La Filosofia di Evangelion – Intervista a Fausto Lammoglia

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Da quando la cultura pop sta assumendo un ruolo sempre più rilevante come Cultura (notare la C maiuscola), l’animazione giapponese continua a dimostrare una notevole capacità di suscitare riflessioni profonde. Quando si parla di Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno, poi, è necessario muoversi con estrema cautela: si tratta infatti di un’opera imprescindibile, capace di interrogare lo spettatore su temi esistenziali, psicologici e religiosi.

Tra le molteplici voci italiane che hanno saputo analizzare con lucidità e passione questo capolavoro, spicca quella di Fausto Lammoglia: professore, filosofo e scrittore, autore del libro La filosofia di Neon Genesis Evangelion (Il Nuovo Melangolo, 2025). Il professore di popfilosofia, adottando un approccio rigoroso ma accessibile, ci accompagna in un viaggio tra angoscia e speranza, individualismo e collettività, mito e tecnologia, analizzando l’opera più importante di Anno.

In questa breve ma significativa intervista, il filosofo ci svela alcuni punti cardine del suo lavoro e del suo modus operandi: una lettura consigliata non solo ai fan di Evangelion, ma più in generale a tutti coloro che credono che anche nel faceto possa celarsi l’impegno. Probabilmente, comprendere Evangelion non significa trovare risposte, ma imparare a convivere con le domande. È proprio in questo spazio di inquietudine e bellezza che si inserisce il lavoro di Fausto Lammoglia: un’analisi colta, ma non distaccata, che fornisce gli strumenti necessari per mostrare come dietro a un anime si possano celare riflessioni su noi stessi e sul senso stesso dell’essere. Forse è proprio qui che l’animazione giapponese si fa Cultura, nel senso più pieno e necessario del termine.

Dopo la filosofia dell’Attacco dei Giganti e di Black Mirror sei approdato a Evangelion, uno degli anime più iconici ed emblematici, da cosa nasce il desiderio di parlare di filosofia in relazione ai prodotti di cultura pop?

Ottima domanda! Il desiderio nasce da due esigenze che in realtà si incontrano: da un lato la filosofia ha bisogno di uscire dall’aula, di mostrarsi come qualcosa di vivo e capace di interrogare la vita quotidiana; dall’altro la cultura pop – anime, serie tv, musica – è il linguaggio che oggi più di tutti plasma immaginari, emozioni e domande esistenziali.

Un prodotto come Evangelion (ma vale anche per Attack on Titan o Black Mirror) non è solo intrattenimento: racconta crisi, paure, speranze, desideri, cioè le stesse dimensioni che la filosofia esplora da secoli. Usare la cultura pop significa quindi creare un ponte: invece di partire da concetti astratti, si parte da storie, immagini e personaggi che già parlano al vissuto delle persone.

In fondo, i grandi filosofi hanno sempre dialogato con i linguaggi del loro tempo: Platone con i miti, Nietzsche con la musica, Benjamin con il cinema. Oggi il nostro “mito” collettivo passa spesso per le serie, gli anime o i videogiochi. Parlare di filosofia attraverso questi media vuol dire restituire alla filosofia la sua funzione originaria: aiutare a comprendere chi siamo e come viviamo, con le parole e le immagini che ci appartengono davvero.

evangelion art personaggi

Evangelion è un’opera densa di riferimenti filosofici, psicologici e religiosi: qual è, secondo te, il nucleo filosofico più profondo che la serie esplora, e perché pensi abbia ancora oggi una risonanza così potente?

Direi che il cuore filosofico di Evangelion sta proprio qui: siamo un po’ tutti Shinji, Rei, Asuka, con le loro fragilità, i loro silenzi, le loro esplosioni. Ma siamo anche Misato, con la sua sete di vita che maschera la solitudine, e Gendō, con il suo bisogno di controllo che nasconde una ferita irrisolta.

In fondo, Evangelion ci mette davanti al fatto che viviamo indossando maschere diverse, ruoli che a volte ci proteggono e a volte ci soffocano. È un’opera che ci obbliga a fare i conti con le nostre stesse contraddizioni: il desiderio di essere accolti e, allo stesso tempo, la paura di farci davvero vedere per quello che siamo.

Ed è per questo che continua a risuonare così forte: perché ci riconosciamo in quei personaggi. Essi diventano frammenti della nostra interiorità messi in scena, con tutta la loro incoerenza e la loro umanità.

Come hai scelto il taglio interpretativo del tuo libro? Ti sei ispirato a qualche corrente filosofica o autore in particolare per analizzare l’opera di Hideaki Anno?

No. O perlomeno, non in modo consapevole. Non mi sono seduto pensando “userò questa corrente filosofica per leggere Evangelion”. Quello che ho fatto nasce piuttosto da un percorso personale: all’università ho seguito un corso abbastanza visionario che mi ha insegnato a interrogarmi sui prodotti pop — cosa ci dicono? cosa ci lasciano? come ci toccano?

Da lì ho interiorizzato questo modo di guardare le cose, fino al punto che oggi non riesco più a vedere un film, un anime o una serie senza che scatti automaticamente la riflessione. È diventato prima uno stile di pensiero, poi di scrittura. E quindi il mio approccio non si lega a un autore o a una scuola in particolare: da un lato c’è la riflessione che sgorga come l’essere plotiniano, senza possibilità di arginarla; dall’altro il bisogno di ascoltare ciò che la cultura pop ci restituisce su di noi, spesso in maniera più immediata e diretta della filosofia accademica.

evangelion shinji

In che modo Evangelion riesce, a tuo avviso, a mettere in scena il conflitto tra individualità e collettività, un tema centrale anche in molte riflessioni esistenzialiste?

Direi che Evangelion lo mette in scena in modo magistrale proprio attraverso il dilemma del porcospino: abbiamo bisogno degli altri per essere pieni, completi, ma allo stesso tempo la vicinanza rischia di ferirci. Trovare la giusta distanza è difficilissimo.

La serie mostra come oscilliamo continuamente tra desiderio di contatto e paura del rifiuto, tra bisogno di intimità e ricerca di autonomia. È un conflitto tipicamente esistenzialista: siamo esseri relazionali, ma la relazione porta sempre con sé dolore, incomprensioni, attriti. Evangelion ci costringe a guardare in faccia questo paradosso, senza darci una soluzione definitiva — ed è proprio per questo che continua a parlarci con tanta forza.

C’è un personaggio che ritieni sia particolarmente emblematico dal punto di vista filosofico? Se sì, quale e perché?

In realtà non credo ci sia un personaggio “filosofico” in senso stretto. Evangelion non funziona così. È la situazione ad essere filosofica: il contesto che Anno costruisce mette in scena il disagio esistenziale, e i personaggi sono gli attori che lo incarnano. Certo, ognuno ha le proprie sfumature, ma in fondo restano figure abbastanza stereotipate, quasi maschere. Ed è proprio attraverso queste maschere che la serie ci costringe a confrontarci con le nostre stesse fragilità.

Cosa ti auguri che i lettori portino con sé dopo aver letto il tuo libro? Più comprensione dell’opera, o più domande su sé stessi?

Spero che il lettore porti con sé soprattutto delle domande. Non risposte definitive, ma interrogativi capaci di accompagnarlo. Che si conceda il tempo — e anche il dolore — di abitarle, ma che alla fine resti uno spiraglio di speranza. Perché se è vero che Evangelion ci mostra quanto la vita possa essere dura, è altrettanto vero che il finale, con la felicità delle congratulazioni, ci dice che nonostante tutto vale la pena.

evangelion ending

Tutti i tuoi libri e le tue analisi sono davvero illuminanti, in cosa trovi l’ispirazione per scrivere con questa verve? In quanto cultore della popfilosofia devo proprio chiedertelo, ci sono altri progetti in cantiere? Puoi farci qualche spoiler?

Le mie ispirazioni nascono da una combinazione di passioni e ferite, di ciò che mi ha formato e di ciò che ancora oggi mi interroga. Alcune opere sono talmente stratificate che finiscono per imporsi da sole: Attack on Titan non è solo un anime d’azione, ma un vero e proprio trattato politico sulla paura, sul potere e sulla libertà. Black Mirror continua a scavare in profondità nel nostro rapporto con la tecnologia, smascherando illusioni e fragilità che appartengono al presente di ciascuno di noi. Evangelion, invece, resta per me l’opera che più di tutte racconta il disagio esistenziale contemporaneo, con una forza che, a distanza di quasi trent’anni, risulta ancora sconvolgente.

Da qui nasce la verve: dal sentire che queste opere non sono solo intrattenimento, ma luoghi in cui la filosofia può ritrovare se stessa, al di fuori delle aule universitarie e dei manuali. Quando scrivo, non penso mai di “applicare” una teoria: lascio che siano le domande ad emergere, e che la filosofia diventi una lente per dare loro profondità.

Quanto ai progetti futuri, posso svelarti un piccolo spoiler: in realtà ne ho due in mente. Il primo riguarda la scuola. È un tema che mi accompagna ogni giorno e che non potrei affrontare senza passare da GTO (Great Teacher Onizuka), il manga che mi ha fatto scegliere il mestiere che faccio. L’altro progetto, invece, mi sta particolarmente a cuore perché tocca un pezzo del mio passato: gli 883. Le loro canzoni hanno segnato la mia adolescenza e, in modi diversi, quella di un’intera generazione. Raccontarli significa raccontare la provincia, i sogni e le delusioni di chi è cresciuto tra gli anni ’90 e i 2000. È molto probabile che questo sia il prossimo libro, e non ti nascondo che ci sto già lavorando.

    Angelo Clementi Articoli
    Ho sempre avuto la mania di recensire tutto quello che leggo o a cui gioco consigliando (o costringendo) tutti i miei amici e conoscenti ad avvicinarsi a quella determinata opera.

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