggio secondario di Howard Sommerville (Paul Grimstad) è tra i più interessanti, essendo un nerd delle telecomunicazioni che tenta di lanciare messaggi politici anti-sistema alla popolazione, il tutto attraverso la radio per non essere scoperto e per mettere in guardia più persone possibili sui rischi delle piattaforme social.
In questo clima estremamente teso in cui abbassare la guardia vuol dire morire, la caccia all’uomo di Lockjaw è caratterizzata dalla partecipazione di varie forze contrapposte, sulla falsariga del capolavoro Voglio la testa di Garcia di Sam Peckinpah. Tra tutte spicca l’immaginario Club dei Pionieri del Natale – Christmas Adventurers Club in originale – un’organizzazione segreta di stampo massonico, composta da ricchi suprematisti bianchi che prendono decisioni a porte chiuse e su cui nessuno ha il controllo completo. Anzi, sono proprio loro a desiderare il controllo della società e dei suoi tessuti, dalla politica alla sicurezza pubblica, scavalcando ovviamente la burocrazia in nome della purezza della razza.
L’infido colonnello è parte attiva di questa setta molto vicina al reale Ku Klux Klan e, nella sua perversione, mostra una certa dose di umorismo cercando di aderire alle regole imposte. Alla fin fine è solo un pupazzo che desidera legittimare la sua (fragile) virilità tossica. Sean Penn (Mystic River, Milk) ne veste i panni in maniera egregia, conferendogli un’insicurezza spiccatamente umana e firmando uno dei migliori ruoli della sua lunga carriera.
L’esatto opposto di Steven Lockjaw è invece il comprimario interpretato da Benicio del Toro (Sicario, La Trama Fenicia), vale a dire il sensei Sergio St. Carlos, lo stoico istruttore di karate di Willa. Si tratta di una specie di Obi-Wan Kenobi per Bob Ferguson: lo aiuta a credere in sé stesso e lo supporta nel suo viaggio per ricongiungersi con la figlia. Un angelo custode messicano che gestisce un enorme giro di immigrazione clandestina, dando l’opportunità ai meno abbienti di trovare casa e sostentamento. La fitta rete di contatti del sensei è ciò che permette ai rivoluzionari ancora in circolazione di scontrarsi ad armi pari con le forze armate statunitensi.

Questo conflitto aperto è una montagna russa di emozioni che oscilla tra il serio e il faceto. La forte ironia dello script esplode quando si tratta di illustrare le contraddizioni interne di entrambi gli schieramenti. L’incapacità di Bob di adattarsi al mondo contemporaneo è forse l’elemento più amaramente comico di tutti: dopo sedici anni ci sono ancora più problemi di prima, proprio come nella società reale, impantanata in malcelate proxy war ed eterne crisi economiche. Al contrario di quello che alcuni spettatori potrebbero pensare, il tema della tanto citata rivoluzione non passa mai in secondo piano. Certo, dalla seconda metà il film muta in una parabola familiare, ma sempre di lotta di classe si parla.
L’amarezza di One Battle After Another sta proprio nel mostrare la realtà, senza romanzarla chissà quanto. Ecco perché il lungometraggio non spende mai troppe parole per dare la sua idea di socialismo rivoluzionario: essere verbosi non serve quando sono le vicende stesse a parlare, facendoci capire che la realtà, ahinoi, supera la finzione del cinema. Paul Thomas Anderson non narra ciò che è accaduto, ciò che accadrà o che potrebbe accadere, bensì ci pone davanti a varie scelte di carattere etico e morale: l’agire subito contro lo status quo con ogni arma possibile, il rimanere ignavi o, peggio, il collaborare con chi ci tende la corda intorno al collo. La posizione presa dall’autore è chiara e lo stivale che opprime non viene di certo lucidato.
Per essere rivoluzionari non c’è bisogno, come Bob Ferguson ci fa capire con tanti siparietti tragicomici, di leggere delle istruzioni scritte su un foglio, memorizzare e recitare a pappagallo slogan contorti o fare della sterile retorica, ciò in cui – guarda caso – sbaglia l’attuale “sinistra italiana” (se ne esiste ancora una), sempre più divisa e ormai lontana dai veri bisogni del popolo. Urge agire, come ci ricorda Gil Scott-Heron con il suo brano musicale del 1971 The Revolution Will Not Be Televised, il cui titolo critica la rappresentazione del cambiamento sociale da parte dei media e sottolinea che la vera rivoluzione richiede una partecipazione attiva, piuttosto che un consumo passivo dei media stessi. La vera trasformazione della società non può essere mandata in onda o edulcorata dalla televisione, ma avviene con l’impegno diretto a favore della giustizia e dell’uguaglianza.
Serve coalizione contro il nemico comune imperialista e capitalista che ci ha separato, e mettersi in gioco è possibile tramite la tecnologia, nostra croce e delizia. Allo stesso tempo, bisogna fare attenzione a non canalizzare tutti i nostri sforzi solo nell’attivismo online che, ad oggi, serve semplicemente a farsi tracciare e silenziare da Palantir. Come anche il film lascia intendere, il progresso informatico permette di organizzarsi e coordinarsi in tempo reale come mai prima d’ora, ma l’uso che ne facciamo non deve concretizzarsi solo in inutili picchetti, bensì in azioni pratiche e di rottura. Lottare si può, alzando la voce e informando le persone della nostra rete sociale, rimanendo però sempre vigili e proteggendo la nostra sacra privacy. Mantenere vive le comunità, aiutando il prossimo e lavorando – se necessario – anche dalle retrovie, è una delle vie più efficaci per resistere. Ci sono strumenti più o meno distruttivi per opporsi, dal sabotaggio al guerrilla gardening, ed è quindi ingiustificabile pensare “io come singolo non posso fare nulla” per poi chiudersi nel più dannoso immobilismo.
Ora e sempre resistenza, anche per le generazioni future, incarnate da Willa Ferguson che – come accade in Megalopolis di Coppola – dovrà accettare il passaggio del testimone e tenere viva la speranza per i giovani come lei. Un messaggio che corona i sottotesti politici di Una battaglia dopo l’altra e che lo rende uno dei film più (tristemente) attuali degli ultimi anni, insieme a Civil War di Alex Garland e La zona d’interesse di Jonathan Glazer.
Il lavoro di Anderson è distante da queste due ultime opere, esteticamente parlando: la regia isterica e movimentata – ricca di primi piani, sequenze con macchina a mano e ingegnose riprese con camera-car – si fonde con il montaggio serratissimo di Andy Jurgensen e con le musiche martellanti del sempreverde Jonny Greenwood (Il potere del cane, Spencer). Tuttavia, queste differenze formali non impediscono alla pellicola di caricarsi di significato e di ricordarci che “il coraggio non è l’assenza di paura, ma il trionfo su di essa“, per permetterci di continuare a combattere anche con il terrore addosso.
Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni epoca e in ogni circostanza, ma mai, senza lotta, si potrà avere la libertà – Fidel Castro
Un ringraziamento speciale a Warner Bros. Italia







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